La battaglia è comune.

La difesa del Venezuela bolivariano è la difesa anche dei nostri diritti!

MinMujer - Galerías - 2016-05-24 20-53-08 - Movilización de Mujeres por la Paz rechazan acciones violentas de la derecha golpista _3

foto di Reinaldo Sardinha

Il Venezuela subisce in queste ore un tremendo attacco da parte delle oligarchie finanziarie per la destituzione di un governo democratico e sovrano. L’inizio dell’ultima offensiva destituente è datato 12 aprile, con un editoriale del Washington Post: “il Venezuela ha disperatamente bisogno di un intervento politico dei suoi vicini, che per questo dispongono di un meccanismo appropriato nella Carta Democratica Interamericana dell’Organizzazione degli Stati Americani, la OSA, un trattato che contempla l’azione collettiva quando un regime violi le norme costituzionali”. Il piano enunciato dal giornale del Pentagono è chiaro: ottenere un pretesto per un intervento armato che trasformi il Venezuela nella nuova Siria e l’America Latina in un nuovo Medio Oriente.

 
Da allora, guerra economica e mediatica contro il Venezuela si sono intensificati ogni giorno di più. I vari Uribe, Rajoy, Almagro si sono presto trasformati in marionette di questo disegno golpista. La vittoria che il Venezuela ha ottenuto nel Consiglio Permanente dell’Osa giovedì 2 giugno, impedendo l’applicazione della  cosiddetta “Carta democratica” – quindi il pretesto dell’intervento armato – e supportando il dialogo con l’opposizione iniziato dall’Unasur, è significativa ma va supportata a livello internazionale.
 
L’imperialismo predatorio di risorse naturali e diritti delle popolazioni cercherà, infatti, presto una nuova via per appropriarsi delle maggiori risorse petrolifere del mondo.
 
Oggi è il momento della mobilitazione.
 
Oggi tutti i democratici, quelli veri, devono stringersi attorno al Venezuela, paese sotto tremendo attacco di quelle oligarchie finanziarie internazionali che hanno imposto recentemente un golpe morbido al Brasile, annullando 50 milioni di voti e destituendo senza alcuna ragione un Presidente eletto. E quelle stesse oligarchie, per fare un altro esempio, che in Europa vogliono imporre il TTIP, la “Nato economica”.
 

Martedì 7 giugno 2016
dalle ore 17.30
Piazza Vidoni (Corso Vittorio Emanuele) – Roma

Partiti, movimenti e sindacati si mobilitano per sostenere la rivoluzione venezuelana.

Non ci saranno bandiere di appartenenza, ma sventoleranno solo quelle dei popoli.

Tutti coloro che aspirano ad un futuro di pace, sovranità, multilateralismo, autodeterminazione e libertà dei popoli sono invitati a partecipare.

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“Affrontiamo con fermezza le sfide di questa nuova tappa della lotta contro il golpe, allarghiamo le nostre forze!”

Rilanciamo, grazie alla segnalazione della compagna Nunzia Augeri, anche dal nostro blog il comunicato della compagna e presidente del Partito Comunista do Brasil, Luciana Santos, tradotto da Teresa Isenburg (www.rifondazione.it). Riconfermiamo la nostra vicinanza alla lotta delle compagne e dei compagni del PCdoB con l’impegno di allargare anche in Italia e in Europa le nostre forze e abbracciare l’idea dell’unità. (M. F.)

Santos Dilma

Il giorno 12 maggio del 2016 entra nella storia come palcoscenico di un avvenimento vergognoso e oltraggioso. La maggioranza del Senato Federale, strappando la Costituzione, ha approvato l’ammissibilità di un impeachment senza fondamento giuridico. In conseguenza di ciò, la presidente Dilma Rousseff, eletta con oltre 54,5 milioni di voti, sarà sospesa dalla carica e, senza avere commesso crimine alcuno, sarà giudicata dal Senato. Arbitrariamente, la presidente è strappata dal suo posto e con lei esce un progetto di paese, un ciclo di sviluppo che ha ridotto sostanzialmente le diseguaglianze sociali e regionali.

Il vice presidente Michel Temer, che ha aderito alla cospirazione e ne è divenuto uno dei capi, entrerà nel Palazzo del Planalto (Palazzo dell’Altopiano, sede del governo ndt) dalla porta di servizio, con l’imposizione di una vera “elezione indiretta”. Usurperà la sedia presidenziale e capeggerà un governo illegittimo.

Di fronte a questa realtà, inizia una nuova tappa della resistenza democratica e popolare, tanto impegnativa quanto imperativa: rafforzare la giornata di mobilitazione per sconfiggere il golpe nel giudizio del Senato e opporsi con tenacia al governo illegittimo di Temer che arriva armato di un selvaggio programma neoliberale. Che rappresenta l’arretramento politico, arretramento di diritti e avvilimento della sovranità nazionale.

A partire da questo giorno 12, con la democrazia ferita, il paese vivrà un periodo di grandi incertezze e vivrà una situazione tesa e inedita: il confronto tra due blocchi politici e sociali, avendo da un lato la presidente Dilma Rousseff, detentrice del mandato legittimo, ma illegalmente allontanata, e dall’altro il vice presidente Michel Temer, posto sul trono da un golpe.

Nel corso di questa giornata reazionaria, quanto odio, quanta intolleranza e procencetti  sono stati e continuano ad essere lanciati contro la prima donna presidente del Brasile! Davanti a queste aggressioni e di fronte alla democrazia a rischio, la presidente Dilma ha lottato con carattere e coraggio politico ed è così che si porrà davanti alla mobilitazione del popolo, per preservare la democrazia,  sconfiggere il golpe, difendere le conquiste del periodo dei governi Lula e Dilma.

Nonostante la vittoria che hanno raggiunto, i golpisti hanno lasciato cadere le maschere e raccolgono repulsione, dentro e fuori dal paese. Fin dall’infame sessione della Camera dei Deputati, il 17 aprile, passando dai dibattiti  delle votazioni che sono appena avvenute in Senato, questo processo di impeachment si rivela proprio per quello che è: la versione contemporanea dei vecchi golpe di cui fu vittima  la democrazia nel nostro paese.

Le contraddizioni che avvolgono la congrega che sostiene Temer,  l’illegittimità  e la fragilità del suo governo, le misure antipopolari e antinazionali che dovrà adottare, la lotta decisa che subirà dalle forze democartiche e popolari potranno produrre un impasse dalle gravi conseguenze che potrà portare un insieme di senatori a concludere che non c’è soluzione della crisi al di fuori della democrazia.

Il  PCdB reitera per questo la proposta della realizzazione di un plebiscito per elezione diretta del presidente. Siamo convinti che spetta al popolo, dall’alto della sua sovranità, decidere quale sia il miglior cammino perché il paese superi la crisi e restauri la democrazia.

Questa battaglia per un plebiscito aumenta la possibilità di conquistare i voti necessari per l’assoluzione della presidente Dilma, in quanto dialoga con un gruppo di senatori che difendono la proposta di anticipare le elezioni presidenziali e va nella direzione dell’aspirazione popolare. Inoltre, la bandiera del plebiscito dà una prospettiva, rialimenta di nuove energie la resistenza democratica e popolare per contrapporci al governo illegittimo di Temer.

Le forze democratiche e popolari, le istituzioni che credono nella democrazia, come università, giuristi, avvocati, intellettuali, artisti siamo tutti sfidati  a partire da adesso a rafforzare la mobilitazione del nostro popolo e di ampli settori della società per sconfiggere il golpe nel Senato Federale.

Affrontiamo con fermezza le sfide di questa nuova tappa della lotta contro il golpe, allarghiamo le nostre forze, abbracciamo con entusiasmo l’agenda della mobilitazione del Frente Brail Popular, del Frente Povo sem Medo e delle molteplici articolazioni democratiche affinché cresca la resistenza del popolo, dei lavoratori e di ampi settori progressisti, perché alla fine vinca la democrazia!

Brasilia, 12 maggio  de 2016

Deputata federala Luciana Santos

Presidenta nazionale del  Partido Comunista do Brasil – PCdoB

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Mujeres del mundo uni-vos a la democracia y igualdad! Femmes du monde unissez-vous pour la democratie au Bresil! No al silenzio delle donne progressiste!

Come donne comuniste italiane ed europee, ci uniamo alle donne brasiliane e alle donne progressiste di tutto il mondo in difesa del legittimo governo e della persona di Dilma Rousseff violati dall’impeachment votato dal Parlamento negli scorsi giorni sotto le pressioni del “Movimento Tchau querida, acabou a boquinha”, composto dai colletti bianchi della borghesia brasiliana misogina e reazionaria.

Non a caso nelle ultime settimane slogan e discorsi sessisti, razzisti, omofobi, xenofobi e neonazisti hanno imperversato nelle rete e per le strade del paese.

Irruzioni della polizia in sedi sindacali e politiche, come nel caso della irruzione del 12 marzo, senza alcun mandato della magistratura, nella sede del Sindacato dei metallurgici a Diadema (Sindicato dos Metalúrgicos em Diadema) nel tentativo di fermare Lula nel modo più plateale possibile.

Ma anche a San Paolo, nei giorni successivi, vandali e mercenari hanno attaccato la sede dell’Unione nazionale degli studenti e quella del Partito Comunista del Brasile (PCdoB), con azioni di tipo squadrista che ricordano gli attacchi che precedettero il colpo di stato militare del 1964.

Infinite negli stessi giorni diversi siti web sono stati attaccati e cancellati così come i conti correnti di alcuni militanti e dirigenti politici della sinistra.

Fin dall’inizio questa offensiva – ispirata da settori del potere finanziario internazionale, delle grandi multinazionali e delle vecchie oligarchie che vedono i loro interessi minacciati dai governi popolari – ha mirato non solo a colpire Dilma Rousseff, ma anche ad attaccare i movimenti sociali e politici progressisti, a partire dal PT (Partito dei Lavoratori) con l’obiettivo di far fallire la candidatura dell’ex presidente Lula per il 2018.

L’attacco ha conosciuto un escalation nelle settimane successive, culminando nella messa sotto accusa della presidente Dilma passata a maggioranza in Parlamento. Il nuovo presidente, ”Temer il golpista”, appena insediatosi ha già abolito vari ministeri, fra i quali quello della Gioventù e della Cultura e quello per la Parità di genere e della negritudine, nominando come nuovi ministri personaggi dell’alta borghesia e reazionari, già responsabili del disastro sociale che aveva devastato il Brasile prima dei governi progressisti e che si apprestano a riprendere la vecchia strada.

Decine di migliaia di lavoratori, donne, forze democratiche e progressiste brasiliane stanno in queste ore lottando unite contro questo colpo di stato per la difesa della democrazia, del progresso sociale e della sovranità nazionale e popolare duramente riconquistati.

Raccogliamo e facciamo nostri tutti gli appelli provenienti dalle forze progressiste brasiliane che già con la “Carta aos movimento sociais da America Latina” avevano denunciato il fatto che l’opposizione di destra non si era rassegnata di fronte alla vittoria di Dilma nelle elezioni del 26 ottobre 2014, e che già all’indomani del voto si era attivata per rovesciare il governo legittimo.

Questa ondata reazionaria non è purtroppo limitata al Brasile ma riguarda tutta l’America Latina, che negli ultimi anni si è posta all’avanguardia delle forze progressiste mondiali liberandosi dall’antica “tutela” e soggezione agli Stati Uniti, che a lungo hanno considerato l’America Latina come “il cortile di casa”. È necessario quindi – comela stessa sinistra brasilianasollecita a fare – indagare sulle responsabilità anche degli Stati Uniti, del Pentagono e della Cia in quello che sta accadendo.

Gli attacchi coordinati dei media golpisti di Rede Globo, di gruppi economici e di apparati dello Stato mirano restaurare le vecchie politiche, con tagli ai diritti sociali, destabilizzazione dell’ordine democratico, misure neoliberiste, e campagne internazionali mistificatorie.

In questo senso, riteniamo che sia necessario più che mai, unirsi nella difesa della democrazia brasiliana e di tutte le esperienze progressiste, democraticamente giunte al potere in questi anni in America Latina.

Anche in Europa occorre denunciare con forza, come già stanno facendo le compagne del Movimento democratico delle donne portoghesi, che quello che sta accadendo in Brasile è un vero e proprio colpo di stato e costruire un movimento di solidarietà con Dilma, Lula e l’intero schieramento progressista brasiliano.

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Umanità in transito

di Ada Donno

Qualche tempo fa, cercando non so più che libro sugli scaffali di una libreria remainder, mi è capitato tra le mani un vecchio romanzo di Anna Seghers, Transito, in edizione Oscar Mondadori del 1987, che ricordavo di aver letto molti anni addietro. Anna Seghers è stata una grande scrittrice comunista dell’ex DDR, forse la più grande, che ho incontrato e amato nelle mie letture giovanili. Dei suoi scritti tenevo bene a mente La Settima croce (che lessi forse anche perché incoraggiata da una vecchia riduzione cinematografica con Spencer Tracy, che mi colpì molto); ma di Transito non mi ricordavo quasi più. L’ho acquistato e poi sfogliato con curiosità, attratta anche dalla densa, incisiva introduzione di Christa Wolf – anche lei grande scrittrice dell’ex Germania dell’Est, ma di una generazione successiva – che apre così: “Transito è uno di quei libri che s’innestano dentro la mia vita e che la mia vita non finisce mai di scrivere, sicché ogni due o tre anni devo riprenderli in mano per vedere che cosa è successo nel frattempo a me e a loro”.

Il romanzo è a suo modo autobiografico, uscito in prima edizione nel ’43, ma scritto dalla Seghers negli anni ’40-’41, quasi “in sincronia con gli avvenimenti”, come dice la Wolf: cioè nel momento stesso in cui la scrittrice stessa, insieme ai suoi due figli, stava vivendo il dramma dei profughi, “uno spettrale corteo di milioni di profughi” che vagava per l’Europa in guerra, tentando di sfuggire alla Wermacht.

L’ho riletto, dunque, pagina dopo pagina con crescente rapimento, sempre più stupita che la prima lettura, fatta forse troppi anni addietro, o forse con superficialità, non avesse lasciato in me segno. (Continua a leggere…)

Umanità in transito

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Le compagne a Congresso

Apriamo con questi contributi uno spazio del nostro blog dedicato agli interventi delle nostre compagne nell’ambito dei congressi dell’Anpi che si stanno svolgendo in queste settimane.

I primi due testi che pubblichiamo (l’intervento di Rita Landi al Congresso provinciale dell’ANPI di Pisa che si è tenuto il 19 marzo 2016 e l’articolo di Nunzia Augeri, per “Anpi Oggi”) riguardano entrambi il diritto al voto delle donne, che in Italia fu conseguito nel 1946 e di cui dunque ricorre quest’anno il 70° anniversario. 

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Con il sole o con la pioggia domenica 17 aprile votiamo Si contro le  trivelle in mare

Diffondiamo il più possibile la scadenza sul referendum di domenica 17 aprile: questa cosa devastante non deve passare! Si tratta di una iniziativa importantissima che richiama molte migliaia di persone e rappresenta un vero salto di qualità che  fa ben sperare per il nostro futuro.   

A Milano diffonderemo sabato 18 e domenica 19 il bel volantino contro le trivelle realizzato dal Dipartimento comunicazione del partito. Maria Carla Baroni (Federazione PCdI di Milano)

Con le riserve certe di petrolio nei mari italiani si coprirebbero SOLO 8 settimane di consumi nazionali: nonostante questo, pur di incassare i diritti di estrazione, le royalties, e in cambio di un numero irrisorio di posti di lavoro, il governo vuole danneggiare la bellezza delle nostre coste, il turismo, la pesca sostenibile, la fauna marina, la stessa economia dei territori costieri. C’è poi il rischio di incidenti: tutti i mari del pianeta sono stati colpiti da disastri petroliferi, che sarebbero particolarmente devastanti in un mare chiuso come il Mediterraneo. Per ostacolare il raggiungimento del quorum, il governo ha rifiutato, come data per il referendum, l’abbinamento con le elezioni amministrative di giugno, con una spesa aggiuntiva di 306 milioni che pagheremo noi cittadini e cittadine. La sicurezza energetica per l’Italia può e deve venire dalle energie alternative, compatibili con l’ambiente e con la salute e portatrici di moltissima nuova occupazione.

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Un milione di donne per la Pace

In occasione della Giornata internazionale della donna,  sotto il segno di Policarpa Salavarrieta, “La Pola”, simbolo della lotta delle donne colombiane per l’indipendenza e la dignità, è stata realizzata l’iniziativa “Un Millón de Mujeres de Paz”, che – con il metodo della”multiplicación de 10×10″, attraverso il quale una donna invita dieci altre donne, che a loro volta ne invitano altre dieci, e così via per raggiungere l’obiettivo di un milione di donne – ha unito le organizzazioni e le donne che lottano in una prospettiva di genere per l’affermazione della democrazia e di un fronte ampio per la pace, e in particolare per la controfirma e la verifica degli accordi di pace fra le Farc e il governo colombiano conclusi all’Avana con l’importante mediazione di Cuba.

Le guerrigliere delle Farc-EP impegnate nella delegazione di pace hanno inviato all’iniziativa “Un milione di donne di pace”, un messaggio, tradotto dalla nostra compagna Giusi Greta di Cristina, con cui hanno augurato alle donne riunite il successo nel loro lavoro. “Questo 8 marzo 2016 ha un significato speciale. Non è solo la giornata internazionale delle donne che lavorano, ma anche un momento storico perché siamo sul punto di ottenere la firma di un accordo finale.” 

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Un milione di donne per la Pace

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International Women’s day: feminist left struggles in Europe

 Riceviamo dalle amiche della Rete femminista il report di Cecè Damiani della Casa delle donne di Milano sull’incontro di Bruxelles con le parlamentari europee, di cui avevamo già scritto in un precedente post, in occasione del quale è stato consegnato loro il documento “No muri, no recinti”.  (M. F.)
“Come sapete il 2 ed il 3 marzo si è tenuto a Bruxelles presso la sede del Parlamento europeo l’incontro “International Women’s day: feminist left struggles in Europe” .
L’incontro è stato organizzato dal gruppo parlamentare del GUE/NLG , in particolare da Malin Bjok e da Eleonora Forenza (eurodeputate svedese ed italiana). L’invito a partecipare per quanto ci riguarda (rivolto alle reti  “Donne nella crisi” e “Muri e recinti: non è l’Europa che vogliamo” e all’associazione IFE Italia)   è venuto proprio da Eleonora  che abbiamo ringraziato per l’opportunità offertaci.

International Women's day: feminist left struggles in Europe

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“Bertha vivrà sempre tra noi.”

Berta Cáceres, dirigente del Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), Premio Goldman per l’Ambiente, dopo aver subito a lungo persecuzioni e minacce per la sua battaglia in difesa del patrimonio culturale e ambientale del popolo Lenca, tra i più antichi del continente latinoamericano, è stata assassinata nella notte tra il 2 e il 3 marzo. 

Berta ha difeso e valorizzato fino alla fine i diritti ancestrali del popolo indigeno Lenca, risalenti a prima che fosse loro imposto dai colonizzatori un modello patriarcale basato sullo sfruttamento del lavoro umano e sull’accaparramento delle risorse naturali.

La sua lotta indomabile aveva riguardato anche l’opposizione al progetto idroelettrico Agua Zarca, sostenuto da imprese dell’Honduras ma finanziato anche dal capitale straniero. 

Sull’omicidio della compagna Berta Cáceres, facciamo nostro il messaggio dell’Ufficio regionale americano della Federazione democratica internazionale delle donne (Fdim).

Milena Fiore (Comitato centrale del PCd’I)

Bertha Cáceres

“In tutta la mia vita sono stata consapevole di ciò che può accadere stando in questa lotta, come anche sono cosciente di ciò che siamo di fronte a un potere oligarchico, bancario e finanziario transnazionale, così come di fronte allo stesso Stato dell’Honduras e ai suoi organi repressivi storicamente al servizio degli interessi delle grandi multinazionali. Non mi piegheranno! “(Bertha Caceres, giugno 2013).

L’Ufficio regionale americano della Federazione Democratica internazionale delle donne (Fdim) e le sue 62 organizzazioni affiliate condannano l’assassinio della leader indigena Bertha Cáceres.

I Forum sociali mondiali, la Marcia mondiale delle donne, i Forum dei progetti emancipatori, tra gli altri, hanno visto presente Bertha nel tentativo di costruire un mondo migliore, senza violenza, un mondo di pace, più giusto ed equo, come suprema aspirazione per il futuro dei nostri figli e delle nostre figlie.

Gli assassini hanno spento la vita di Bertha, ma il suo esempio come leader indiscussa, la sua impronta, la sua dedizione e i suoi sogni non saranno troncati, continueranno ad accompagnare tutti gli uomini e le donne che come lei lottano contro la povertà, l’ingiustizia, la disuguaglianza e Il potere egemonico dei grandi circoli del potere imperiale.

La nostra solidarietà e le nostre sincere condoglianze a tutti i tuoi familiari, amici e amiche e al popolo honduregno.
Bertha vivrà sempre tra noi.

Federazione Democratica internazionale delle donne, Regione America e Caraibi

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“Sguardi sconfinati”

Un corto realizzato dalle amiche dell’Associazione Nondasola di Reggio Emilia al termine di un percorso di incontri tra donne native e  migranti a seguito dei fatti di Parigi.

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“Guerra alla guerra”!

Il 12 marzo, nell’ambito della mobilitazione contro la guerra che coinvolgerà varie città d’Italia, saremo in piazza assieme al nostro partito e alle altre forze che si stanno attivando nella lotta per la pace, esprimendo le nostre posizioni e portando il nostro contributo di idee e di impegno. Già da mesi questi temi sono al centro dell’attenzione del Partito e di tutto l’arco delle forze più avanzate del nostro paese; importante in questo quadro è la campagna per “l’uscita dell’Italia dalla Nato e per un’Italia neutrale” alla quale hanno già aderito molte compagne e molti compagni del PCdI. 

Da sempre il movimento femminista internazionale è in prima fila nella lotta contro la guerra, oggi più che mai prioritaria nel mondo intero. A un secolo dallo scoppio della prima guerra mondiale, ricordiamo con orgoglio l’impegno fortissimo di donne comuniste come Rosa Luxemburg, Clara Zetkin e Aleksandra Kollontaj nel promuovere quel movimento internazionale e internazionalista contro la guerra che tanta importanza ebbe nella nascita dei partiti comunisti e della Terza internazionale, intrecciandosi alla lotta per l’emancipazione femminile, del proletariato e dei popoli oppressi.

Nel quadro drammatico di oggi, le donne – come dimostrano gli appelli che costantemente ci giungono dalle organizzazioni femminili siriane, sahrawi, libanesi, palestinesi, russe, latinoamericane – sono di nuovo in prima fila nella difesa della pace, contro la Nato e l’imperialismo. Sarebbe importante che la stessa data dell’8 marzo, ormai vicinissima, fosse l’occasione per riportare al centro dell’attenzione questo problema centrale nella nostra epoca.

In vista del 12 marzo, facciamo nostro e rilanciamo il documento col quale il nostro Partito aderisce alle manifestazioni, con la sua posizione autonoma e unitaria.  Nel ricordare la lotta secolare delle donne, e delle comuniste in primo luogo, contro la guerra, l’imperialismo e il fascismo, pubblichiamo l’audio del discorso col Clara Zetkin nel 1932, intervenendo al Reichstag, si oppose ai nazisti ormai vicini al potere. 

Milena Fiore (Comitato centrale del PCdI)

 

 

 "Guerra alla guerra"!

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Vogliamo un mondo nel segno del femminile!

Riceviamo dalle nostre carissime amiche della Casa delle donne di Milano e rilanciamo anche dal nostro blog il documento “No muri, no recinti” che domani la Rete femminista consegnerà alle parlamentari europee domani a Bruxelles, rivendicando le sacrosante ragioni di un’Europa solidale e inclusiva. (M. F.)

Rete femminista “No muri, no recinti”

Primum vivere, prima le Persone

Chiediamo alle Istituzioni europee di garantire che i fondi per l’immigrazione concessi agli Stati membri non vengano usati per costruire muri, recinti e fili spinati, negando in questo modo lo spirito stesso di Schengen. Sull’esempio del progetto “Mediterranean Hope” chiediamo invece che i fondi siano destinati all’accoglienza dei richiedenti asilo in base all’art. 25 del Regolamento (CE) n.810/2009 del 13 luglio 2009 relativo al Codice comunitario dei visti, sottraendo così migliaia di persone alla morte, allo sfruttamento e alle violenze, e consentendo loro il libero accesso all’interno dello spazio europeo.

Il sogno di un’Europa solidale e inclusiva, mai realmente nata, sta ora definitivamente tramontando nel cinismo e nell’ipocrisia delle politiche comunitarie sull’immigrazione. Inutili parole “umanitarie” vengono smentite da accordi che mirano a costruire un vero e proprio muro della vergogna a sud dell’Europa, bloccando il libero accesso a migliaia di donne, di uomini e di bambini in fuga dalle guerre e dalla fame.

Chiediamo

  • che vengano ascoltate le voci di chi si oppone a questa deriva politica, etica, culturale e umana,

  • che finisca l’orrore dei respingimenti collettivi,

  • che si smetta di “selezionare” i migranti per categorie come se fossero non-persone.

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Messaggio di solidarietà con la rivoluzione bolivariana dal Summit dei popoli di Bruxelles

da una segnalazione della compagna Ada Donno, Federazione PCdI di Lecce

Costruendo l’alternativa

Febbraio 2016
Il 6 dicembre scorso, l’opposizione di destra ha vinto le elezioni legislative in Venezuela, ottenendo 112 deputati su 167 nell’Assemblea Nazionale. Questa è la prima vittoria elettorale della destra dall’inizio del processo bolivariano nel 1998.
Il rischio di vedere una battuta d’arresto nelle politiche progressiste che hanno notevolmente migliorato la vita della popolazione è grande.
Con il presente messaggio, vogliamo rivolgerci al popolo venezuelano, a ogni persona che sostiene e difende un progetto di società alternativa e resistente al diktat neoliberista.

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Messaggio di solidarietà con la rivoluzione bolivariana dal Summit dei popoli di Bruxelles

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“La guerra non ha un volto di donna: l’epopea delle donne sovietiche nella seconda guerra mondiale”

Da una segnalazione delle compagne Maria Carla Baroni, Federazione PCdI di Milano, e Pietrina Chessa, Federazione PCdI di Cagliari.

“Carissime compagne
ho appena finito di leggere un libro straordinario, anche se straziante nel contenuto, che a mio parere bisogna assolutamente conoscere: “La guerra non ha un volto di donna: l’epopea delle donne sovietiche nella seconda guerra mondiale” di Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la letteratura 2015.
Nessuno/a sapeva, a proposito della storia sempre scritta da uomini, che parteciparono alla seconda guerra mondiale quasi un milione di donne, quasi sempre volontarie, spessissimo dai 16 ai 20 anni al momento di andare al fronte, non solo come infermiere, chirurghe, radiotelegrafiste, cuciniere e lavandaie ( in quel contesto anche questi compiti erano eroici) ma anche come soldate di fanteria, addette alla contraerea, capostazione antiaerea, carriste, geniere sminatrici, aviatrici, titarici scelte, anche come ufficiali.
Le cose che mi hanno colpito sono troppe e non ho tempo di indicarle: comunque ognuna potrà fare le sue considerazioni da sola.” (Maria Carla Baroni)

Per approfondire sul ruolo delle donne combattenti sovietiche cliccare qui

La guerra non ha un volto di donna

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Le donne venezuelane sostengono Maduro

Pubblichiamo l’appello stilato dall’Ufficio Regionale per il Coordinamento della Federazione democratica internazionale delle donne (FDIM) in America e nei Caraibi a sostegno del processo bolivariano e del presidente Maduro nella lotta alla crisi economica e ai tentativi di sabotaggio portati avanti da alcuni gruppi capitalistici venezuelani.

A questo si aggiungono le continue ingerenze internazionali, manifestatesi recentemente anche nell’accordo tra il governo della Guyana e la multinazionale petrolifera Exxon Mobil per alcune trivellazioni in acque la cui sovranità è ancora in discussione.

Ringraziamo per la traduzione l’Osservatorio per la solidarietà dell’Ambasciata della Repubblica bolivariana del Venezuela presso la Repubblica italiana. (M. F.)

Le donne venezuelane sostengono Maduro

Le organizzazioni di donne venezuelane hanno espresso in Piazza Bolivar di San Cristobal la loro posizione sui provvedimenti del decreto di emergenza economica varati dell’esecutivo per proteggere i diritti sociali Venezuelani.

L’Unione Nazionale delle Donne (UnaMujer), piattaforma che riunisce più di 400 gruppi femministi nel paese, è stata creata per unificare gli sforzi per contribuire al consolidamento dei compiti principali della nazione: il rafforzamento del socialismo bolivariano basato su uguaglianza e inclusione sociale e il modello di sviluppo produttivo.

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Le donne venezuelane sostengono Maduro

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In Italia le donne sono tornate ad abortire clandestinamente

Rilanciamo dal nostro blog l’interessante analisi della blogger Simona Sforza sul decreto del governo, che aumenta le sanzioni per l’aborto clandestino senza curarsi degli ostacoli che l’applicazione che la legge 194 sta incontrando, a partire dalla crescita impressionante dei medici obiettori, per cui oggi nel 35% degli ospedali pubblici non è possibile abortire legalmente. A sollevare questo problema è anche un appello-petizione promosso da professioniste e professionisti della salute riproduttiva (clicca qui per leggere il testo della petizione).  M. F.

Il 6 febbraio è entrato in vigore un decreto che depenalizza, tra gli altri, il reato di aborto clandestino (Art. 19, co. 2, della legge 194/1978). La donna che ricorre ad aborto clandestino viene punita con una sanzione amministrativa, anziché con una multa di rilievo penale. Peccato che l’ammontare della sanzione è stato innalzato e può raggiungere anche i 10.000 euro.

Una scelta politica che di fatto colpisce le donne, senza indagare su cosa genera il ritorno agli aborti clandestini, senza ragionare sui livelli a cui è giunta l’obiezione di coscienza. Le donne sono tornate ad abortire clandestinamente, perché l’iter previsto dalla 194 è diventato un percorso ad ostacoli. Viviamo in uno Stato in cui la salute e la vita delle donne sono in pericolo, come se la loro salvaguardia non sia una priorità, come se in qualche modo queste siano questioni secondarie, di serie B.

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aborto clandestino

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A 25 anni dalla guerra del Golfo, che ha aperto una nuova fase di guerre, terrorismi e instabilità internazionale, manifestiamo a Roma e a Milano per dire “No alla guerra!”.

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NEL 25° DELLA GUERRA DEL GOLFO
LE DONNE ALZINO LA LORO VOCE PER DIRE NO A TUTTE LE GUERRE
LA GUERRA SOTTRAE RISORSE ALL’UMANITÀ
LA GUERRA CI TOGLIE IL FUTURO

Il 17 gennaio 1991 iniziava nel Golfo
la guerra che apriva la drammatica fase storica che stiamo vivendo.

Questa guerra, preparata e provocata da Washington col sostegno degli abilissimi strateghi dell’informazione, veniva lanciata nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, stavano per dissolversi il Patto di Varsavia e la stessa Unione Sovietica.

L’operazione militare era condotta da una coalizione internazionale agli ordini di un generale Usa, (750 mila uomini, di cui il 70 % statunitensi). Partecipava anche l’Italia con i suoi caccia Tornado.

Alla guerra seguiva l’EMBARGO, che provocava nella popolazione più vittime della guerra: oltre un milione, tra cui circa la metà bambini.

La NATO, pur non partecipando ufficialmente a quella guerra, mise a disposizione le sue forze e le sue strutture e pochi mesi dopo, novembre 1991, varava il «nuovo concetto strategico dell’Alleanza».

Con la Guerra del Golfo di 25 anni fa, nasceva la strategia che ha guidato le successive GUERRE sotto comando Usa: Jugoslavia nel 1999, Afghanistan nel 2001, Iraq nel 2003, Libia nel 2011, Siria 2013. Guerre accompagnate nello stesso quadro strategico di altre guerre: Israele contro il Libano e Gaza, Turchia contro i curdi del Pkk, Arabia Saudita contro lo Yemen e dalla formazione dell’Isis e altri gruppi terroristi funzionali alla strategia Usa/Nato. Non è mancato l’uso di forze neonaziste per il colpo di stato in Ucraina, funzionale alla nuova guerra fredda e al rilancio della corsa agli armamenti nucleari.

SIA L’IMPEGNO DELLE DONNE IN PRIMA LINEA
NELPROMUOVERE
IL RISPETTO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE E DEL DIALOGO
AL FINE DI ADDIVENIRE A UNA
LA PACE DURATURA CON GIUSTIZIA

Awmr – Italia (Donne della regione mediterranea)

 

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Basta guerre

Care compagne e cari compagni,

è stata indetta per il 16 gennaio una giornata di mobilitazione nazionale contro la guerra che ha già avuto momenti di importante iniziativa in diversi territori. Qualora ci fossero altre iniziative in corso o in preparazione, comunicatemele subito, così da pubblicizzarle e metterle sui siti.

Questa giornata è nata a seguito di un appello della Piattaforma No Euro di cui fanno parte sia il PCdI che l’Associazione per la ricostruzione del partito comunista. Vi invio in allegato l’appello – che vi prego di far circolare il più possibile, utilizzando tutti gli strumenti a vostra disposizione – , le adesioni finora raccolte e la locandina.

La giornata del 16 sarà caratterizzata da due iniziative alle quali è opportuno organizzare la massima partecipazione. Una a Milano ed una a Roma, come potrete vedere sulla locandina.

Inutile dirvi che si tratta di una giornata di mobilitazione più che significativa, perché è la prima dopo un lungo silenzio ed una assenza totale di iniziativa politica che va colmata con urgenza, sia attraverso la partecipazione alle iniziative che organizzando dibattiti, sit in, volantinaggio, utilizzo della rete.

La data del 16 è stata scelta perché proprio il 16 ci fu il primo intervento nella prima guerra all’Iraq. Da allora sono passati 25 anni in cui la guerra “a pezzi” è sempre continuata. Una drammatica escalation che è sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere. E’ recente la notizia che sono pronti 6000 soldati, tra marines e truppe europee che, a guida italiana, interverranno militarmente in Libia.

Di questa politica dissennata, causa di milioni di morti e della spaventosa crisi migratoria, il governo italiano è complice, stracciando ogni giorno il dettato della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra.

Il PCdI fa grande affidamento su tutte e tutti voi. Il No alla guerra è un punto decisivo, fondante, della ricostruzione del partito comunista e noi dobbiamo spendere su questo il massimo impegno e la massima passione politica.

Vi ringrazio e vi invio fraterni saluti.

La Presidente del Comitato Centrale

Manuela Palermi

***

Noi ripudiamo la guerra!

A 25 anni dallo scoppio della guerra nel Golfo, sabato 16 gennaio si terrà a Roma (piazza Esquilino, ore 14,00) e a Milano (piazza San Babila, ore 15,00) si terrà manifestazione unitaria per dire No alla Nato e al sistema di guerra che continua a insanguinare il mondo.

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Anche noi saremo in piazza con l’auspicio della formazione di più ampio fronte di pace e per l’uscita della Nato dall’Europa, il rispetto del principio internazionale della sovranità e per l’amicizia tra i popoli. Saremo in piazza con la consapevolezza di un anniversario che purtroppo ancora bagna di sangue le coscienze occidentali. Riportiamo a tal fine la ricostruzione di quelle terribili settimane e della nuova fase storica che quella guerra aprì, elaborata dal Comitato No guerra No Nato, che ricorda opportunamente come lo stesso ruolo della Nato sia cambiato dopo il crollo del campo socialista, e come il nuovo “concetto strategico” e le modifiche apportate alla sua Carta costitutiva ne abbiano ulteriormente allargato il campo di intervento, costituendo un pericolo ancora maggiore per la pace nel mondo di quanto già la Nato non fosse stata fino al 1991. (M. F.)

 Venticinque anni fa, nelle prime ore del 17 gennaio 1991, iniziava nel Golfo Persico l’operazione «Tempesta del deserto», la guerra contro l’Iraq che apriva la fase storica che stiamo vivendo.

Questa guerra, preparata e provocata da Washington, veniva lanciata nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, stavano per dissolversi il Patto di Varsavia e la stessa Unione Sovietica. Approfittando della crisi del campo avversario, gli Stati Uniti rafforzavano con la guerra la loro presenza militare e influenza politica nell’area strategica del Golfo.

La coalizione occidentale, formata da Washington, inviava nel Golfo una forza di 750 mila uomini, di cui il 70% statunitensi, agli ordini di un generale Usa. Per 43 giorni, l’aviazione statunitense e alleata effettuava, con 2800 aerei, oltre 110 mila sortite, sganciando 250 mila bombe, tra cui quelle a grappolo che rilasciavano oltre 10 milioni di submunizioni.

Partecipavano ai bombardamenti, insieme a quelle statunitensi, forze aeree e navali britanniche, francesi, italiane, greche, spagnole, portoghesi, belghe, olandesi, danesi, norvegesi e canadesi.

Il 23 febbraio le truppe della coalizione, lanciavano l’offensiva terrestre. Essa terminava il 28 febbraio con un «cessate-il-fuoco temporaneo» proclamato dal presidente Bush.

La guerra del Golfo fu la prima guerra a cui partecipava, sotto comando Usa, la Repubblica italiana, violando l’articolo 11, uno dei principi fondamentali della propria Costituzione. I caccia Tornado dell’aeronautica italiana effettuarono 226 sortite, bombardando gli obiettivi indicati dal comando statunitense.

Nessuno sa con esattezza quanti furono i morti iracheni nella guerra del 1991: sicuramente centinaia di migliaia, per circa la metà civili. Alla guerra seguiva l’embargo, che provocava nella popolazione più vittime della guerra: oltre un milione, tra cui circa la metà bambini.

Subito dopo la guerra del Golfo, gli Stati Uniti lanciavano ad avversari e alleati un inequivocabile messaggio: «Gli Stati Uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana» (Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, agosto 1991).

La Nato, pur non partecipando ufficialmente, in quanto tale, alla quella guerra, mise a disposizione le sue forze e le sue strutture. Pochi mesi dopo, nel novembre 1991, il Consiglio Atlantico varava, sulla base della guerra del Golfo, il «nuovo concetto strategico dell’Alleanza». Nello stesso anno in Italia veniva varato il «nuovo modello di difesa» che, stravolgendo nuovamente la Costituzione, indicava quale missione delle forze armate «la tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario».

Nasceva così la strategia che ha guidato le successive guerre sotto comando Usa – contro la Jugoslavia nel 1999, l’Afghanistan nel 2001, l’Iraq nel 2003, la Libia nel 2011, la Siria dal 2013 – accompagnate nello stesso quadro strategico dalle guerre di Israele contro il Libano e Gaza, della Turchia contro i curdi del Pkk, dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, dalla formazione dell’Isis e altri gruppi terroristi funzionali alla strategia Usa/Nato, dall’uso di forze neonaziste per il colpo di stato in Ucraina funzionale alla nuova guerra fredda e al rilancio della corsa agli armamenti nucleari. 

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