Sabra e Chatila, che proprio in questi giorni ricorre l’anniversario, è solo un ricordo, uno dei tanti brutti ricordi

 

di Maurizio Musolino

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“Mio nonno era un palestinese e abitava vicino Acco, in Galilea, poi venne la guerra, bruciarono i nostri villaggi, arrivarono gli israeliani e fummo costretti a lasciare le nostre case. Ci rifugiammo prima in Libano, poi quando si capì che non saremmo ritornati in tempi brevi nelle nostre abitazioni andammo a Damasco, dove vivevano dei nostri amici. Da allora la mia famiglia divenne palestinese rifugiata in Siria. Io sono nata a Yarmuk, uno dei tanti campi palestinesi fuori dalla Palestina, non ho mai capito bene cosa ero: palestinese, ma anche siriana… Non potevo negare le mie origini, la Palestina, ma la Siria era il paese che aveva accolto la mia famiglia e io ci vivevo bene. Poi la Siria è esplosa, Yarmuk è diventato teatro di scontri e violenze e sono fuggita in Libano, ero diventata così una palestinese rifugiata in Siria che viveva da profuga in Libano. Mio figlio oggi non vuole restare qui, ha 23 anni e vuole raggiungere un suo zio in Norvegia. Cosa diventerà? Un palestinese, uno dei tanti rifugiati siriani? un libanese in cerca di una vita migliore, oppure un norvegese? Non sappiamo più cosa siamo!”

Questo breve racconto è di Amal, una donna che vive alle porte di Beirut, una dei tantissimi profughi che sono arrivati in questi mesi dalla Siria, se ne contano circa un milione e mezzo (eppure in Libano nessuno grida all’invasione). La sua storia è uno spaccato della tragedia palestinese, dalle sue parole traspare tutta la disperazione di questo popolo. Per lei il massacro di Sabra e Chatila, che proprio in questi giorni ricorre, è solo un ricordo, uno dei tanti brutti ricordi. […]

Non dimenticare Sabra e Chatila significa non dimenticare le tante stragi compiute in questa regione negli ultimi decenni, significa non dimenticare Deir Yassin, Jenin, Bourj Shamaly, Gaza… un elenco lunghissimo. Non dimenticare quella strage, significa però, innanzitutto, non dimenticare i vivi, i rifugiati palestinesi che continuano a vivere in condizioni inumane dentro campi che sono ora prigioni e ora formicai indescrivibili. […]

continua a leggere…

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