In Italia torna l’aborto clandestino

della compagna Teresa Pezzi

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Stiamo assistendo al un progressivo smantellamento di una legge dello Stato approvata, in via definitiva, in data 22.05.1978 con il n. 194.

Benché questa legge abbia segnato un evidente progresso sociale cancellando il reato di aborto e sottraendo alla clandestinità “l’affare” delle interruzioni di gravidanza, la stessa, per aver introdotto e riconosciuto, all’art. 9, la facoltà, per il personale sanitario e di chi svolge attività ausiliarie, di dichiarare l’obiezione di coscienza, ha dato, però, adito ad una infinita e mai risolta querelle di carattere etico, diventando oggetto di strumentalizzazione politica e finendo per essere snaturata del suo significato fino a diventare di difficile attuazione.

Alla difficoltosa operatività della legge, in questi 35 anni di vigenza, ha sicuramente contribuito l’aumento vertiginoso del numero di obiettori di coscienza (siamo all’80% soprattutto nelle regioni del sud) che sempre più spesso si dichiarano tali non tanto per convinzioni ideologiche, morali o religiose ma per motivi di opportunità e di carriera.

Sono stati gli stessi medici a rendere noto che praticando le interruzioni di gravidanza sarebbero costretti al sovraccarico di lavoro, alla reperibilità e a dover subire discriminazioni nella carriera finendo per essere relegati a fare solo quel tipo di intervento.

Anche la drastica riduzione dei consultori familiari (già istituiti con L. 405/75 al preminente scopo di tutelare la salute delle donne ed assisterle in gravidanza) ha pesato fortemente nell’ambito sociale soprattutto per quel che riguarda la prevenzione e la tutela della maternità e questi tagli hanno finito per trasformare i pochi consultori rimasti in inutili presidi residuali divenuti, nel tempo, territorio di assedio da parte della politica dei governi regionali che, attraverso le asservite Direzioni Sanitarie, negli ultimi anni hanno permesso l’ingresso ai volontari del Movimento per la Vita.

E’ ormai noto a tutti che dal 2011, e precisamente dal Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, si è dato avvio ad una petizione europea  con la quale si intende chiedere che venga inserito nella Carta Europea dei diritti fondamentali, il riconoscimento del concepimento (naturale o in provetta) come inizio del diritto alla vita.

Non vi è chi non veda come questa sia l’ennesima  strumentalizzazione politica tesa a minare il senso della legge 194/78, già di per sé fortemente compromessa nella sua concreta applicazione.

Nel nostro Paese, infatti, le donne che hanno necessità di ricorrere all’interruzione di gravidanza, oltre a dover  sopportare il trauma che questa dura decisione comporta, sono costrette ad affrontare una vera e propria odissea per trovare un posto e un medico disposto a praticare l’interruzione di gravidanza. Impresa che viene resa ancora più ardua dall’assenza di un registro ufficiale dei medici che effettuano aborti in sicurezza, nei tempi e nei modi consentiti dalla legge.

Le lunghe liste d’attesa in quelle pochissime strutture ospedaliere che garantiscono l’i.v.g. ed il conseguente rischio di superare il numero di settimane di gravidanza in cui è consentita l’interruzione favoriscono, di fatto, il ritorno all’aborto clandestino.

Da inchieste giornalistiche emerge come in Italia ci sono ancora molti casi di aborto illegale ed anche un numero spropositato di aborti dichiarati “spontanei”.

Secondo molti studiosi questa impennata altro non è che il ritorno dell’aborto clandestino “mascherato”, esattamente come avveniva prima della legge 194, quando le donne, dopo aver tentato con metodi “fai da te”, arrivavano in ospedale con emorragie e dolori ed i medici per salvarle completavano gli aborti registrandoli come “spontanei”.

Molte donne, spesso le meno abbienti, le più fragili, le più giovani e le straniere, non avendo più la possibilità di rivolgersi ai consultori, per avere un sostegno, finiscono inesorabilmente nella trappola dell’illegalità dovendosi affidare ad ambulatori fuorilegge, al mercato clandestino di farmaci abortivi e al contrabbando di confezioni della pillola Ru486 che, sebbene riconosciuta quale metodo alternativo all’aborto chirurgico, non ha trovato, in Italia, la libera commercializzazione.

Nel nostro paese, purtroppo,  i progressi in campo scientifico sono fortemente ostacolati dall’etica religiosa per cui anche il metodo farmacologico della pillola Ru486 si è andato trasformando in un “intervento” a tutti gli effetti e, per il quale,  sono diventati necessari medici interni all’ospedale, ginecologo, anestesista ed infermieri.

Tutto questo accade sulla pelle delle donne nei confronti delle quali vengono operate, a livello politico, delle scelte decisionali tese ad impedirne l’autodeterminazione e a farne oggetto di una vera e propria differenziazione di classe con particolare danno di quelle costrette a rischiare in silenzio la propria vita e quelle che, invece, hanno la possibilità di abortire in sicurezza all’estero o di ricorrere a strutture private italiane nelle quali il denaro annulla ogni problema di etica e di coscienza.

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