Ann Jones: “La guerra contro le donne”

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articolo segnalato dal compagno Mauro Gemma

Sono stati documentati tantissimi episodi di violenza contro le donne nelle forze armate, dallo stupro all’omicidio, individuati solo fortuitamente, visto l’insabbiamento ad opera della catena di comando.
D’altra parte, la violenza domestica contro le donne civili non può essere sempre riportata o valutata del tutto, quindi la sua piena portata sfugge all’attenzione. Gli uomini preferiscono mantenere la finzione storica che la violenza in casa è una loro questione privata, opportunamente e legalmente nascosta dietro una “cortina”.
In questo modo vengono conservate l’impunità e la tirannia maschile.
Le donne si aggrappano ad una finzione della nostra condizione: che noi donne siamo molto più “uguali” di quello che noi siamo nella realtà.
Invece di affrontare la violenza maschile, noi ancora preferiamo addossare la colpa della violenza alle singole donne e ragazze, vittime di essa – come se queste si offrissero volontariamente.
Ma allora, come spiegare il fatto dissonante che almeno una su tre donne-soldato usamericane viene aggredita sessualmente da un uomo suo “superiore”? Sicuramente, non è questo che le donne usamericane avevano in mente quando hanno firmato per i Marines o per l’addestramento al volo nell’Air Force.
In realtà, tante ragazze adolescenti entrano volontarie nell’esercito proprio per sfuggire alla violenza e agli abusi sessuali nelle case o per le strade della loro infanzia.
Non fraintendetemi, i militari non sono i soli, e nemmeno i fuori dal comune, a terrorizzare le donne.
La guerra più ampia usamericana nei confronti delle donne si è intensificata su molti fronti, anche qui a casa, giusto in concomitanza con le nostre guerre all’estero.
Tali guerre all’estero hanno causato la morte di innumerevoli migliaia di civili, molti dei quali donne e bambini, che potrebbero far sembrare le battaglie private dei guerrieri domestici come Shane, qui negli Stati Uniti, ben poca cosa al confronto.
Ma sarebbe un errore sottovalutare la potenza di fuoco dei vari Shane del nostro mondo usamericano. Le statistiche ci dicono che una pistola legale è stata il mezzo più popolare per mandare all’altro mondo le donne e le mogli, ma quando si tratta di ragazze, gli ignobili individui preferiscono picchiarle a morte.
Durante gli attacchi terroristici dell’11 settembre contro gli Stati Uniti sono state uccise qualcosa come 3.073 persone. A partire da quel giorno fino al 6 giugno 2012, 6.488 soldati statunitensi sono caduti in combattimento in Iraq e in Afghanistan, portando il bilancio dei morti causati dalla guerra degli Stati Uniti contro il terrorismo, in patria e all’estero, al numero di 9561.
Nello stesso periodo, 11.766 donne sono state trucidate negli Stati Uniti dai loro mariti o fidanzati, sia militari che civili.
Il maggior numero di donne uccise qui a casa nostra è una misura della portata e dell’intensità furiosa della guerra contro le donne, una guerra che minaccia di continuare per molto tempo dopo che la guerra al terrorismo, un’idea sbagliata, sarà divenuta Storia.

Ann Jones, storica, giornalista, fotografa e collaboratrice costante di TomDispatch, ha raccontato la violenza contro le donne negli Stati Uniti in diversi libri, fra cui i classici del femminismo “Women Who Kill – Donne che uccidono” (1980) e “Next Time, She’ll Be Dead – La prossima volta, sarà lei ad essere uccisa” (2000), prima di recarsi in Afghanistan in 2002 per lavorare con le donne.  Ha pubblicato nel 2006 “Kabul in Winter – Kabul in inverno” e nel 2010 “War Is Not Over When
It’s Over – La guerra non è finita quando è finita”

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