“Giustizia non fu fatta”

Il 30 settembre del 1975, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, di diciassette e diciannove anni, furono segregate, violentate e seviziate per due notti e un giorno da tre neofascisti della “Roma bene” in quello che fu definito il massacro del Circeo.

I tre assassini, Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira, furono condannati all’ergastolo, ma riuscirono sempre in vari modi a sottrarsi alla giustizia: Ghira, addirittura, valendosi delle sue protezioni e amicizie familiari, non ha mai trascorso neanche un giorno in carcere. Guido è stato a lungo latitante e poi, una volta arrestato, è uscito nel 2009 grazie all’indulto. Izzo, infine, appena liberato si è macchiato di un ulteriore gravissimo crimine uccidendo altre due donne.

Il delitto allora fece molta impressione, sia per la foto drammatica che ritraeva Donatella nel bagagliaio di un’auto dei tre, sia perché fin troppo chiara risultò la componente di classe e disprezzo verso le donne del crimine perpetrato dai tre fascisti: il massacro fu in qualche modo emblematico della bestialità neofascista che insanguinava il Paese per contrastare l’avanzata dei lavoratori e le conquiste democratiche e civili di quegli anni.

Rosaria morì a causa delle sevizie il 1° ottobre 1975. Donatella riuscì miracolosamente a sopravvivere, ma naturalmente rimase segnata per sempre dall’incubo che aveva vissuto. Morirà di tumore nel 2005, a 47 anni. Pubblichiamo, perché ne resti sempre viva la memoria, un brano di Donatella Colasanti, in cui racconta della forza con cui riuscì a sfuggire alla mattanza, e più sotto uno stralcio dell’intervista televisiva con Enzo Biagi, nella quale pure Donatella rivelò una forza notevole contro le strumentalizzazione mediatiche e lo stesso atteggiamento dell’intervistatore.

Milena Fiore

***

I due si svelano subito e ci chiedono di fare l’amore, rifiutiamo, insistono e ci promettono un milione ciascuna, rifiutiamo di nuovo. A questo punto Gianni tira fuori una pistola e dice: “Siamo della banda dei Marsigliesi, quindi vi conviene obbedire, quando arriverà Jacques Berenguer non avrete scampo, lui è un duro, è quello che ha rapito il gioielliere Bulgari”. Capiamo che era una trappola e scoppiamo a piangere. I due ci chiudono in bagno, aspettavano Jacques. La mattina dopo Angelo apre la porta del bagno e si accorge che il lavandino è rotto, si infuria come un pazzo e ci ammazza di botte, e ci separano: io in un bagno, Rosaria in un altro. Comincia l’inferno. Verso sera arriva Jacques. Jacques in realtà era Andrea Ghira, dice che ci porterà a Roma ma poi ci hanno addormentate. Ci fanno tre punture ciascuna, ma io e Rosaria siamo più sveglie di prima e allora passano ad altri sistemi. Prendono Rosaria e la portano in un’altra stanza per cloroformizzarla dicono, la sento piangere e urlare, poi silenzio all’improvviso. Devono averla uccisa in quel momento. A me mi picchiano in testa col calcio della pistola, sono mezza stordita, e allora mi legano un laccio al collo e mi trascinano per tutta casa per strozzarmi, svengo per un po’, e quando mi sveglio sento uno che mi tiene al petto con un piede e sento che dice: “Questa non vuole proprio morire”, e giù a colpirmi in testa con una spranga di ferro. Ho capito che avevo una sola via di uscita, fingermi morta, e l’ho fatto. Mi hanno messa nel portabagagli della macchina, Rosaria non c’era ancora, ma quando l’hanno portata ho sentito chiudere il cofano e uno che diceva: “Guarda come dormono bene queste due”.

Donatella Colasanti

Donatella Colasanti

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