94° del Partito Comunista d’Italia: “Gramsci, l’uguaglianza e la differenza”

In occasione del 94° anniversario della fondazione del Partito Comunista d’Italia, riproponiamo un articolo della compagna Ada Donno, dal titolo “Gramsci, l’uguaglianza e la differenza” pubblicato sulla rivista “Gramsci” nel luglio 2007.

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Ha osservato qualcuno, con ragione, che c’è un’apparente contraddizione fra l’infaticabile azione politica svolta da Gramsci nel promuovere l’adesione delle donne alle lotte per la loro emancipazione e l’esiguità, tutto sommato, della sua produzione teorica sulla “questione femminile”.
Nell’azione politica Gramsci non si stancava mai – come testimonia Camilla Ravera in Diario di trent’anni, 1913-1943 – di esortare le donne alla partecipazione diretta e consapevole all’azione per la trasformazione della società, di indicare nella partecipazione femminile un fattore essenziale della rivoluzione proletaria e, al contempo, nello sviluppo autenticamente democratico e di massa del movimento femminile un fattore essenziale della liberazione della donna. Aderì con entusiasmo all’idea di istituire sull’Ordine Nuovo, a partire dal 24 febbraio ’21, una “Tribuna delle donne”, della cui redazione incaricò la stessa Ravera.
In un articolo intitolato “Il nostro femminismo”, nella Tribuna del marzo ‘21, la Ravera affrontava la questione della differenza di genere in questo modo: “L’uomo e la donna hanno nella vita una funzione loro propria; hanno nella loro natura dei propri valori, fisici, intellettuali e sentimentali; si tratta di porre l’uno e l’altra in condizioni tali che ognuno possa liberamente svolgere, manifestare e utilizzare tali valori, a beneficio suo e della collettività”.
In seguito Gramsci, appena eletto segretario del Partito Comunista, nell’agosto del ’24, ideò il quindicinale “Compagna”, che nelle sue intenzioni doveva essere l’organo del movimento femminile del partito, chiamando alla sua direzione Rita Montagnana da Torino.
Eppure da qualche parte si è descritto l’atteggiamento di Gramsci come segnato da una concezione tradizionale della donna che avrebbe determinato in lui una sorta di apprensione verso le questioni che il femminismo “intellettuale” andava proponendo e di timore che la mentalità “illuministica e libertaria nella sfera dei rapporti sessuali” potesse sottrarre le lavoratrici all’impegno della rivoluzione proletaria. Sarebbe questa, insomma, la ragione di una presunta reticenza.
Ma basterebbe, a smentire, questo passaggio di un discorso di Gramsci alle donne comuniste, riferito dalla stessa Ravera: “Nel nostro lavoro tra le donne bisogna partire dalla conoscenza esatta e differenziata delle condizioni di vita e di pensiero delle donne, delle loro esigenze e aspirazioni.”
In più occasioni, in realtà, già prima della fondazione del partito comunista, Gramsci aveva criticato aspramente la morale tradizionale borghese che penalizzava la donna.
In una nota critica ad una rappresentazione di “Casa di Bambola” di Ibsen (Avanti! ed. torinese, 22 marzo 1917), Gramsci sollecitava i lettori a comprendere il dramma umano della protagonista Nora Helmer, una donna borghese che “abbandona la casa il marito i figli per cercare se stessa”, esortandoli con energia ad aprire la mente a una nuova morale e ad un nuovo costume “per il quale la donna…è una creatura umana a sé, che ha una coscienza a sé, che ha dei bisogni interiori suoi, che ha una personalità umana tutta sua e una dignità di essere indipendente”.
La vicenda di Nora appare a Gramsci così emblematica, che diventa l’occasione per una riflessione critica sulla famiglia borghese, nella quale la donna è schiava, “sottomessa anche quando sembra ribelle, più schiava ancora quando ritrova l’unica libertà che le è consentita, la libertà della galanteria. Rimane femmina che nutre di sé i piccoli nati, la bambola più cara quanto più è stupida, più diletta ed esaltata quanto più rinuncia a se stessa, per dedicarsi agli altri, siano questi suoi famigliari, siano gli infermi, i detriti dell’umanità che la beneficienza accoglie e soccorre maternamente. L’ipocrisia del sacrificio benefico è un’altra delle apparenze di questa inferiorità interiore del nostro costume.”
In queste poche righe, in realtà, Gramsci sfiora un problema enorme, che in futuro sarà al centro di approfondita elaborazione nel movimento delle donne: quello della oblatività delle donne e della cosiddetta “complementarità” della donna all’uomo, sotto la quale si è mascherata nei secoli, e si maschera tuttora, la giustificazione patriarcale dell’oppressione del genere femminile.

Tuttavia è vero che si fa fatica a rinvenire negli scritti di Gramsci la traccia di un’esposizione sistematica sui temi dell’emancipazione e della liberazione delle donne. Inutilmente si cercherebbe, ad esempio nei “Quaderni del carcere”, una trattazione specifica e compiuta sull’argomento: ci troviamo invece di fronte a pochi riferimenti, poche note sparse sulla condizione femminile, sul femminismo, sulla sessualità, sempre all’interno di un discorso generale sulla morale o sull’organizzazione del lavoro.
Egli sembra essere più interessato all’individuazione di una nuova etica sessuale funzionale al processo di sviluppo delle forze produttive e “conforme ai nuovi metodi di produzione e di lavoro”.
L’annotazione forse più netta e illuminante, riferita alla necessità della formazione di una nuova personalità femminile, che egli avverte come questione etico-civile fondamentale, compare sotto la voce “Questione sessuale” (Quaderni, I – § 62, pag.73):
“La questione più importante è la salvaguardia della personalità femminile: finché la donna non abbia veramente raggiunto una indipendenza di fronte all’uomo, ma anche un nuovo modo di concepire se stessa e la sua parte nei rapporti sessuali, la questione sessuale sarà ricca di caratteri morbosi e bisognerà esser cauti nel trattarla e nel trarre conclusioni legislative.”
Nella “cautela” di cui parla Gramsci è forse la chiave di lettura, pur nelle stringate righe, di un pensiero che guarda avanti e nella direzione giusta: a quando, cioè, sarà la donna stessa, ormai “indipendente di fronte all’uomo”, a definire se stessa e la propria parte nella società, ad affermare la propria soggettività autonoma, capace di autosignificarsi al di là di ogni tutela maschile e capace di descrivere l’intreccio fra progetto di libertà individuale e progetto di superamento della società patriarcale.

Aveva scritto Marx nell’Ideologia tedesca: “La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza è in primo luogo direttamente intrecciata alla vita materiale e alle relazioni materiali degli uomini, linguaggio della vita reale. La coscienza non può mai essere qualcosa di diverso dall’essere cosciente e l’essere degli uomini è il processo reale della loro vita”.
In altre parole, ogni processo di liberazione reale nasce dalla produzione di un pensiero autonomo da parte degli stessi soggetti che, a partire dalle loro concrete condizioni di vita, avvertono il superamento del sistema dato come necessario per l’abolizione della propria subordinazione e per l’affermazione di sé.
In un prezioso volumetto intitolato “Volontà di futuro. Rilettura attuale di Gramsci”, pubblicato una quindicina d’anni fa, la studiosa gramsciana Laurana Layolo scriveva: “La funzione di egemonia culturale nell’universo femminile, svolta dalle donne intellettuali (studiose, politiche, organizzatrici sociali, educatrici) è stata di grandissima importanza per la costruzione di una concezione forte di sé di tutte le donne, dopo millenni di storia in cui esse erano vissute in condizioni d’inferiorità….Le tappe storiche dell’emancipazione e della liberazione sono divenute per ogni donna fasi di un percorso ontogenetico e filogenetico di conoscenza di sé e del proprio essere sociale, della propria dimensione culturale e della determinazione del proprio agire femminile.”
La produzione di pensiero autonomo delle donne, insomma, non può avvenire che a partire da sé, dall’elaborazione dell’esperienza materiale e concreta di sé. Purché, mi verrebbe da aggiungere, tale processo di elaborazione necessariamente comprenda l’esperienza e la volontà di futuro di tutte le donne, di ogni classe sociale e di ogni parte del mondo. Amava ripetere Joyce Lussu, grande intellettuale femminista che comunista e proletaria non era, ma nutriva grande rispetto sia di Gramsci che delle donne lavoratrici, unito ad un forte sentimento internazionalista: “La liberazione per poche non esiste. O si è tutte libere, o nessuna è veramente libera.”
Ed ecco che – avvertiva Gramsci – prima di allora “bisognerà esser cauti”.

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