Il mondo chiede giustizia per Berta Cáceres. Ma lo Stato honduregno indaga sulle vittime

Riprendiamo l’articolo di Claudia Fanti pubblicato sul sito di Adista News, la storica agenzia di stampa della sinistra cattolica, nata alla fine degli anni ’60 a cui i comunisti e le comuniste hanno sempre guardato con interesse.

Ha provocato un’ondata di indignazione internazionale l’assassinio di Berta Cáceres, la dirigente indigena del popolo lenca e militante ecologista, uccisa all’alba del 3 marzo scorso nel villaggio di La Esperanza, in Honduras, da due sicari, che hanno sfondato la porta della sua casa mentre la donna dormiva e le hanno sparato contro 8 colpi di pistola. Conosciutissima anche al di fuori dei confini honduregni, Berta, che avrebbe compiuto 45 anni il 4 marzo, era stata insignita lo scorso anno del prestigioso Goldman Environmental Prize, una sorta di Nobel per l’Ambiente, tra i massimi riconoscimenti planetari per chi si impegna in difesa della natura. Coordinatrice generale del Copinh, il Consejo civico de organizaciones populares e indigenas de Honduras che aveva contribuito a fondare, aveva già ricevuto diverse minacce di morte, come lei stessa aveva denunciato in conferenza stampa pochi giorni prima del suo assassinio, per la sua lotta contro lo sfruttamento del territorio e dei beni comuni da parte di aziende minerarie e idroelettriche, e in particolare contro il progetto di costruzione della centrale idroelettrica Agua Zarca sul fiume Gualcarque, all’interno del territorio del popolo lenca, di cui è responsabile l’impresa Desa (le cui guardie armate sono state viste il giorno dell’assassinio su una Ford 150 blu al bivio di La Esperanza). Ed è proprio per la sua resistenza al progetto che Berta era stata arrestata nel 2013, ottenendo la scarcerazione solo grazie a un’imponente mobilitazione sociale.

«Hanno assassinato non solo nostra madre – hanno sottolineato i suoi quattro figli in un comunicato scritto insieme alla nonna – ma la madre di tutto un popolo». Così, se una folla enorme ha partecipato al suo funerale, seguendo la sua bara bianca lungo le strade del villaggio, distante circa 300 chilometri dalla capitale Tegucigalpa, in tantissimi, dentro e fuori l’Honduras, hanno voluto renderle omaggio: «Vogliamo ringraziare – hanno detto i familiari della dirigente – il popolo lenca, a cui Berta ha dedicato le sue più grandi lotte di resistenza, per il suo sostegno; il popolo garifuna, che con lei ha condiviso azioni e utopie; tutte le organizzazioni e i movimenti sociali dell’Honduras, dell’America Latina e del mondo, che hanno fatto loro il nostro lutto. Ringraziamo tutte le immense dimostrazioni di affetto e di dolore offerte dal popolo honduregno, le quali dimostrano come la sua lotta sia quella di cui il mondo ha bisogno». Si è fatto sentire, su Twitter, anche l’attore Leonardo Di Caprio, noto per il suo impegno ecologista, il quale ha scritto: «Tutti dovremmo rendere omaggio al coraggio di Berta».

Quanto ai responsabili dell’omicidio, non c’è da stupirsi che le autorità stiano seguendo piste che nulla hanno a che vedere con le minacce ricevute e denunciate dalla dirigente, come quelle legate all’ipotesi di un tentativo di rapina o addirittura di un crimine passionale o di natura personale, mirando ad accusare gli stessi membri del Copinh, come il coordinatore organizzativo Tomas Gómez, incluso tra i sospettati, o il militante Aureliano Molina Villanueva, trattenuto per 48 ore, malgrado si trovasse, al momento dell’assassinio, a San Francisco de Lempira, a due ore da La Esperanza. E si teme ora anche per la vita del difensore dei diritti umani messicano Gustavo Castro Soto, ferito in maniera non grave durante l’assassinio di Berta, al quale è stato impedito di tornare nel suo Paese. «È chiaro – denuncia il Copinh in un comunicato, esigendo un’indagine indipendente da parte della Commissione Interamericana per i Diritti Umani – che lo Stato honduregno, lo stesso Stato che ha criminalizzato Berta Cáceres, che ha emesso contro di lei un ordine di cattura, che l’ha perseguitata e minacciata, non è in grado di indagare su se stesso».

E ugualmente espliciti sono stati i suoi familiari: «Riteniamo l’impresa Desa che promuove il progetto e gli organismi finanziari internazionali che lo sostengono responsabili della persecuzione, della criminalizzazione, delle ripetute minacce di morte contro di lei, contro di noi e contro la Copinh. E riteniamo lo Stato honduregno responsabile di aver favorito la persecuzione, la criminalizzazione e l’assassinio, per aver scelto di proteggere gli interessi dell’impresa al di sopra di quelli delle comunità».

È del resto dal colpo di Stato del 2009 contro il presidente Zelaya, come sottolinea in un comunicato di denuncia l’Articolazione continentale dei movimenti verso l’Alba, che i governi di estrema destra di Porfirio Lobo e di Juan Orlando Hernández hanno condotto «una sistematica politica di persecuzione ideologica» contro i militanti delle organizzazioni popolari. Non per niente la Ong inglese Global Witness ha definito l’Honduras come il Paese più pericoloso per i difensori dell’ambiente. E sono decine i giornalisti, i sindacalisti, i militanti sociali, e i difensori dei diritti umani assassinati in questi anni nella più assoluta impunità. E nel silenzio quasi completo della Chiesa gerarchica. Non a caso, come evidenzia Radio Progreso, la stessa Berta aveva accusato la gerarchia, all’inizio dello scorso dicembre, di premere sulle comunità indigene perché non si organizzassero nel Copinh. E in diversi ricorderanno la sua partecipazione all’incontro dei movimenti popolari in Vaticano, quando non esitò a puntare il dito contro l’istituzione ecclesiastica, leggendo in plenaria un’appassionata lettera consegnata a papa Francesco dal Copinh: «Vogliamo che in Honduras – si leggeva nella lettera – rinasca una Chiesa impegnata con i più impoveriti e le più impoverite, come auspicavano i nostri santi e i nostri martiri, da p. Guadalupe Carney a mons. Romero, non con cardinali che concedono la loro benedizione a colpi di Stato e a sistemi di potere che perseguitano quanti percorrono il cammino di liberazione all’interno della stessa Chiesa». Dove il riferimento era chiaramente al card. Rodriguez Maradiaga, ribattezzato dal suo popolo, all’epoca del colpo di Stato, “cardinale golpista” o “cardeMal”, per il suo aperto appoggio al regime golpista, e poi scelto da papa Francesco per presiedere il gruppo di cardinali incaricato di elaborare un progetto di riforma della Curia.

Chi ha assassinato Berta, però, si sbaglia di grosso se pensava di cancellarne anche la memoria. Come sottolinea Ollantay Itzamná, è «falso» dire che Berta Cáceres è morta: «Gli/le indigeni/e consapevoli della propria identità e della propria ragione d’essere non muoiono mai, reincorporandosi al ventre fecondo e fresco della nostra Pachamama. Ed è questo che è avvenuto con la nostra sorella Berta, ora trasformata in una leggendaria protettrice, dall’aldilà, delle nostre lotte e delle nostre speranze. Felice colpa quella di chi cercando di assassinarla l’ha resa eterna, seminandola nel cuore del cielo e nel cuore della terra per risuscitarla nei popoli indomabili dell’Abya Yala ribelle».

Berta Caceres

Sit-in al Dipartimento di Stato Usa a Washington

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