“Non sia mai Pillon!”

La commissione Giustizia del Senato che sta esaminando il ddl Pillon ha rinviato la discussione a nuova data, la data presunta è settembre ma non è certo. Ieri ci sono stati momenti di confusione nella maggioranza di governo, per le tensioni tra M5S e Lega. Il PD aveva chiesto il ritiro ed aveva iscritto a parlare tutti i suoi senatori.
Intanto nella piazza di Montecitorio si teneva il presidio di NonUnaDiMeno a cui partecipavano i sindacati CGIL e UIL, l’UDI e le associazioni femministe romane.
Alla fine si sono accordati ed il PD ha ritirato tutti gli iscritti a parlare. E’ stato votato all’unanimità  il mandato al relatore per presentare un testo unificato dei sei ddl (il Pillon più altri cinque). Il relatore sarà sempre lui, Simone Pillon, che ha subito dichiarato che si metterà “al lavoro perché il prima possibile si diano risposte concrete alle famiglie”.
Più che una promessa, è una minaccia. E’ necessario che le comuniste ed i comunisti, insieme, si impegnino per impedire questo arretramento  verso una concezione di famiglia che non ci appartiene.
La mobilitazione continua!
di Agnese Palma

1917-2017. CENT’ANNI DI RIVOLUZIONE DELLE DONNE

La rivoluzione bolscevica ha sradicato più pregiudizi sulla donna che non le montagne di scritti sull’uguaglianza femminile”, dichiarò Lenin con giustificata soddisfazione nel 1920, nel suo celebre colloquio con Clara Zetkin.

Le donne occupano posti di direzione nei Soviet, negli Esecutivi, nei Ministeri e negli uffici pubblici di ogni tipo – aggiunse il leader della Rivoluzione d’Ottobre – e ciò costituisce un grande valore per noi. E’ importante per le donne di tutto il mondo, poiché evidenzia la capacità delle donne, il grande valore del lavoro che svolgono nella società”.

E’ innegabile, in effetti, che la rivoluzione russa del 1917 porti impresso in sé, fin dai suoi esordi, il segno del protagonismo femminile.

L’8 marzo del 1917 (corrispondente al 23 febbraio del calendario russo) le lavoratrici tessili di Pietrogrado entrarono in sciopero e scesero nelle strade per gridare la loro protesta contro la guerra e contro l’autocrazia zarista che privavano del pane i loro figli. Marciarono attraverso i quartieri popolari della città chiedendo alla popolazione di uscire dalle case e unirsi a loro. Il loro grido fu ascoltato da migliaia di pietrogradesi e, giorno dopo giorno, altre donne e uomini si unirono alla protesta. La stessa gendarmeria inviata a disperdere la folla si ammutinò e finì per schierarsi con la popolazione. Lo zar fu costretto ad abdicare e fu la rivoluzione.

Nell’estate di quello stesso anno, i bolscevichi chiesero al governo provvisorio di Kerenskij l’uscita incondizionata dalla guerra e lanciarono la parola d’ordine: “Tutto il potere ai soviet!”, cioè i consigli del popolo. In ottobre, il Palazzo d’Inverno fu preso d’assalto e occupato dal proletariato insorto. 

Ora sappiamo anche che fu quel primo evento – la scintilla accesa dalle lavoratrici di Pietrogrado che aveva fatto divampare la fiamma della rivoluzione in tutto l’impero zarista – ad ispirare l’idea, alcuni anni più tardi, di scegliere l’8 marzo come giornata internazionale delle donne.

Un’immensa energia femminile rinnovatrice – secondo le parole di Aleksandra Kollontaj, che fu fra le protagoniste della Rivoluzione d’Ottobre – si sprigionò dalla “tempesta rivoluzionaria” ed essa si distinse proprio per il ruolo dirigente che molte donne vi ebbero. Un ruolo che si era consolidato attraverso alcuni passaggi essenziali che occorre ricordare.

Fin dal 1912 le militanti bolsceviche, vincendo la repressione zarista con gli escamotages più fantasiosi, destreggiandosi fra l’esilio e la clandestinità in patria, riuscirono a pubblicare il foglio di agitazione “Rabotnitsa” (Operaia), il primo giornale pensato e pubblicato per le donne operaie in Russia, che diffondeva le idee rivoluzionarie sulle tematiche del lavoro e le specifiche problematiche femminili. Nel comitato editoriale del giornale troviamo i nomi di quelle che sarebbero state ricordate come protagoniste della rivoluzione del 1917: Nadezhda Krupskaja, Anna Elizarova, Inessa Armand, Ljudmila Stal’, Alexandra Kollontaj, Konkordiya Samoilova, Klavdia Nikolajeva.

Nel 1914 queste stesse donne lanciarono l’iniziativa di una Conferenza internazionale di donne contro la guerra a Berna e poi promossero la prima conferenza delle lavoratrici russe a Pietrogrado.

Le donne bolsceviche – a differenza del movimento femminista borghese che pure era già attivo nella Russia zarista – erano convinte che il tema dell’oppressione di genere andasse legato a quello dell’oppressione di classe e al contesto politico, sociale ed economico che lo determinava. Finché le donne restavano escluse dalla sfera pubblica della produzione e relegate nella sfera domestica della riproduzione, il modello familiare borghese sarebbe rimasto il nucleo in cui si consumava l’oppressione “privata”delle donne. Accedere al mondo del lavoro e all’autonomia economica era condizione preliminare perché le donne conquistassero il necessario spazio politico per sé. Ma era il superamento dello sfruttamento capitalistico, che costringeva le lavoratrici alla doppia schiavitù del lavoro in fabbrica e in casa, la condizione necessaria per liberare effettivamente tutte le donne dall’oppressione del patriarcato. Perciò l’obiettivo della liberazione delle lavoratrici era indissolubilmente legato alla rivoluzione socialista e solo radicandosi nel proletariato femminile, il movimento di liberazione delle donne avrebbe acquistato quella forza prorompente necessaria a trasformare l’intera società.

Furono migliaia le giovani donne che aderirono al movimento rivoluzionario russo, ma inevitabilmente fra di esse ci furono quelle che, dispiegando al massimo il loro coraggio, l’intelligenza, lo spirito di sacrificio e dedizione, assunsero posti di maggiore responsabilità e rilievo nell’avvio della costruzione del nuovo stato sovietico.

Alessandra Kollontaj (1872-1952), fu subito tra i massimi dirigenti del partito bolscevico ed entrò nel nuovo governo dei Soviet come commissaria per i servizi sociali, prima donna ministro nella storia. In seguito e per molti anni fu ambasciatrice – seconda donna nella storia della diplomazia – dell’Unione Sovietica. Scrisse numerosi saggi, articoli, libri in cui trattò i problemi della donna, della maternità, della sessualità. Brillante e tenace, svolse una preziosa opera diplomatica durante la seconda guerra mondiale. Morì 80enne a Mosca nel 1952.

Nakzhezda Krupskaja, moglie di Lenin, che aveva sposato al tempo in cui ambedue furono deportati in Siberia, gli fu a fianco fino alla sua morte (21 gennaio 1924), ma ebbe un suo personale e cruciale ruolo in campo educativo e nella diffusione di scuole e biblioteche nel nuovo stato sovietico. Lavorò nel Ministero per l’istruzione e scrisse saggi di pedagogia di grande valore (oltre al più famoso libro autobiografico “La mia vita con Lenin”). Morì a Mosca nel 1939.

Inessa Armand (1880 – 1920), bolscevica di origini francesi, compì i suoi studi in Russia e divenne agitatrice politica fin dalla giovinezza e dirigente bolscevica di riconosciuta intelligenza, per quanto nel corso di questi cento anni la pubblicistica borghese si sia occupata di lei molto più a proposito della sua relazione con Lenin, che non delle sue indubbie qualità di donna rivoluzionaria. Fu ispiratrice e seguì particolarmente le attività del mitico «Zhenotdel», il «dipartimento donne» del partito, che promosse con grande efficacia la parità dei diritti, organizzando corsi di alfabetizzazione fra le donne nelle neonate repubbliche sovietiche e contribuendo a fare delle sottomesse mogli dei contadini delle lavoratrici emancipate. Purtroppo Inessa nel 1920 contrasse il tifo petecchiale e morì poco più che quarantenne, lasciando un grande vuoto nelle file della rivoluzione bolscevica.

Anna Ul’janova Elizarova (sorella maggiore di Lenin), fu ispiratrice e redattrice del giornale per le lavoratrici “Rabonitsa”, che abbiamo già visto, e fu poi a capo del dipartimento per la protezione dei minori nel ministero dell’istruzione del nuovo stato sovietico.

Larissa Rajsner (1897-1928) scrittrice, dirigente e commissaria politica dell’Armata Rossa durante la guerra civile che seguì alla rivoluzione d’ottobre, fu corrispondente speciale dall’estero del giornale “Izvestiya” dal 1924 al 1925. Morì a Mosca di febbre tifoide ad appena trent’anni.

Nel ministero dell’educazione lavorarono con ruoli dirigenti, negli anni ’20, anche Vera Menzhinskaja (che in seguito diresse l’Istituto di lingue estere di Mosca) e Mariya Andreeva, attrice, coordinatrice dei teatri municipali di Pietrogrado, capo della sezione artistica del Narkompros (commissariato del popolo per l’istruzione) e infine direttrice della Casa degli studiosi di Mosca.

E ancora: Klavdia Nikolayeva, animatrice del giornale “Kommunistka” per le donne lavoratrici e Ljudmila Stal’, bolscevica della prima ora, che aveva partecipato alla fondazione della rivista Iskrà (Scintilla) a Parigi nel 1899. Durante la guerra civile scatenata dalle armate bianche nel 1918, Ljudmila curò le pubblicazioni destinate ai combattenti dell’Armata Rossa. Solo per nominarne alcune.

La presenza di queste donne ai vertici della rivoluzione permise loro di partecipare alla stesura delle leggi che introdussero l’uguaglianza civile e sociale delle donne nella repubblica federativa sovietica. Fu esteso innanzi tutto l’elettorato attivo e passivo alle donne, per consentire loro la piena partecipazione ai processi politici. Poi fu introdotto il nuovo Codice della Famiglia, ratificato dal governo dei soviet nel 1918, che parificò lo status civile fra donne e uomini; fu introdotto il matrimonio civile stabilendo l’uguaglianza fra i coniugi (tra l’altro, si riconosceva a ciascuno dei due coniugi la libertà di assumere il cognome dell’altro o dell’altra); fu eliminata la distinzione fra figli legittimi e illegittimi, che era causa di feroce discriminazione; fu riconosciuta la convivenza al di fuori del matrimonio e furono facilitate decisamente le pratiche di divorzio. Fu legalizzato l’aborto, riconoscendo alle donne il diritto di decidere. Furono introdotte misure per sottrarre le donne alla prostituzione, fu depenalizzata l’omosessualità.

Agli inizi del 1918 fu istituito il Dipartimento per la protezione della maternità e dell’infanzia, per provvedere all’applicazione della nuova legislazione in materia di maternità, che tutelava le lavoratrici madri e prevedeva l’aspettativa di 16 settimane prima e dopo il parto, l’esenzione da lavori pesanti, il divieto di trasferimento e licenziamento per le madri in attesa, la proibizione del lavoro notturno per le donne, l’istituzione di cliniche e ambulatori per la maternità, consultori, asili per l’infanzia.

Vennero introdotte anche forme di socializzazione dei lavori domestici e servizi pubblici per supportare le famiglie operaie e divenne legge il principio di “uguale salario per uguale lavoro”.

Nell’autunno del 1919 fu creato, come già accennato, uno specifico dipartimento del comitato centrale del partito bolscevico per le attività autonome delle donne, il Žhenotdel, che istituì corsi di educazione politica e alfabetizzazione per le donne della classe operaia e per le contadine. Il Zhenotdel aveva una sua propria pubblicazione mensile, “Kommunitska”, rivolta a tutte le donne, non solo le comuniste, e promosse la diffusione di testate giornalistiche femminili nelle repubbliche sovietiche (nel 1927 se ne contavano 18) e l’organizzazione di riunioni di formazione politica che coinvolsero milioni di donne.

Quando le “armate bianche” della reazione scatenarono la guerra civile, così come in migliaia avevano aderito al movimento rivoluzionario, spontaneamente le donne si arruolarono in gran numero anche nell’Armata Rossa: si stima che nel 1920 ne facessero parte tra le 50mila e le 70mila.

Le donne bolsceviche furono straordinarie anticipatrici di concezioni che solo nei decenni più recenti i movimenti femministi hanno potuto riproporre, come l’importanza di superare la frattura prodotta dalla cultura e dall’organizzazione sociale patriarcale fra lavoro produttivo e riproduttivo, fra pubblico e privato, che è all’origine della doppia morale sessuale e sottomette le donne a rapporti familiari schiavizzanti. Esse affermarono il valore sociale della maternità e l’importanza, nella definizione dell’oppressione femminile, del “privato” che diventa “politico” nel momento in cui tutte le donne vi si riconoscono. Tali concezioni, alla base del nuovo Codice della Famiglia promulgato dal governo dei soviet nel 1918, fanno di esso uno strumento legislativo tuttora insuperato – per spirito innovatore – in gran parte dei paesi del mondo.

Con grande passione e senza risparmio di sé, le bolsceviche si dedicarono al lavoro politico di educazione delle donne negli angoli più remoti delle repubbliche sovietiche europee ed asiatiche, promuovendo l’istruzione delle donne musulmane, più oppresse dal patriarcato tradizionale, affinché diventassero a loro volta agenti del cambiamento sociale e portatrici dei valori socialisti.

Tutto ciò non avvenne senza incontrare forti resistenze nelle tradizionali società pre-capitaliste dov’erano più radicate le strutture patriarcali. Non fu pacifica l’accettazione delle riforme da parte della popolazione contadina che doveva superare i pregiudizi del passato, nelle zone più periferiche rispetto ai centri urbani focolai della rivoluzione. Non fu facile il lavoro del Zhenotdel particolarmente nelle regioni orientali, dove le donne talvolta pagavano un alto prezzo al loro desiderio di liberazione e dove le riforme furono osteggiate dalle reazioni spesso violente di mariti e padri tradizionalisti. Da più parti giungeva notizia di ragazze picchiate e punite duramente solo per aver assistito alle riunioni dei circoli femminili. Solo in Uzbekistan nel 1928, il Zhenotdel denunciò 203 casi di donne uccise dai loro padri, mariti e fratelli.

Tutto ciò obbligava in molti casi a rallentare la marcia, in qualche caso a retrocedere. Di questo si è molto scritto e molto si scriverà ancora. Ma ogni cosa va inscritta, oltre che nelle difficoltà interne incontrate nell’inedita costruzione del nuovo stato sovietico, nelle complicazioni minacciose che si determinavano all’esterno. Sta di fatto che a partire dagli anni ’30 – mano a mano che si faceva più stringente l’assedio della reazione borghese internazionale e si avvicinava la stretta tremenda della seconda guerra mondiale, scatenata dall’alleanza tra nazifascismo europeo e militarismo giapponese – le politiche innovative subirono una controspinta conservatrice che portò all’arretramento rispetto ad alcune conquiste realizzate. Alcuni dei diritti civili garantiti dal Codice sovietico furono cancellati, l’enfasi ritornò sul modello di famiglia tradizionale, l’aborto e l’omosessualità tornarono ad essere penalizzati e per qualche decennio il divorzio divenne più difficile da ottenere. Anche il dipartimento Zhenotdel fu soppresso nel 1930, prima che gli obiettivi di parità e libertà femminile promessi dalla rivoluzione venissero effettivamente raggiunti.

Tuttavia il progresso delle donne sovietiche non poteva essere arrestato e la legislazione nata dalla rivoluzione d’Ottobre continuò per lungo tempo ad essere fonte d’ispirazione per le lotte delle donne nel mondo, soprattutto con riguardo ai diritti di parità nel lavoro e alla tutela delle lavoratrici madri. “Fare come in Russia” fu uno slogan molto presente nelle lotte proletarie e femminili – ancora nei decenni del dopoguerra – in molti paesi dove dominava lo sfruttamento capitalistico.

E ancora oggi possiamo dire, senza timore di smentite, che la rivoluzione d’ottobre del 1917 rappresentò una tappa storica fondamentale nel cammino di emancipazione non solo delle classi lavoratrici e dei popoli, ma anche delle donne. Non si può fare la storia del movimento femminile internazionale senza fare riferimento – se si vogliono comprendere gli sviluppi di esso fino ai giorni nostri – a quella straordinaria stagione rivoluzionaria e alla favolosa lotta delle donne bolsceviche.

Ada Donno

Polonia 1916, la Protesta Nera delle donne

di Manuela Palermi (Presidente del Comitato centrale del PCI)

Un anno fa in Polonia le donne proclamarono sciopero e scesero in piazza contro una legge restrittiva dell’aborto voluta dalla destra e dalla chiesa cattolica. La legge fu ritirata. In questo 8 marzo che chiama le donne allo sciopero e alla mobilitazione in più di trenta Paesi del mondo, questo breve scritto vuole essere un omaggio alla forza di quelle donne.

In Polonia la legge sull’aborto è forse la più restrittiva tra quelle esistenti in Unione Europea. L’aborto è permesso solo in tre casi: se la gravidanza pone a rischio la vita e la salute della madre; se c’è un’alta possibilità di malformazione o di malattia grave del feto; se la gravidanza è il risultato di uno stupro, di un incesto o di pedofilia. In tutti gli altri casi l’aborto è un reato. E chiunque aiuti una donna ad abortire, rischia tre anni di carcere.

L’aborto però, anche nei tre casi previsti, è fuori dalla portata della stragrande maggioranza delle donne polacche. Perché gli ospedali non sono attrezzati, perché non praticano l’aborto, perché i medici si rifiutano per motivi di coscienza …

La normalità sono gli aborti clandestini: da 80mila a 100mila ogni anno.

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Nella primavera del 2016 nasce a Varsavia un comitato chiamato “Stop Aborto”. L’obiettivo è raccogliere sufficienti firme per una proposta di legge che annulli i tre casi previsti per l’interruzione della gravidanza e proibisca e persegua l’aborto in ogni caso, sempre considerandolo un reato. Per qualsiasi persona implicata, dalla donna a chi la aiuta, sono previsti cinque anni di carcere.

La proposta di legge ha l’appoggio della chiesa cattolica e del partito al governo, il PiS, un partito di destra. La conferenza episcopale emette un comunicato in cui appoggia incondizionatamente l’iniziativa di Stop Aborto e chiama il popolo polacco a mobilitarsi per “la protezione della vita del feto”. Il 3 aprile del 2016, una domenica, il comunicato viene letto durante la messa in tutte le chiese della Polonia.

Quello stesso giorno, nelle città polacche, ci sono manifestazioni contro la proposta di legge di Stop Aborto. A Varsavia migliaia di persone manifestano davanti al Parlamento. Un gruppo di facebook raccoglie 100mila firme in dieci giorni.

Poco più di un mese dopo, il 12 maggio, si costituisce un comitato di donne per la raccolta di firme a favore di un’altra proposta di legge in cui è prevista la legalizzazione dell’aborto fino alla dodicesima settimana; fino alla diciottesima se la gravidanza è conseguenza di uno stupro; fino a 24 settimane nel caso di malformazione o malattia del feto. Per la prima volta vengono inserite norme sull’educazione sessuale e sulla disponibilità di contraccettivi gratuiti. L’iniziativa delle donne raccoglie 215mila firme. Quella di Stop Aborto arriva a 450mila.

A settembre il parlamento inizia il dibattito sulle due proposte. E’ allora che nella rete, negli ashtag e negli slogan nasce “Protesta Nera”. Il nome nasce dalla scelta delle donne di manifestare la loro protesta e la loro lotta vestendosi di nero. La prima iniziativa viene convocata il 22 settembre con un sit in davanti al parlamento. Il giorno dopo il parlamento respinge la loro proposta e assume quella di Stop Aborto iniziando immediatamente la seconda lettura.

Protesta Nera indice una manifestazione a Varsavia. Le voci delle donne si rincorrono e si organizzano soprattutto attraverso la rete. In piazza saranno più di diecimila. La mobilitazione è un successo. Protesta Nera prende forza e decide di alzare il tiro chiamando le donne allo sciopero per il 3 ottobre. Ancora una volta la rete è lo strumento per parlarsi, incontrarsi, aderire. Quel giorno invadono in migliaia le piazze e le strade di 143 città polacche, città grandi, piccole, si manifesta anche nei paesi. Gli slogan sono ormai di segno tipicamente femminista. “Il corpo è mio, la scelta è mia”, “Penso, sento, decido”, “Abbiamo un cervello, non solo l’utero”, “Giù le mani dalle donne”, “Il governo sarà abbattuto dalle donne”, “Abortire il governo”….

A Varsavia il concentramento è a piazza Castello, nella città vecchia. Ne arrivano a migliaia, molte di loro partecipano ad una manifestazione per la prima volta. Nessuna si aspettava un’affluenza così massiccia e la scelta di piazza Castello si rivela pericolosa. La piazza è troppo piccola per contenere quella marea di donne. Le organizzatrici devono prendere più volte la parola per invitare le manifestanti a muoversi con calma.

Sono molte le donne che aderiscono allo sciopero. Attorno a loro si crea una solidarietà ed un consenso inaspettati. Molti funzionari pubblici le sostengono apertamente. Lo stesso avviene in numerose università e nelle scuole dove lo sciopero è un successo. Alcuni imprenditori sono costretti a chiudere gli stabilimenti. Molti uffici restano deserti. Quelle che non possono o non si sentono di scioperare decidono di rendersi comunque riconoscibili e si recano al lavoro con l’abito nero della lotta. Seppur in forme diverse, difficilmente calcolabili, l’adesione è massiccia. Secondo i calcoli della polizia almeno 100mila scendono in piazza.

L’effetto della protesta è inaspettato quanto la protesta stessa. Il PiS ritira l’appoggio alla proposta di legge restrittiva. Il 6 ottobre il parlamento la respinge. Jarosław Kaczyński, leader del PiS, dichiara pubblicamente che il progetto di legge non è “adeguato”. Anche la conferenza episcopale ritira il suo appoggio.

Le donne hanno vinto, ma la lotta non è finita. Sanno che il governo e il Pis dovranno ora rispondere alla voglia di rivincita e alle pressioni fortissime degli ultraconservatori. E infatti non passa molto tempo prima che venga presentata ed approvata una nuova legge: si chiama “Per la Vita” e prevede una ricompensa di mille euro alle donne che decidono di continuare la gravidanza anche se il feto ha malformazioni o non può sopravvivere. Dichiara Kaczyński: “Vogliamo assicurare che anche nei casi difficili di gravidanza, quando il bambino è condannato a morire o ad avere gravi malformazioni, si arrivi al parto perché il bambino possa essere battezzato, avere un nome e una sepoltura”.

Natalia Przybysz è una giovane cantante pop di successo. Durante un concerto chiede silenzio, poi prende la parola e racconta il calvario che ha dovuto subire per abortire. Subito dopo intona una canzone che ha composto lei stessa. E’ il doloroso racconto fin nei dettagli della sua vicenda. Lo scandalo è enorme, mai è successa una cosa simile in Polonia. Natalia non si ferma, rilascia un’intervista. Viene ferocemente attaccata, la stampa la chiama assassina, riceve minacce e insulti, i suoi concerti vengono boicottati. Ancora una volta, nella Polonia di Kaczyński e della chiesa cattolica, succede una cosa che non s’era mai vista. Circoli e gruppi di femministe e di donne della sinistra, a cui si aggiungono anche ambienti liberali, intellettuali ed artisti come Krystyna Janda, la protagonista dell’Uomo di Marmo di Andrzej Wajda, esprimono, pubblicamente e sulla rete, la loro solidarietà alla giovane cantante.

Nascono gruppi, collettivi. Le donne si incontrano, si raccontano l’una all’altra ed a loro si uniscono movimenti democratici e lavoratori e lavoratrici in lotta.

Nel giro di pochissimo tempo il diritto all’aborto (pur inteso nelle forme limitate della violenza e della malformazione del feto) diviene una questione sociale, per certi aspetti ideologica, che attiene ai diritti fondamentali e alle libertà civili.

Oggi è difficile dire se il movimento durerà. Sarà il tempo a dirlo. Ma intanto, a dicembre, è nato un altro movimento che, assieme a Protesta Nera, ha chiamato la gente a manifestare contro il tentativo del PiS di prendere il controllo del Tribunale Costituzionale. La politica del PiS e degli ambienti ultraconservatori viene denunciata come un attacco alla democrazia. Questo movimento è il KOD (Comitato per la difesa della democrazia), ed è stato in grado di organizzare una manifestazione a Varsavia che ha raccolto la partecipazione di 100mila persone.

Le proteste di massa delle donne, senza precedenti in Polonia, hanno sconfitto il PiS e la chiesa cattolica, hanno costretto il parlamento a rinunciare al tentativo di restrizione della legislazione. Il partito di governo è stato costretto a capitolare. La Conferenza episcopale a tacere.

La grandezza e la forza della protesta hanno sorpreso tutto il mondo.

Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria

Rilanciamo dal nostro blog la bella recensione di Anna Curcio alla nuova e ampliata edizione di Il grande Calibano di Silvia Federici pubblicata su il manifesto del 30 marzo 2016. Sebbene il libro parta dall’accumulazione originaria descritta da Marx intrecciandola con la caccia alle streghe e con le tecniche di controllo sul corpo delle donne che l’autrice ritiene altrettanto fondamentali nella formazione del capitalismo, esso presenta anche motivi di grande attualità dal momento che “l’accumulazione originaria è un processo che si ripete in ogni fase dello sviluppo capitalistico e dentro le sue crisi, il corpo e le attività legate alla riproduzione restano oggi, come agli albori del capitalismo, un campo di battaglia.” (M. F.)

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I colpevoli roghi della storia europea e le lotte delle donne

di Silvia Federici

SAGGI. «Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria» di Silvia Federici per Mimesis. Una lettura dell’accumulazione originaria di Marx, per riscoprirne centralità e tuttavia parzialità. E la narrazione politica della caccia alle streghe come «guerra di classe»

«Come le recinzioni espropriarono i contadini dalle terre comunali, così la caccia alle streghe espropriò le donne dal proprio corpo, liberato, a funzionare come una macchina per la produzione della forza-lavoro». Questa in sintesi l’ipotesi teorica che Silvia Federici propone in Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, edizione riveduta e aggiornata di Il grande Calibano – classico del femminismo marxista che Federici scrisse con Leopoldina Fortunati negli anni Ottanta – finalmente anche in traduzione italiana (Autonomedia 2014, ora Mimesis, pp. 234, euro 30,00). Ripensare lo sviluppo del capitalismo da un punto di vista femminista, considerando cioè l’accumulazione e riproduzione della forza-lavoro. Non solo dunque accumulazione di «lavoro morto» come beni espropriati con la recinzione delle terre o attraverso la razzia coloniale che Marx considera, seppur con peso tra loro differente, ma anche accumulazione di «lavoro vivo» sotto forma di esseri umani, resi disponibili allo sfruttamento dal controllo esercitato sul corpo delle donne.

Nell’assumere il proletariato industriale salariato quale protagonista dell’accumulazione originaria Marx ha perso di vista le profonde trasformazioni che il capitalismo ha introdotto nella riproduzione della forza-lavoro e nella posizione sociale delle donne. Intorno a questa ipotesi Federici intreccia la trama, spesso taciuta, delle lotte che hanno accompagnato la transizione al capitalismo. Così donne, contadini, piccoli artigiani e vagabondi, perlopiù cancellati dalla storia, assurgono in Calibano e la strega a veri protagonisti. Ripercorrendo la storia della caccia alle streghe nel Medioevo, il volume evidenzia i processi di criminalizzazione e degradazione sociale che colpirono le donne, il loro lavoro, i loro saperi e pratiche all’indomani della crisi demografica seguita alla Peste Nera europea. Allo stesso tempo, intreccia i destini delle streghe in Europa a quello dei sudditi coloniali nel Nuovo Mondo, insistendo sui processi di inferiorizzazione e sulla costruzione di gerarchie razziali che accompagnano l’espansione coloniale.
L’accumulazione capitalistica che Federici marxianamente indaga è soprattutto «di differenze», di ineguaglianze e gerarchie costruite sul terreno del genere e della razza; processi di segmentazione sociale costitutivi del dominio di classe. Per questo la femminista non ha dubbi: la caccia alle streghe è «guerra di classe portata avanti con altri mezzi».

Due secoli di «terrorismo di stato», tra il XVI e il XVII secolo, avrebbero dunque insegnato agli uomini a temere il potere delle donne, soprattutto il controllo esercitato sulla funzione riproduttiva. Mentre la donna «prodotta» come essere sui generis, «lussuriosa e incapace di governarsi» fu sottoposta al controllo maschile. Federici ribadisce così il carattere artificiale dei ruoli sessuali nella società capitalistica. La stessa sessualità femminile venne sanzionata, criminalizzando quelle attività non orientate alla procreazione e al sostegno della famiglia; la prostituzione, la nudità e le danze furono proibite e la sessualità collettiva al centro della vita sociale nel medioevo divenne «incontro politico sovversivo» del sabba. Le nuove coordinate della femminilità si orienteranno allora tra «lavoro di servizio all’uomo e all’attività produttiva», monogamia e una nuova concezione della famiglia «con il marito sovrano e la moglie suddita del suo potere», mentre il corpo della donna diventava macchina della riproduzione. In questo senso, la caccia alle streghe è soprattutto «lotta contro il corpo ribelle»: il tentativo messo in atto da chiesa e stato per trasformare le capacità dell’individuo in forza-lavoro; cosa che mistificherà, da lì in avanti, il lavoro orientato alla riproduzione come destino biologico. Il corpo – l’utero in particolare – si fa dunque «macchina da lavoro»: bestia mostruosa da disciplinare da una parte, involucro e «contenitore» della forza-lavoro dall’altra, salendo alla ribalta del pensiero politico del tempo (da Hobbes a Descartes) come prerequisito per l’accumulazione capitalistica. Non sorprenderà allora che ogni pratica abortiva o contraccettiva sia stata condannata come maleficio, così le donne espulse da quelle attività come l’ostetricia o la medicina che avevano fin lì esercitato sulla base di saperi tramandati nel tempo.

Una vera e propria «politica del corpo» sottolinea Federici, in cui il corpo non è fattore biologico né il «soggetto universale, astratto, asessuato» della Storia della sessualità di Foucault, precisa, bensì è un corpo situato, denso di «rapporti sociali» (non solo di «pratiche discorsive») fonte di sfruttamento e alienazione e al contempo spazio di resistenza. E nella misura in cui, come Federici tra altri sottolinea, l’accumulazione originaria è un processo che si ripete in ogni fase dello sviluppo capitalistico e dentro le sue crisi, il corpo e le attività legate alla riproduzione restano oggi, come agli albori del capitalismo, un campo di battaglia. E qui si rintraccia l’estrema attualità di Calibano e la strega.

Una grande notizia per le donne cilene

E’ di questi giorni la notizia dell’approvazione da parte della Camera dei deputati cilena di un disegno di legge che depenalizza l’aborto. A 27 anni dalla legge fortemente punitiva dell’interruzione di gravidanza voluta da Pinochet, si tratta di una prima importante vittoria delle donne cilene. Su tale evento pubblichiamo un commento della compagna Ada Donno e il video dell’intervento alla Camera della deputata comunista. (M. F.)
Il disegno di legge che depenalizza parzialmente l’aborto è stato approvato per ora dalla Camera dei deputati cilena. Non si tratta di una depenalizzazione totale, ma della possibilità di interrompere la gravidanza legalmente e in sicurezza in alcuni casi codificati. Secondo la nuova legge, nei seguenti casi: se le donne sono vittime di stupri, se la gravidanza le mette  in pericolo di vita, o in caso di grave malformazione del feto. Prima che il ddl diventi legge, deve passare anche al Senato, ma già con il voto della Camera è stato fatto un significativo passo avanti nella tutela dei diritti umani delle donne cilene. Il Cile è uno dei pochi paesi dell’America Latina in cui l’aborto è considerato reato senza alcuna eccezione. Al momento, chiunque provochi un aborto, sia la donna in stato di gravidanza, o il medico, o chiunque altro, va incontro a una pena fino a cinque anni di carcere. Centosessantasei donne sono state processate in Cile per crimini connessi al reato di aborto tra il 2010 e il 2013.
La penalizzazione dell’aborto ha avuto conseguenze devastanti per la salute delle donne cilene: secondo cifre ufficiali fornite dallo stesso governo, più di metà delle 54 donne morte nel 2012 per complicazioni nella gravidanza sarebbero sopravvissute se avessero potuto ricorrere all’aborto legale. Tra il 2001 e il 2012, più di 390mila donne e ragazze sono finite in ospedale a causa di complicazioni legate a pratiche abortive. La nuova legge – se non debellerà del tutto questa piaga – ridurrà il ricorso all’aborto clandestino e molte donne e ragazze eviteranno di mettere a rischio la propria vita.
La legislazione cilena ferocemente restrittiva era da anni sotto pressione, sia dei movimenti delle donne, sia degli organismi internazionali sui diritti umani. Come possiamo immaginare – ricordiamo tutte ciò che accadde in Italia intorno al 1980 in una situazione che ha molte similitudini con quella cilena di oggi – il percorso legislativo del ddl  è stato accompagnato da una furiosa polemica antiabortista da parte delle forze sociali più retrive. Ora la parola è al Senato. Ma già quella di ieri è una grande notizia per le donne cilene.

Le donne sono tornate ad abortire clandestinamente

Rilanciamo dal nostro blog l’interessante analisi della blogger Simona Sforza sul decreto del governo, che aumenta le sanzioni per l’aborto clandestino senza curarsi degli ostacoli che l’applicazione che la legge 194 sta incontrando, a partire dalla crescita impressionante dei medici obiettori, per cui oggi nel 35% degli ospedali pubblici non è possibile abortire legalmente. A sollevare questo problema è anche un appello-petizione promosso da professioniste e professionisti della salute riproduttiva (clicca qui per leggere il testo della petizione).  M. F.

194 – Sullo stato di obiezione e di sanzione

Le donne sono tornate ad abortire clandestinamente, perché l’iter previsto dalla 194 è diventato un percorso ad ostacoli.

Il 6 febbraio è entrato in vigore un decreto che depenalizza, tra gli altri, il reato di aborto clandestino (Art. 19, co. 2, della legge 194/1978). La donna che ricorre ad aborto clandestino viene punita con una sanzione amministrativa, anziché con una multa di rilievo penale. Peccato che l’ammontare della sanzione è stato innalzato e può raggiungere anche i 10.000 euro.

Una scelta politica che di fatto colpisce le donne, senza indagare su cosa genera il ritorno agli aborti clandestini, senza ragionare sui livelli a cui è giunta l’obiezione di coscienza. Le donne sono tornate ad abortire clandestinamente, perché l’iter previsto dalla 194 è diventato un percorso ad ostacoli. Viviamo in uno Stato in cui la salute e la vita delle donne sono in pericolo, come se la loro salvaguardia non sia una priorità, come se in qualche modo queste siano questioni secondarie, di serie B.

Abbiamo visto l’inchiesta andata in onda lo scorso 17 gennaio all’interno della trasmissione Presa Diretta. Nulla di nuovo per coloro che seguono da tempo la vicenda della 194, una legge dello Stato italiano svuotata e ostacolata in ogni modo da un numero sempre crescente di obiettori di coscienza.

Alla fine del 2015 avevo pubblicato e parlato dei dati in Lombardia, con gravi problemi causati dagli alti numeri di obiettori, ma anche con gravi inefficienze nella somministrazione della RU486.

Continuiamo da anni a denunciare lo stato delle cose, c’è chi si adopera per capire meglio cosa accade nelle varie strutture, chi come ho già segnalato ha creato un blog per fare una inchiesta a 360° sull’aborto, ci sono associazioni come Laiga e Vita di donna che fanno trincea e tengono alta l’attenzione su questo tema. Ma per molte donne oggi non è più tra le priorità, perché si pretende che tutto si risolva con l’educazione alla contraccezione, che tra l’altro manca. Ma sappiamo che questo non è tutto, che tutto può accadere e che la facoltà di scegliere di interrompere una gravidanza e di poter essere seguita adeguatamente sono diritti fondamentali, perché la salute psico-fisica della donna viene prima di tutto,in uno Stato in cui questo è normato da una legge in vigore dal 1978 e che deve garantirne la piena applicazione. Pertanto, in un contesto di questo tipo:

– in cui manca un’educazione capillare alla contraccezione, alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, che siano declinate al femminile e al maschile;
– con cifre di obiezione che spingono alla migrazione interregionale per poter ottenere nei tempi di legge una prestazione prevista nei LEA;
– con consultori che salvo rare eccezioni (in Piemonte o nel Lazio dove Marta Bonafoni si sta impegnando molto a riguardo), sono in sofferenza e con servizi variegati da regione a regione;
– donne immigrate senza permesso di soggiorno, spesso schiave della prostituzione e vittime di tratta, senza documenti, che ricorrono agli aborti clandestini per paura di rivolgersi alle strutture ospedaliere;
– kit faidate per abortire acquistabili online;
– numeri del Ministero che tendono a sottostimare il fenomeno del ritorno consistente degli aborti clandestini (aumentano gli aborti spontanei, di cui una percentuale è sicuramente addebitabile ad aborti casalinghi finiti con l’arrivo in pronto soccorso per gravi emorragie o infezioni);

Cosa è prioritario per lo Stato?

Nel comunicato stampa a ridosso del varo del decreto del Governo leggiamo:

“L’obiettivo della riforma è quello di trasformare alcuni reati in illeciti amministrativi, anche per deflazionare il sistema penale, sostanziale e processuale, e per rendere più effettiva la sanzione. Si ritiene infatti che rispetto a tali illeciti abbia più forza di prevenzione, generale e speciale, una sanzione certa in tempi rapidi che la minaccia di un processo penale che per il particolare carattere dell’illecito e per i tempi stessi che scandiscono il procedimento penale rischia di causare la mancata sanzione.”

Ci viene venduta questa innovazione come una miglioria, ci viene suggerito che la certezza della sanzione e la riduzione dei tempi possano diventare un deterrente, che possano addirittura avere uno scopo preventivo. Non è l’educazione a una contraccezione diffusa, non è l’assicurare un servizio efficiente e che sappia essere vicino alla donna nel modo giusto, ma la sanzione che previene tutto. Se l’obiettivo dichiarato è quello di dare un taglio a tutti i giudizi che altrimenti intaserebbero la macchina giudiziaria, al contempo si toglie alla donna la possibilità di spiegare le cause che l’hanno portata alla clandestinità, non si fa luce su quanti ostacoli di fatto rendono preferibile per molte donne abbandonare l’iter previsto dalla legge. Quindi, anziché capire cosa genera questo innalzamento degli aborti clandestini, senza ragionare su un contesto che fa acqua da tutte le parti, si commina una sanzione e non ci si pensa più.

Ci teniamo le cliniche clandestine, i rischi per la salute, i danni psico-fisici a carico delle donne, le violenze a cui sono sottoposte le donne che decidono di abortire, la colpevolizzazione ad oltranza della donna e solo della donna, come sempre, come se si concepisse per riproduzione asessuata.

Che lo Stato non voglia vedere, che lo Stato voglia far cassa da questo stato di cose, da un disservizio che andrebbe sanato e non alimentato, è inaccettabile. A questo punto suggeriamo che i soldi derivanti da questa nuova sanzione confluiscano in un fondo destinato all’educazione alla contraccezione. Siamo di fronte a un deserto, non piace il profilattico, non piace la contraccezione ormonale e non, non piace la contraccezione d’emergenza perché è anche questo un percorso ad ostacoli, il coito interrotto è la regola, c’è un ritorno a un’ignoranza preoccupante per quanto riguarda la consapevolezza del proprio corpo e della sessualità, come pensiamo di andare avanti? I ragazzi non sanno nemmeno cosa sia la visita dall’andrologo, le ragazze indugiano per anni prima di fare una visita dal ginecologo, non conoscono rischi, patologie, non imparano ad ascoltare il proprio corpo, non sono aiutati a comprendere troppe cose di sè.

Ancora una volta lo Stato preferisce soprassedere e preoccuparsi di sanzionare anziché provvedere a sanare a monte la situazione. Se l’IVG rientra nei LEA (livelli essenziali di assistenza), lo Stato deve garantire la sua piena e celere applicazione, l’obiezione ha prodotto già una infinità di violenze. E se vogliamo fare uno sforzo in chiave di prevenzione, avviamo campagne di sensibilizzazione, educazione a una buona contraccezione/sessualità e alla protezione dalle malattie a trasmissione sessuale. Inoltre, diamoci una mossa a sostituire i contraccettivi ormonali obsoleti con quelli a basso dosaggio nei prontuari dei farmaci che passa il SSN. Investiamo nel necessario ricambio generazionale dei medici non obiettori, per non ritrovarci a brevissimo senza più operatori che applichino la 194. Lo assicuriamo o ce ne laviamo le mani?

Cerchiamo di garantire un’ assistenza umana alle donne, non deve accadere quello che è successo aLaura Fiore e a tante altre.

Ricordiamo che molto spesso dietro l’obiezione non ci sono ragioni confessionali, ma direi più legate alla carriera. Le discriminazioni che pesano su chi non è obiettore sono fortissime, come stare in trincea, vieni ghettizzato. In Lombardia sappiamo bene come una pseudo appartenenza confessionale e affari/successo vadano sotto braccio. Infine, l’obiezione costa, costa molto se pensiamo a tutti i medici gettonisti che sono chiamati a fornire una prestazione prevista dalla legge italiana, ma che medici regolarmente assunti nella sanità pubblica non forniscono. Per non parlare dei milioni di euro elargiti alle cliniche private convenzionate per fornire il servizio di IVG. Andiamo a vedere in Svezia come vanno le selezioni per le scuole di specializzazione per i ginecologi.

L’obiezione di coscienza, “clausola di salvaguardia” introdotta per garantire la scelta dei medici che operavano già prima dell’introduzione della 194 è rimasta lì, e nel tempo anziché affievolirsi, si è rafforzata.

Il Consiglio d’Europa dichiara che l’Italia sta violando la legge perché a causa della troppa presenza di medici obiettori non viene garantita l’applicazione della legge 194 in maniera uniforme in tutto il territorio nazionale. L’Italia ha violato l’articolo 11 della Carta sociale europea che assicura il diritto alla salute perché ha mancato di mettere in atto le misure necessarie per consentire l’interruzione di gravidanza laddove siano presenti obiettori di coscienza. Lo ha stabilito, con decisione depositata il 10 marzo 2014, il Comitato europeo dei diritti sociali nel ricorso n. 87/2012.

Nel 2015 ben due risoluzioni europee hanno ribadito che le donne devono avere pieno controllo sulle proprie scelte in merito ai loro diritti sessuali e riproduttivi, attraverso un libero accesso alla contraccezione e alle interruzioni di gravidanza. (Risoluzioni Tarabella e Panzeri)

E mentre i no-choice periodicamente manifestano indisturbati insieme a Forza Nuova per cancellare la 194, ai nostri presidi siamo sempre in poche, la gente si ferma a chiedere i motivi per cui siamo lì, a volte sembra di vivere nel medioevo. Così si perdono i diritti, dimenticandosi di averli e di aver combattuto per essi. E anche questa è violenza, perché significa continuare a esercitare un potere, un controllo sui corpi delle donne, una cieca disapplicazione dei suoi diritti e della tutela della sua salute.

Pretendiamo la copertura del servizio nelle strutture pubbliche, basta gettonisti o contributi alle strutture private convenzionate: i soldi che si risparmierebbero potrebbero essere investiti in programmi di educazione sessuale e alla contraccezione nelle scuole, o per potenziare le attività di formazione fatte dai consultori, che non hanno risorse a sufficienza.

articolo pubblicato su www.dols.it

Le donne sono tornate ad abortire clandestinamente