PER L’ASSEMBLEA NAZIONALE DELLE DONNE COMUNISTE – A.Do.C.

La condizione delle donne nel nostro Paese è la peggiore tra quella dei grandi Paesi europei e la stessa O.N.U., all’inizio del 2012, ha indicato l’Italia come caso di studio, insieme ad alcuni Stati arabi,  per quanto riguarda la scarsa applicazione della Convenzione per eliminare la discriminazione contro le donne (C.E.D.A.W.), approvata dall’Assemblea generale dell’O.N.U. nel 1979 e ratificata dall’Italia nel 1985.

         Per alcuni aspetti, come ad es. la presenza delle donne nei Parlamenti nazionali, l’Italia è al 69esimo posto nel mondo, in posizione molto più arretrata di numerosi Paesi asiatici e africani, in cui la democrazia rappresentativa è assai più giovane.

         Limitando l’analisi all’Europa, per evidenti motivi di affinità socioeconomica e geopolitica, possiamo indicare come cause storiche dell’arretratezza italiana rispetto a quanto avviene negli altri grandi Paesi del nostro continente:

1)      il ritardo nell’industrializzazione, verificatasi in Italia nell’ultimo decennio dell’800, e il ritardo nell’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro dipendente retribuito, avvenuto soltanto negli anni ’70 del secolo scorso;

2)      il fascismo, con i suoi venticinque anni di oppressione, particolarmente ottusa e feroce nei confronti delle donne, considerate unicamente come fattrici di nuovi esseri umani, meglio se maschi, da usare come carne da cannone per conquistare l’Impero;

3)      l’incombenza nella politica italiana dello Stato della Città del Vaticano, caso unico al mondo di una religione fattasi Stato, frutto particolarmente avvelenato del fascismo, con il Concordato del 1929, che Antonio Gramsci aveva considerato una interferenza di sovranità da parte di uno Stato estero, di fronte al quale lo Stato italiano aveva capitolato.  Dopo la fine della D.C. e del suo ruolo di mediazione tra Stato e Chiesa, suoi esponenti si sono sparpagliati in quasi tutti i partiti politici, condizionandone le azioni in merito alla condizione della donna, ai diritti civili e all’autodeterminazione,  e lo stesso Vaticano è sceso direttamente in campo come soggetto politico in proprio, e quindi portatore di posizioni relative, pretendendo però di rappresentare verità assolute e valori non negoziabili in quanto di origine divina.

         Come cause culturali e insieme strutturali della particolare arretratezza della condizione della donna in Italia rispetto all’Europa possiamo evidenziare:

1)      le caratteristiche del capitalismo nostrano, che non investe in ricerca e innovazione nelle scelte produttive, né in formazione, motivazione e fidelizzazione dei e delle dipendenti, ma punta tutto sulla riduzione del costo del lavoro (basse retribuzioni, precariato, assunzioni prevalentemente in qualifiche medio basse, preferenza all’assunzione di uomini che non vanno in maternità), mentre la dirigenza delle imprese negli altri Paesi è assai più aperta riguardo all’organizzazione del lavoro, ai congedi parentali per gli uomini (che favoriscono la condivisione dell’attività di cura tra i generi, mentre in Italia si punta sulla cosiddetta conciliazione tra lavoro per il mercato e lavoro di cura, posta a carico esclusivamente delle donne); maggiore apertura dovuta alla consistente presenza femminile ai massimi livelli direttivi, che fa migliorare l’organizzazione del lavoro, le relazioni interpersonali e l’efficienza complessiva, facendo lievitare anche i profitti; 

2)      il “virilismo”, o culto delle virilità, inventato alla fine dell’Ottocento per proteggere la mascolinità tradizionale in un’epoca di grandi trasformazioni economiche e sociali, divenuto pilastro delle culture autoritarie e nazionaliste, associato con i principi di gerarchia, forza e autorità, che, in concomitanza con le vicende storico-politiche, ha dimostrato e dimostra una persistenza straordinaria nella cultura italiana, anche se da qualche anno alcune associazioni e gruppi di uomini  riflettono criticamente sul modo atavico di essere uomini e ricercano una nuova identità maschile;

3)      il familismo, struttura antropologica della società italiana, non compensato, nonostante le lotte delle donne comuniste, da adeguate politiche pubbliche e da uno stato sociale sufficientemente ed equamente diffuso nell’intero Paese, così da socializzare il lavoro di cura, che, in ogni caso, deve essere condiviso tra i generi;

4)      la mancanza di ricambio nella classe politica, caratterizzata dall’appartenenza quasi esclusiva al genere maschile e a elevate classi di età e con una bassissima presenza operaia  e comunque  del lavoro dipendente.

          A portare la condizione delle donne italiane al livello europeo non sono  bastate né la presenza del più grande partito comunista d’Occidente, di un forte movimento operaio e sindacale, di storiche lotte delle donne a partire da poco dopo la Liberazione (le tabacchine al Sud, le operaie tessili nelle fabbriche del Nord, le mondine, le mezzadre e le braccianti nelle occupazioni delle terre per la riforma agraria, le impiegate statali), di un innovativo movimento studentesco e – dall’inizio degli anni ’70 – di un articolato e vitale movimento femminista, né le lotte vincenti per i diritti civili e per l’autodeterminazione innescate dai e dalle radicali: soggetti e fenomeni che, favoriti dal diffondersi dell’industrializzazione e dal miglioramento delle condizioni economiche, hanno comunque determinato la grande ondata di modernizzazione e di laicizzazione della società italiana dalla fine degli anni ’60 all’inizio degli anni ’80.

         A riprova che l’oppressione di genere, con le disuguaglianze che ne derivano, è questione specifica, non riconducibile alla contraddizione di classe, non risolvibile nè mediante la lotta di classe di per se sola, né mediante   un generale miglioramento delle condizioni socioeconomiche.

         E’ questione che risale a vari millenni fa, all’inizio della Storia, e che ha caratterizzato anche civiltà per altri aspetti grandi, come quella greca e quella ebraico/cristiana; non dimentichiamo inoltre che la stessa Rivoluzione Francese, la quale, portando la borghesia alla ribalta della storia, ha prodotto la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (inteso solo come genere maschile), ma ha decapitato Olympe de Gouges, che aveva osato scrivere  la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Non dimentichiamo le stesse lotte operaie dell’800 e dell’inizio ‘900, in cui gli operai erano contrari all’assunzione delle donne della loro stessa classe, viste come concorrenti nella rincorsa della sopravvivenza.

         Non dimentichiamo che anche adesso sindacalisti uomini firmano accordi, come allo stabilimento Fiat di  Pomigliano d’Arco, che penalizzano pesantemente le operaie rispetto agli operai, ad es. escludendole di fatto dal premio di produzione. Se il sindacato accetta che il salario sia in buona parte basato sulla produttività, questa conseguenza è inevitabile, ma è indispensabile metterne in luce la discriminazione contro le donne.

         Per chiarire una volta per tutte che le discriminazioni e le disuguaglianze di genere esistono anche all’interno delle classi lavoratrici e della stessa condizione operaia, citiamo alcuni passaggi dell’inchiesta Fiom del 2008 sulle condizioni di lavoro e di vita delle donne metalmeccaniche. “Dall’inchiesta (sulle condizioni di lavoro nel settore metalmeccanico in Italia) emerge anche una questione specifica, che è quella femminile, drammaticamente presente come condizione di maggior svantaggio e di maggiore sofferenza su tutti gli aspetti, così che anche quando le condizioni di lavoro sono pessime per tutti, per le donne finiscono sempre per essere peggiori”. E ancora: “Le donne continuano a vivere una condizione di maggior fatica e di maggior sfruttamento, perché a loro continuano a essere offerti i posti di lavoro peggiori e perché su di loro pesa tutto il lavoro riproduttivo”. E ancora: “le donne guadagnano sempre meno (degli uomini), anche a parità di livello, di anzianità lavorativa, perfino di orario di lavoro”: E ancora: “Per le donne, inoltre, i ritmi di lavoro sono più incessanti e i margini di autonomia e di controllo della prestazione minori”. 

         Quasi in ogni tempo e paese (escluse attualmente le pochissime comunità matriarcali tuttora esistenti, ad es. i Moso nello Yunnan e i Minangkabau a Sumatra), così come in ogni classe sociale, sia pure in forme diverse e di diversa gravità, le donne sono state e sono tuttora oppresse, svantaggiate, discriminate e ostacolate, dagli uomini e rispetto agli uomini, proprio in quanto donne. Così come è tuttora esercitata, in tutto il mondo cosiddetto civilizzato e in tutte le classi sociali, dai dirigenti e dai professionisti come dagli operai e dai sottoproletari, la violenza degli uomini contro le donne: fisica (fino al femminicidio), sessuale (fino allo stupro), psicologica, economica.

         La contraddizione di genere è ben più antica del capitalismo, ma è stata da questo assunta in quanto funzionale a mantenere divisioni nel corpo sociale, anche all’interno delle stesse classi lavoratrici.

         Il PdCI, in quanto si pone l’obiettivo di ricostituire nel tempo un partito comunista di massa in grado di superare il sistema capitalistico, non può più eludere la contraddizione di genere in tutta la sua portata, che va affrontata insieme a quella capitale lavoro e a quella capitale natura. Le tre contraddizioni si intrecciano in molti modi e senza capire e affrontare questi intrecci, e senza tener conto di quanto è avvenuto nel mondo anche al di fuori del pensiero e della tradizione comunista, non è possibile dotarci di una teoria e di una prassi che ci consentano di perseguire scopi  ambiziosi e difficili da raggiungere come quelli che ci poniamo.

         E proprio perché agisce nel Paese europeo con la più arretrata condizione femminile, il nostro partito – proprio in quanto partito comunista al passo con i tempi e inserito nella sua realtà – ha il dovere politico ed etico di farsi carico della contraddizione di genere con tutta la determinazione necessaria.

         Occorre partire da un dato di fatto: il PdCI non è in grado –attualmente – di interessare, attirare e aggregare le donne, che costituiscono il 52%  della popolazione italiana.

         Tutti i partiti italiani soffrono di una scarsa partecipazione femminile, non perché le donne non siano propense a un impegno sociale o collettivo, tanto è vero che sono numerosissime  e molto attive nei movimenti misti e nel volontariato, cattolico e laico: quanto piuttosto per la struttura stessa dei partiti politici, organizzazioni gerarchiche e selettive pensate da uomini per gli uomini, in un’epoca in cui le donne erano totalmente relegate nella dimensione privata, cioè privata della dimensione pubblica.

         Questa non è una né una giustificazione, nè una consolazione, tanto più in quanto  altri partiti del centrosinistra italiano e altri partiti comunisti nel mondo sono più avanti del nostro nel farsi carico della questione di genere.

         Il PdCI nel suo complesso, che a livello nazionale dichiara un 18% di compagne sul totale degli iscritti, non si è mai accorto di questo evidentissimo squilibrio nella sua composizione di genere o, se se ne è accorto, non l’ha considerato un problema da affrontare.

         Non solo: il partito nel suo complesso non si è reso conto che molte compagne se ne sono andate in questi ultimi anni non solo per i motivi per cui se ne sono andati anche molti compagni (stanchezza, delusione, il non reggere alle difficoltà crescenti imposteci dalla fase politica, opportunismo), ma proprio perché contrariate e/o deluse dalla mancanza di politiche di genere, dalle modalità maschili di fare politica e dai comportamenti spiccioli, tutti discriminanti.

         Per le compagne è molto faticoso lottare nella società in quanto comuniste e –contemporaneamente – nel partito in quanto donne. Se non sono dotate di una particolare coscienza di genere e di una particolare determinazione, preferiscono lasciare e dedicarsi ad altro, come ad es. l’impegno nel sociale.

         Il fatto che la questione di genere sia ancora vissuta dai più, nel nostro stesso partito, o come questione marginale che interessa solo le donne, o come questione di categoria o di soggetto debole da tutelare, o come argomento trito e noioso, ci porta a dire che esiste ancor oggi, nel PdCI come nell’intera società, una “questione maschile” più che una questione femminile.

         La composizione paritaria del Comitato centrale ( e solo di questo organismo), realizzata a conclusione di tre congressi nazionali, è stata un tentativo generoso quanto ingenuo, che non ha inciso – e non poteva incidere – nella mentalità dei compagni e della maggior parte delle compagne, nei comportamenti individuali e collettivi, nei meccanismi consolidati di formazione degli organismi dirigenti a ogni livello e di individuazione delle candidature e degli incarichi.

         L’abbandono di tale tentativo, al congresso nazionale dell’ottobre 2011, ha avuto quanto meno il merito di innescare, per reazione, da parte di un gruppo di compagne di varie città, un processo che dovrà attrezzare il partito ad affrontare i problemi alla radice.   

         Partendo da un dato di fatto: la scarsissima partecipazione di donne alla vita del partito è un problema del partito, non delle donne.

         La crisi economica strutturale – crisi del capitalismo – che dal 2007 interessa  i paesi del Nord del mondo, colpisce pesantemente i ceti popolari e i ceti medi e, al loro interno, in particolare le donne; ciò rende oggettivamente più difficile riuscire a coinvolgere nell’ impegno politico persone particolarmente gravate da molteplici problemi.

          Ma questa è la situazione in cui ci è toccato  vivere e operare e dobbiamo farlo al meglio delle nostre possibilità, con la consapevolezza che aprire il partito alle donne e alle questioni di genere è parte molto importante del risalire la china.

         Dobbiamo agire su un doppio fronte: 1) l’azione politica e culturale all’interno del partito con nuovi strumenti, che si trasformi in azione esterna in grado di contribuire sia alla crescita politica e quantitativa del partito, sia al miglioramento della condizione della donna nel nostro Paese; 2) l’individuazione e l’uso di norme e meccanismi interni che agevolino la partecipazione delle compagne agli organismi e alle sedi decisionali, in analogia a quanto è sempre più diffusamente previsto dalla legislazione statale e regionale, nel nostro come negli altri Paesi europei, e da normative interne di molteplici soggetti pubblici e privati in ogni settore di attività.

         Come nuovi strumenti indichiamo:

1)      l’Assemblea Nazionale delle Donne Comuniste (A.Do.C. nazionale) come luogo delle donne nel partito e per il partito, luogo aperto, accogliente, includente in cui sperimentare e trovare parole, azioni e strategie per affermare la libertà femminile contro le discriminazioni di genere, dentro il partito e nella società, e per portare nella politica il punto di vista delle donne in merito a obiettivi, priorità, strumenti; costituito alla pari da tutte e solo le compagne  interessate a farne parte, dalle semplici iscritte alle dirigenti a ogni livello alle donne con incarichi istituzionali; senza numeri precostituiti e senza gerarchie; funzionante con le modalità approvate dalle compagne partecipanti alle sedute della fase costituente, mantenendo però –sempre- la totale apertura a tutte le compagne che via via si aggiungessero (organizzazione delle attività, responsabilità di lavoro, rappresentanza esterna all’A.Do.C. –nel partito e nella società -, rapporti con gli organismi dirigenti del partito ai vari livelli, frequenza delle riunioni, modalità di convocazione, ecc.);

2)      Assemblee locali delle Donne Comuniste (A.Do.C. locali) a qualunque livello e in qualunque realtà territoriale ci siano le condizioni e la volontà di attivarle, eventualmente utilizzando anche nomi di gruppi  già esistenti; con modalità di funzionamento consone alle esigenze e ai desideri delle donne che ne fanno parte, anche in modo differente da quanto deciso per l’A.Do.C. nazionale, in modo da sperimentare e confrontare le esperienze; aperte non solo alle iscritte come l’A.Do.C. nazionale, ma anche a simpatizzanti, a donne che si sentono comuniste ma non hanno mai fatto  e non  fanno parte di nessuna formazione politica, a quelle che ci guardano con interesse o anche solo con curiosità, o che vogliono conoscerci, a donne che provengono da altri partiti o movimenti o associazioni o che ne fanno ancora parte in modo critico, o che finora non hanno sperimentato nessuna appartenenza, a ex compagne deluse che potrebbero ripensarci, a compagne che hanno interrotto l’attività e che forse potrebbero riprenderla su basi nuove.

Le A.Do.C. come luoghi in cui si confrontano e interagiscono i diversi modi di essere donne nel partito; come luoghi  in cui cercare di coinvolgere le più giovani, perché esse rappresentano il futuro e devono affrontare difficoltà diverse da quelle affrontate a suo tempo – e anche oggi – da madri e nonne, come ad es. la grande difficoltà a poter essere –contemporaneamente- lavoratrici e madri, il che rende indispensabile il confronto tra varie generazioni e la donazione reciproca di conoscenze ed esperienze; come luoghi in cui le più inesperte siano invogliate a parlare e a proporre; come luoghi, per tutte, di crescita collettiva –culturale e politica – e di maggiore contatto con una realtà multiforme e complessa.     

         Le A.Do.C. possono analizzare, approfondire, proporre, agire autonomamente su qualunque tema, per contribuire: a liberare la politica dalla subalternità al liberismo e agli interessi della finanza internazionale; a liberare il lavoro di tutte e tutti, non solo ribadendolo come necessario, ma anche individuandone senso e qualità, ridefinendone tempi e modi; a innescare un modello di sviluppo basato sulla cura di città, territorio, ambiente, generazioni presenti e future. Collaborano con gli organismi dirigenti del partito, arricchendolo con il punto di vista di genere; con le donne dei partiti progressisti, del sindacato, dei movimenti e delle associazioni, dei collettivi femministi, portandovi il proprio contributo di donne comuniste;  partecipano alle lotte delle donne in ambito internazionale, nazionale, locale.

         All’interno del partito le A.Do.C. servono anche per rafforzare il ruolo e il peso politico delle donne, per migliorare le loro possibilità di proposta e di iniziativa, per sostenersi e rafforzarsi a vicenda nelle varie sedi e realtà in cui operano; conseguentemente anche per ottenere più posti in tutti gli organismi dirigenti, non  come fine,  ma come mezzo per attrezzare il partito a leggere e a capire meglio la complessità di quanto ci circonda con il doppio sguardo di genere, maschile e femminile, e, quindi, nell’interesse del partito, perché possa agire con più efficacia.

         La democrazia paritaria negli organismi dirigenti a ogni livello è il nostro obiettivo: con quali strumenti (ad es. norme statutarie) e con quali tappe raggiungerla concretamente è materia di approfondimento e discussione nell’A.Do.C. nazionale. Fermo restando che A.Do.C. locali, operanti in realtà con maggiore presenza e partecipazione di compagne e condizioni generali più favorevoli, possano decidere, utilizzando i congressi territoriali, di sostenere obiettivi più ambiziosi e di accelerare i tempi rispetto a quanto  deciso a livello nazionale.

          La democrazia paritaria negli organismi dirigenti e nelle nostre rappresentanze istituzionali non è solo questione quantitativa: bisognerà approfondire e decidere anche chi e con quali criteri sceglierà le compagne che ne faranno parte.

          L’assunzione di un’ottica di genere coerente con la costituzione dell’A.Do.C. comporta per il partito alcuni adeguamenti organizzativi, anche per fotografare la realtà odierna e monitorarne le modificazioni nel tempo, che richiedono il coinvolgimento pieno dei e delle responsabili organizzazione a ogni livello:

1)      creare in ogni sito del partito, a ogni livello, una sezione “Donne in Rosso”, che contenga anche il foglio telematico dall’omonimo titolo;

2)      rilevare i dati sugli iscritti suddivisi per genere in ogni sezione e in ogni ambito provinciale e, quindi, regionale;

3)      diffondere i dati sugli iscritti suddivisi per genere di ogni federazione alle segreterie di tutte le federazioni;

4)      rilevare la composizione per genere degli organismi dirigenti (Comitato centrale, direzione e segreteria nazionale; comitati e segreterie provinciali e regionali);

5)      diffondere la composizione per genere di tutti gli organismi dirigenti alle segreterie di tutte le federazioni;

6)      mettere a disposizione di ogni compagna facente parte di una segreteria l’elenco delle iscritte, con relativi recapiti completi, della sua sezione o federazione o regionale;

7)      verificare che in ogni segreteria a ogni livello  vi sia almeno una compagna: ove ciò non fosse, provvedere con la cooptazione di almeno una compagna, per tessere una rete di conoscenza e appoggio reciproci tra le compagne del partito in tutto il Paese.

         Ecco possibili azioni per migliorare la partecipazione  e il peso politico delle donne nel partito:

–          partire dalla condizione materiale specifica, dai bisogni e dai desideri delle donne nel lavoro politico quotidiano;

–          convegni, seminari e assemblee su contenuti e proposte interessanti direttamente le donne;

–          usare il linguaggio sessuato parlato e scritto in ogni occasione e in tutti i testi, sia interni sia rivolti all’esterno;

–          punti programmatici rivolti specificamente alle donne in ogni competizione elettorale;

–          iniziative, manifesti e volantini elettorali con contenuti e proposte indirizzate alle donne;

–          candidare un ugual numero di compagni e di compagne anche nelle teste di lista;

–          far partecipare anche compagne agli incontri decisionali con altri soggetti politici;

–          uomini e donne a relazionare in ogni iniziativa del partito e nelle presidenze dei congressi;

–          iniziare subito un riequilibrio di genere negli organismi dirigenti usando la cooptazione;

–          formazione dei compagni e delle compagne sulle questioni di genere con formatori di entrambi i generi, a partire dai e dalle giovani della Fgci: se le compagne devono acquisire o

–          accrescere la loro coscienza di genere, i compagni devono poter arrivare a mettere in discussione il modo tradizionale di essere uomini anche a livello individuale e il potere che esercitano nella società in quanto genere dominante;

–          negli scritti e nelle bibliografie tener presenti, consultare e citare anche testi scritti da donne;

–          orari delle riunioni tenendo conto delle esigenze delle donne e altre modalità facilitanti (poter portare i figli nelle sedi con forme di autorganizzazione, forme di sostegno reciproco con altre donne o uomini per la cura di figli e vecchi per la durata delle iniziative politiche, partecipazione alternata di padri e madri, fondi di solidarietà per la partecipazione a iniziative politiche fuori sede, ecc.).

         Come prima iniziativa organizzeremo un convegno sulle condizioni di lavoro e di vita delle donne operaie, che subiscono la doppia oppressione, di classe e di genere.

 

 

 

                                                         Le compagne del gruppo promotore  dell’A.Do.C.

 

 

 

9 novembre 2012

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