1917-2017. CENT’ANNI DI RIVOLUZIONE DELLE DONNE

La rivoluzione bolscevica ha sradicato più pregiudizi sulla donna che non le montagne di scritti sull’uguaglianza femminile”, dichiarò Lenin con giustificata soddisfazione nel 1920, nel suo celebre colloquio con Clara Zetkin.

Le donne occupano posti di direzione nei Soviet, negli Esecutivi, nei Ministeri e negli uffici pubblici di ogni tipo – aggiunse il leader della Rivoluzione d’Ottobre – e ciò costituisce un grande valore per noi. E’ importante per le donne di tutto il mondo, poiché evidenzia la capacità delle donne, il grande valore del lavoro che svolgono nella società”.

E’ innegabile, in effetti, che la rivoluzione russa del 1917 porti impresso in sé, fin dai suoi esordi, il segno del protagonismo femminile.

L’8 marzo del 1917 (corrispondente al 23 febbraio del calendario russo) le lavoratrici tessili di Pietrogrado entrarono in sciopero e scesero nelle strade per gridare la loro protesta contro la guerra e contro l’autocrazia zarista che privavano del pane i loro figli. Marciarono attraverso i quartieri popolari della città chiedendo alla popolazione di uscire dalle case e unirsi a loro. Il loro grido fu ascoltato da migliaia di pietrogradesi e, giorno dopo giorno, altre donne e uomini si unirono alla protesta. La stessa gendarmeria inviata a disperdere la folla si ammutinò e finì per schierarsi con la popolazione. Lo zar fu costretto ad abdicare e fu la rivoluzione.

Nell’estate di quello stesso anno, i bolscevichi chiesero al governo provvisorio di Kerenskij l’uscita incondizionata dalla guerra e lanciarono la parola d’ordine: “Tutto il potere ai soviet!”, cioè i consigli del popolo. In ottobre, il Palazzo d’Inverno fu preso d’assalto e occupato dal proletariato insorto. 

Ora sappiamo anche che fu quel primo evento – la scintilla accesa dalle lavoratrici di Pietrogrado che aveva fatto divampare la fiamma della rivoluzione in tutto l’impero zarista – ad ispirare l’idea, alcuni anni più tardi, di scegliere l’8 marzo come giornata internazionale delle donne.

Un’immensa energia femminile rinnovatrice – secondo le parole di Aleksandra Kollontaj, che fu fra le protagoniste della Rivoluzione d’Ottobre – si sprigionò dalla “tempesta rivoluzionaria” ed essa si distinse proprio per il ruolo dirigente che molte donne vi ebbero. Un ruolo che si era consolidato attraverso alcuni passaggi essenziali che occorre ricordare.

Fin dal 1912 le militanti bolsceviche, vincendo la repressione zarista con gli escamotages più fantasiosi, destreggiandosi fra l’esilio e la clandestinità in patria, riuscirono a pubblicare il foglio di agitazione “Rabotnitsa” (Operaia), il primo giornale pensato e pubblicato per le donne operaie in Russia, che diffondeva le idee rivoluzionarie sulle tematiche del lavoro e le specifiche problematiche femminili. Nel comitato editoriale del giornale troviamo i nomi di quelle che sarebbero state ricordate come protagoniste della rivoluzione del 1917: Nadezhda Krupskaja, Anna Elizarova, Inessa Armand, Ljudmila Stal’, Alexandra Kollontaj, Konkordiya Samoilova, Klavdia Nikolajeva.

Nel 1914 queste stesse donne lanciarono l’iniziativa di una Conferenza internazionale di donne contro la guerra a Berna e poi promossero la prima conferenza delle lavoratrici russe a Pietrogrado.

Le donne bolsceviche – a differenza del movimento femminista borghese che pure era già attivo nella Russia zarista – erano convinte che il tema dell’oppressione di genere andasse legato a quello dell’oppressione di classe e al contesto politico, sociale ed economico che lo determinava. Finché le donne restavano escluse dalla sfera pubblica della produzione e relegate nella sfera domestica della riproduzione, il modello familiare borghese sarebbe rimasto il nucleo in cui si consumava l’oppressione “privata”delle donne. Accedere al mondo del lavoro e all’autonomia economica era condizione preliminare perché le donne conquistassero il necessario spazio politico per sé. Ma era il superamento dello sfruttamento capitalistico, che costringeva le lavoratrici alla doppia schiavitù del lavoro in fabbrica e in casa, la condizione necessaria per liberare effettivamente tutte le donne dall’oppressione del patriarcato. Perciò l’obiettivo della liberazione delle lavoratrici era indissolubilmente legato alla rivoluzione socialista e solo radicandosi nel proletariato femminile, il movimento di liberazione delle donne avrebbe acquistato quella forza prorompente necessaria a trasformare l’intera società.

Furono migliaia le giovani donne che aderirono al movimento rivoluzionario russo, ma inevitabilmente fra di esse ci furono quelle che, dispiegando al massimo il loro coraggio, l’intelligenza, lo spirito di sacrificio e dedizione, assunsero posti di maggiore responsabilità e rilievo nell’avvio della costruzione del nuovo stato sovietico.

Alessandra Kollontaj (1872-1952), fu subito tra i massimi dirigenti del partito bolscevico ed entrò nel nuovo governo dei Soviet come commissaria per i servizi sociali, prima donna ministro nella storia. In seguito e per molti anni fu ambasciatrice – seconda donna nella storia della diplomazia – dell’Unione Sovietica. Scrisse numerosi saggi, articoli, libri in cui trattò i problemi della donna, della maternità, della sessualità. Brillante e tenace, svolse una preziosa opera diplomatica durante la seconda guerra mondiale. Morì 80enne a Mosca nel 1952.

Nakzhezda Krupskaja, moglie di Lenin, che aveva sposato al tempo in cui ambedue furono deportati in Siberia, gli fu a fianco fino alla sua morte (21 gennaio 1924), ma ebbe un suo personale e cruciale ruolo in campo educativo e nella diffusione di scuole e biblioteche nel nuovo stato sovietico. Lavorò nel Ministero per l’istruzione e scrisse saggi di pedagogia di grande valore (oltre al più famoso libro autobiografico “La mia vita con Lenin”). Morì a Mosca nel 1939.

Inessa Armand (1880 – 1920), bolscevica di origini francesi, compì i suoi studi in Russia e divenne agitatrice politica fin dalla giovinezza e dirigente bolscevica di riconosciuta intelligenza, per quanto nel corso di questi cento anni la pubblicistica borghese si sia occupata di lei molto più a proposito della sua relazione con Lenin, che non delle sue indubbie qualità di donna rivoluzionaria. Fu ispiratrice e seguì particolarmente le attività del mitico «Zhenotdel», il «dipartimento donne» del partito, che promosse con grande efficacia la parità dei diritti, organizzando corsi di alfabetizzazione fra le donne nelle neonate repubbliche sovietiche e contribuendo a fare delle sottomesse mogli dei contadini delle lavoratrici emancipate. Purtroppo Inessa nel 1920 contrasse il tifo petecchiale e morì poco più che quarantenne, lasciando un grande vuoto nelle file della rivoluzione bolscevica.

Anna Ul’janova Elizarova (sorella maggiore di Lenin), fu ispiratrice e redattrice del giornale per le lavoratrici “Rabonitsa”, che abbiamo già visto, e fu poi a capo del dipartimento per la protezione dei minori nel ministero dell’istruzione del nuovo stato sovietico.

Larissa Rajsner (1897-1928) scrittrice, dirigente e commissaria politica dell’Armata Rossa durante la guerra civile che seguì alla rivoluzione d’ottobre, fu corrispondente speciale dall’estero del giornale “Izvestiya” dal 1924 al 1925. Morì a Mosca di febbre tifoide ad appena trent’anni.

Nel ministero dell’educazione lavorarono con ruoli dirigenti, negli anni ’20, anche Vera Menzhinskaja (che in seguito diresse l’Istituto di lingue estere di Mosca) e Mariya Andreeva, attrice, coordinatrice dei teatri municipali di Pietrogrado, capo della sezione artistica del Narkompros (commissariato del popolo per l’istruzione) e infine direttrice della Casa degli studiosi di Mosca.

E ancora: Klavdia Nikolayeva, animatrice del giornale “Kommunistka” per le donne lavoratrici e Ljudmila Stal’, bolscevica della prima ora, che aveva partecipato alla fondazione della rivista Iskrà (Scintilla) a Parigi nel 1899. Durante la guerra civile scatenata dalle armate bianche nel 1918, Ljudmila curò le pubblicazioni destinate ai combattenti dell’Armata Rossa. Solo per nominarne alcune.

La presenza di queste donne ai vertici della rivoluzione permise loro di partecipare alla stesura delle leggi che introdussero l’uguaglianza civile e sociale delle donne nella repubblica federativa sovietica. Fu esteso innanzi tutto l’elettorato attivo e passivo alle donne, per consentire loro la piena partecipazione ai processi politici. Poi fu introdotto il nuovo Codice della Famiglia, ratificato dal governo dei soviet nel 1918, che parificò lo status civile fra donne e uomini; fu introdotto il matrimonio civile stabilendo l’uguaglianza fra i coniugi (tra l’altro, si riconosceva a ciascuno dei due coniugi la libertà di assumere il cognome dell’altro o dell’altra); fu eliminata la distinzione fra figli legittimi e illegittimi, che era causa di feroce discriminazione; fu riconosciuta la convivenza al di fuori del matrimonio e furono facilitate decisamente le pratiche di divorzio. Fu legalizzato l’aborto, riconoscendo alle donne il diritto di decidere. Furono introdotte misure per sottrarre le donne alla prostituzione, fu depenalizzata l’omosessualità.

Agli inizi del 1918 fu istituito il Dipartimento per la protezione della maternità e dell’infanzia, per provvedere all’applicazione della nuova legislazione in materia di maternità, che tutelava le lavoratrici madri e prevedeva l’aspettativa di 16 settimane prima e dopo il parto, l’esenzione da lavori pesanti, il divieto di trasferimento e licenziamento per le madri in attesa, la proibizione del lavoro notturno per le donne, l’istituzione di cliniche e ambulatori per la maternità, consultori, asili per l’infanzia.

Vennero introdotte anche forme di socializzazione dei lavori domestici e servizi pubblici per supportare le famiglie operaie e divenne legge il principio di “uguale salario per uguale lavoro”.

Nell’autunno del 1919 fu creato, come già accennato, uno specifico dipartimento del comitato centrale del partito bolscevico per le attività autonome delle donne, il Žhenotdel, che istituì corsi di educazione politica e alfabetizzazione per le donne della classe operaia e per le contadine. Il Zhenotdel aveva una sua propria pubblicazione mensile, “Kommunitska”, rivolta a tutte le donne, non solo le comuniste, e promosse la diffusione di testate giornalistiche femminili nelle repubbliche sovietiche (nel 1927 se ne contavano 18) e l’organizzazione di riunioni di formazione politica che coinvolsero milioni di donne.

Quando le “armate bianche” della reazione scatenarono la guerra civile, così come in migliaia avevano aderito al movimento rivoluzionario, spontaneamente le donne si arruolarono in gran numero anche nell’Armata Rossa: si stima che nel 1920 ne facessero parte tra le 50mila e le 70mila.

Le donne bolsceviche furono straordinarie anticipatrici di concezioni che solo nei decenni più recenti i movimenti femministi hanno potuto riproporre, come l’importanza di superare la frattura prodotta dalla cultura e dall’organizzazione sociale patriarcale fra lavoro produttivo e riproduttivo, fra pubblico e privato, che è all’origine della doppia morale sessuale e sottomette le donne a rapporti familiari schiavizzanti. Esse affermarono il valore sociale della maternità e l’importanza, nella definizione dell’oppressione femminile, del “privato” che diventa “politico” nel momento in cui tutte le donne vi si riconoscono. Tali concezioni, alla base del nuovo Codice della Famiglia promulgato dal governo dei soviet nel 1918, fanno di esso uno strumento legislativo tuttora insuperato – per spirito innovatore – in gran parte dei paesi del mondo.

Con grande passione e senza risparmio di sé, le bolsceviche si dedicarono al lavoro politico di educazione delle donne negli angoli più remoti delle repubbliche sovietiche europee ed asiatiche, promuovendo l’istruzione delle donne musulmane, più oppresse dal patriarcato tradizionale, affinché diventassero a loro volta agenti del cambiamento sociale e portatrici dei valori socialisti.

Tutto ciò non avvenne senza incontrare forti resistenze nelle tradizionali società pre-capitaliste dov’erano più radicate le strutture patriarcali. Non fu pacifica l’accettazione delle riforme da parte della popolazione contadina che doveva superare i pregiudizi del passato, nelle zone più periferiche rispetto ai centri urbani focolai della rivoluzione. Non fu facile il lavoro del Zhenotdel particolarmente nelle regioni orientali, dove le donne talvolta pagavano un alto prezzo al loro desiderio di liberazione e dove le riforme furono osteggiate dalle reazioni spesso violente di mariti e padri tradizionalisti. Da più parti giungeva notizia di ragazze picchiate e punite duramente solo per aver assistito alle riunioni dei circoli femminili. Solo in Uzbekistan nel 1928, il Zhenotdel denunciò 203 casi di donne uccise dai loro padri, mariti e fratelli.

Tutto ciò obbligava in molti casi a rallentare la marcia, in qualche caso a retrocedere. Di questo si è molto scritto e molto si scriverà ancora. Ma ogni cosa va inscritta, oltre che nelle difficoltà interne incontrate nell’inedita costruzione del nuovo stato sovietico, nelle complicazioni minacciose che si determinavano all’esterno. Sta di fatto che a partire dagli anni ’30 – mano a mano che si faceva più stringente l’assedio della reazione borghese internazionale e si avvicinava la stretta tremenda della seconda guerra mondiale, scatenata dall’alleanza tra nazifascismo europeo e militarismo giapponese – le politiche innovative subirono una controspinta conservatrice che portò all’arretramento rispetto ad alcune conquiste realizzate. Alcuni dei diritti civili garantiti dal Codice sovietico furono cancellati, l’enfasi ritornò sul modello di famiglia tradizionale, l’aborto e l’omosessualità tornarono ad essere penalizzati e per qualche decennio il divorzio divenne più difficile da ottenere. Anche il dipartimento Zhenotdel fu soppresso nel 1930, prima che gli obiettivi di parità e libertà femminile promessi dalla rivoluzione venissero effettivamente raggiunti.

Tuttavia il progresso delle donne sovietiche non poteva essere arrestato e la legislazione nata dalla rivoluzione d’Ottobre continuò per lungo tempo ad essere fonte d’ispirazione per le lotte delle donne nel mondo, soprattutto con riguardo ai diritti di parità nel lavoro e alla tutela delle lavoratrici madri. “Fare come in Russia” fu uno slogan molto presente nelle lotte proletarie e femminili – ancora nei decenni del dopoguerra – in molti paesi dove dominava lo sfruttamento capitalistico.

E ancora oggi possiamo dire, senza timore di smentite, che la rivoluzione d’ottobre del 1917 rappresentò una tappa storica fondamentale nel cammino di emancipazione non solo delle classi lavoratrici e dei popoli, ma anche delle donne. Non si può fare la storia del movimento femminile internazionale senza fare riferimento – se si vogliono comprendere gli sviluppi di esso fino ai giorni nostri – a quella straordinaria stagione rivoluzionaria e alla favolosa lotta delle donne bolsceviche.

Ada Donno

Polonia 1916, la Protesta Nera delle donne

di Manuela Palermi (Presidente del Comitato centrale del PCI)

Un anno fa in Polonia le donne proclamarono sciopero e scesero in piazza contro una legge restrittiva dell’aborto voluta dalla destra e dalla chiesa cattolica. La legge fu ritirata. In questo 8 marzo che chiama le donne allo sciopero e alla mobilitazione in più di trenta Paesi del mondo, questo breve scritto vuole essere un omaggio alla forza di quelle donne.

In Polonia la legge sull’aborto è forse la più restrittiva tra quelle esistenti in Unione Europea. L’aborto è permesso solo in tre casi: se la gravidanza pone a rischio la vita e la salute della madre; se c’è un’alta possibilità di malformazione o di malattia grave del feto; se la gravidanza è il risultato di uno stupro, di un incesto o di pedofilia. In tutti gli altri casi l’aborto è un reato. E chiunque aiuti una donna ad abortire, rischia tre anni di carcere.

L’aborto però, anche nei tre casi previsti, è fuori dalla portata della stragrande maggioranza delle donne polacche. Perché gli ospedali non sono attrezzati, perché non praticano l’aborto, perché i medici si rifiutano per motivi di coscienza …

La normalità sono gli aborti clandestini: da 80mila a 100mila ogni anno.

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Nella primavera del 2016 nasce a Varsavia un comitato chiamato “Stop Aborto”. L’obiettivo è raccogliere sufficienti firme per una proposta di legge che annulli i tre casi previsti per l’interruzione della gravidanza e proibisca e persegua l’aborto in ogni caso, sempre considerandolo un reato. Per qualsiasi persona implicata, dalla donna a chi la aiuta, sono previsti cinque anni di carcere.

La proposta di legge ha l’appoggio della chiesa cattolica e del partito al governo, il PiS, un partito di destra. La conferenza episcopale emette un comunicato in cui appoggia incondizionatamente l’iniziativa di Stop Aborto e chiama il popolo polacco a mobilitarsi per “la protezione della vita del feto”. Il 3 aprile del 2016, una domenica, il comunicato viene letto durante la messa in tutte le chiese della Polonia.

Quello stesso giorno, nelle città polacche, ci sono manifestazioni contro la proposta di legge di Stop Aborto. A Varsavia migliaia di persone manifestano davanti al Parlamento. Un gruppo di facebook raccoglie 100mila firme in dieci giorni.

Poco più di un mese dopo, il 12 maggio, si costituisce un comitato di donne per la raccolta di firme a favore di un’altra proposta di legge in cui è prevista la legalizzazione dell’aborto fino alla dodicesima settimana; fino alla diciottesima se la gravidanza è conseguenza di uno stupro; fino a 24 settimane nel caso di malformazione o malattia del feto. Per la prima volta vengono inserite norme sull’educazione sessuale e sulla disponibilità di contraccettivi gratuiti. L’iniziativa delle donne raccoglie 215mila firme. Quella di Stop Aborto arriva a 450mila.

A settembre il parlamento inizia il dibattito sulle due proposte. E’ allora che nella rete, negli ashtag e negli slogan nasce “Protesta Nera”. Il nome nasce dalla scelta delle donne di manifestare la loro protesta e la loro lotta vestendosi di nero. La prima iniziativa viene convocata il 22 settembre con un sit in davanti al parlamento. Il giorno dopo il parlamento respinge la loro proposta e assume quella di Stop Aborto iniziando immediatamente la seconda lettura.

Protesta Nera indice una manifestazione a Varsavia. Le voci delle donne si rincorrono e si organizzano soprattutto attraverso la rete. In piazza saranno più di diecimila. La mobilitazione è un successo. Protesta Nera prende forza e decide di alzare il tiro chiamando le donne allo sciopero per il 3 ottobre. Ancora una volta la rete è lo strumento per parlarsi, incontrarsi, aderire. Quel giorno invadono in migliaia le piazze e le strade di 143 città polacche, città grandi, piccole, si manifesta anche nei paesi. Gli slogan sono ormai di segno tipicamente femminista. “Il corpo è mio, la scelta è mia”, “Penso, sento, decido”, “Abbiamo un cervello, non solo l’utero”, “Giù le mani dalle donne”, “Il governo sarà abbattuto dalle donne”, “Abortire il governo”….

A Varsavia il concentramento è a piazza Castello, nella città vecchia. Ne arrivano a migliaia, molte di loro partecipano ad una manifestazione per la prima volta. Nessuna si aspettava un’affluenza così massiccia e la scelta di piazza Castello si rivela pericolosa. La piazza è troppo piccola per contenere quella marea di donne. Le organizzatrici devono prendere più volte la parola per invitare le manifestanti a muoversi con calma.

Sono molte le donne che aderiscono allo sciopero. Attorno a loro si crea una solidarietà ed un consenso inaspettati. Molti funzionari pubblici le sostengono apertamente. Lo stesso avviene in numerose università e nelle scuole dove lo sciopero è un successo. Alcuni imprenditori sono costretti a chiudere gli stabilimenti. Molti uffici restano deserti. Quelle che non possono o non si sentono di scioperare decidono di rendersi comunque riconoscibili e si recano al lavoro con l’abito nero della lotta. Seppur in forme diverse, difficilmente calcolabili, l’adesione è massiccia. Secondo i calcoli della polizia almeno 100mila scendono in piazza.

L’effetto della protesta è inaspettato quanto la protesta stessa. Il PiS ritira l’appoggio alla proposta di legge restrittiva. Il 6 ottobre il parlamento la respinge. Jarosław Kaczyński, leader del PiS, dichiara pubblicamente che il progetto di legge non è “adeguato”. Anche la conferenza episcopale ritira il suo appoggio.

Le donne hanno vinto, ma la lotta non è finita. Sanno che il governo e il Pis dovranno ora rispondere alla voglia di rivincita e alle pressioni fortissime degli ultraconservatori. E infatti non passa molto tempo prima che venga presentata ed approvata una nuova legge: si chiama “Per la Vita” e prevede una ricompensa di mille euro alle donne che decidono di continuare la gravidanza anche se il feto ha malformazioni o non può sopravvivere. Dichiara Kaczyński: “Vogliamo assicurare che anche nei casi difficili di gravidanza, quando il bambino è condannato a morire o ad avere gravi malformazioni, si arrivi al parto perché il bambino possa essere battezzato, avere un nome e una sepoltura”.

Natalia Przybysz è una giovane cantante pop di successo. Durante un concerto chiede silenzio, poi prende la parola e racconta il calvario che ha dovuto subire per abortire. Subito dopo intona una canzone che ha composto lei stessa. E’ il doloroso racconto fin nei dettagli della sua vicenda. Lo scandalo è enorme, mai è successa una cosa simile in Polonia. Natalia non si ferma, rilascia un’intervista. Viene ferocemente attaccata, la stampa la chiama assassina, riceve minacce e insulti, i suoi concerti vengono boicottati. Ancora una volta, nella Polonia di Kaczyński e della chiesa cattolica, succede una cosa che non s’era mai vista. Circoli e gruppi di femministe e di donne della sinistra, a cui si aggiungono anche ambienti liberali, intellettuali ed artisti come Krystyna Janda, la protagonista dell’Uomo di Marmo di Andrzej Wajda, esprimono, pubblicamente e sulla rete, la loro solidarietà alla giovane cantante.

Nascono gruppi, collettivi. Le donne si incontrano, si raccontano l’una all’altra ed a loro si uniscono movimenti democratici e lavoratori e lavoratrici in lotta.

Nel giro di pochissimo tempo il diritto all’aborto (pur inteso nelle forme limitate della violenza e della malformazione del feto) diviene una questione sociale, per certi aspetti ideologica, che attiene ai diritti fondamentali e alle libertà civili.

Oggi è difficile dire se il movimento durerà. Sarà il tempo a dirlo. Ma intanto, a dicembre, è nato un altro movimento che, assieme a Protesta Nera, ha chiamato la gente a manifestare contro il tentativo del PiS di prendere il controllo del Tribunale Costituzionale. La politica del PiS e degli ambienti ultraconservatori viene denunciata come un attacco alla democrazia. Questo movimento è il KOD (Comitato per la difesa della democrazia), ed è stato in grado di organizzare una manifestazione a Varsavia che ha raccolto la partecipazione di 100mila persone.

Le proteste di massa delle donne, senza precedenti in Polonia, hanno sconfitto il PiS e la chiesa cattolica, hanno costretto il parlamento a rinunciare al tentativo di restrizione della legislazione. Il partito di governo è stato costretto a capitolare. La Conferenza episcopale a tacere.

La grandezza e la forza della protesta hanno sorpreso tutto il mondo.

Teresa Noce vive!

Leggere Teresa Noce a Teheran 

«Rivoluzionaria professionale», autobiografia di Teresa Noce è stata appena pubblicata in Iran l’8 marzo.

Segue il testo dell’intervistata di Stefania Miccolis alla traduttrice Farideh Guerman (dall’Unità del 3 aprile 2016)

Leggere serve a imparare a vivere, e dalla storia di una donna si possono trarre insegnamenti di vita. In questo caso si tratta dell’autobiografia di Teresa Noce “Rivoluzionaria professionale”, pubblicata in Italia nel 1974 e riedita più volte (l’ultima nel 2003), e uscita a Teheran pochi giorni fa, l’8 marzo 2016. A curare l’edizione e a tradurla in iraniano è stata Farideh Guerman, una professoressa di architettura dall’aria dolcissima. Parlare con lei è come vedere due mondi che si incontrano. Lo dice lei stessa “ho studiato a Roma architettura, e ho vissuto diversi anni qui, e da allora per me è stato molto importante tornare, e poi rientrare nella mia terra, e poi ancora ritornare. Non voglio perdere il contatto con il mondo occidentale”. Quando le si chiede se si è in qualche modo rivista in questa grande donna, risponde che non ci aveva mai pensato, però “è vero, il punto che abbiamo in comune è lottare, mai smettere di lottare per ciò in cui si crede.” Ma Teresa Noce, aggiunge, era molto più forte di me”. Quello che più l’ha colpita di questa rivoluzionaria è “la convinzione in ciò che diceva e faceva; pensava con la sua testa; non era sotto l’influenza del marito o di altri. Era sicura di sé”.
Nell’autobiografia c’è una frase emblematica: “Le donne per conquistare l’emancipazione come donne e lavoratrici, per prima cosa dovevano imparare a dire di no: dire di no ai maestri e ai genitori, dire di no ai padroni, dire di no al marito, dire di no ai compagni quando si era convinte di aver ragione. Bisognava battersi per le proprie opinioni, difenderle contro tutti, e smettere di pensare che gli uomini, compagni o dirigenti, solo perché tali o di un gradino più in alto nella gerarchia, avessero sempre ragione”.
“Una donna eccezionale – continua Farideh – generosa, ha sempre lottato nella vita, una vera rivoluzionaria contro il fascismo, sincera con tutti i suoi compagni, li aiutava in qualsiasi momento avessero bisogno. E una grande lavoratrice sin dall’età di sei anni, ma ha dedicato la sua vita all’umanità, non solo alla classe operaia. Ha contribuito alla emancipazione femminile, nei diversi momenti storici che ha attraversato”. Teresa Noce, che divenne moglie di Luigi Longo nonostante, dicevano i suoceri, fosse “brutta, povera e comunista”, fu fra i fondatori del partito comunista nel 1921, organizzò il lavoro clandestino del centro interno del PCI e gli scioperi della CGIL contro il fascismo; attiva anche in Spagna, nella sua lotta clandestina fu arrestata più volte durante la guerra e deporta nei campi di Ravensbruck e Holleischen.
“Poi dopo la guerra cambia il momento storico e cambia il modo e la forma di lottare. Per le donne, grazie alla sua attività politica, ha fatto cose di cui vediamo ancora oggi il risultato, ha lasciato segni, impronte”. Deputata all’Assemblea costituente, fu componente del Comitato dei Settantacinque che scrisse la Costituzione. Eletta alla Camera nelle prime due legislature repubblicane, si impegnò nella lotta per la parità salariale e per la tutela delle lavoratrici madri. Scrive Teresa Noce: “il lavoro “femminile” non mi è mai piaciuto e mi sono sempre rifiutata di compierlo, anche se sono sempre stata attiva in difesa delle donne. È il concetto di lavoro femminile – [nel partito] – che è sbagliato in quanto quasi contrapposto oppure separato da quello generale […] come non vi può essere emancipazione femminile se non si emancipano anche gli uomini, così nel Partito non vi devono essere organismi e tantomeno organizzazioni differenziati per sesso”. Ma al di là della sua attività politica, Farideh trova in Teresa Noce sensibilità e delicatezza: “era anche una madre, molto forte, ha avuto tre figli (uno morto dopo pochi mesi dalla nascita per meningite), ha avuto il coraggio di tenerli, nonostante il pericolo, ha fatto tutto per loro. È stata una moglie fedele e innamorata”. Farideh ha tradotto il libro trentatré anni fa, subito dopo che uno studente glielo regalò qui a Roma; nell’82 era già pronto ma le difficoltose vicissitudini della sua vita non le hanno permesso di pubblicarlo. Lo ha trovato subito molto importante, ha imparato molto: “Se prima ero dogmatica e rigida, tradurre questa autobiografia mi ha aiutato a cambiare, mi ha insegnato negli anni a riflettere anche sui miei dogmatismi. Ho imparato ad ascoltare, a sentire tutti, a elaborare un pensiero e riflettere con la mia testa, e ad andare anche contro una idea sbagliata. Ho iniziato con questo libro, è stato come un input, poi la vita mi ha dato il resto e mi ha insegnato tanto”. Per questo ha pensato che potesse essere importante anche per le altre donne iraniane: “Più passa il tempo e più le donne iraniane diventano emancipate. Nel suo corso di architettura all’università vi sono più studentesse che studenti; possono studiare, possono uscire dal paese, e sono molto più attive degli uomini. Le donne iraniane più emancipate e politicizzate o quelle femministe, potranno usufruirne e le colpirà”.
Naturalmente Farideh che conosce molto bene la storia italiana ha aggiunto delle note per descrivere i vari personaggi della Resistenza, e spiegare i momenti storici. E poi tante foto che Giuseppe, il figlio di Teresa Noce, le ha gentilmente dato: “Avrei tanto voluto conoscere Teresa Noce, ma era già morta, e ho cercato il figlio. Mi hanno accolto affettuosamente e contenti, non immaginavano che una donna iraniana conoscesse cosi bene la loro storia e la loro famiglia”. L’obiettivo del libro non è dare speranza, ma “dare consapevolezza alle donne”. “Ho capito una cosa nella vita: molto importante è il lavoro culturale senza del quale non si arriva a nessuna conclusione e nel mio paese è fondamentale. Le persone devono prendere coscienza, devono capire. Bisogna lottare contro una cultura sbagliata, ma non solo in politica. Oggi con l’elezione del nuovo Parlamento è successa secondo me una cosa molto bella, vuol dire che c’è più coscienza e si capisce di più.”
Quando la casa editrice ha voluto pubblicarlo non c’è stato fra l’altro alcun tipo di censura da parte del ministero. Neanche Farideh ha dovuto autocensurarsi, sorridendo dice che ha cambiato solo una frase de Gigi bambino, il primo figlio Teresa Noce, irriverente nei confronti della religione, ma niente di più. La cosa più bella è che comunque il libro è uscito a Teheran l’8 marzo, proprio il giorno della festa della donna. “Non avevamo programmato la data di uscita – ci dice Farideh – ma l’8 marzo è stato un giorno significativo, un trionfo! Allora significa che Teresa Noce vive e che è stata la sua energia ad aver permesso questo”.

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La Rivoluzione è Donna / La Revolución Es Mujer

La Rivoluzione è Donna / La Revolución Es Mujer

In occasione della Giornata Internazionale della donna Maria Elena Uzzo, Ministra Consejero della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia, è intervenuta sul riconoscimento e sul ruolo delle donne nella Rivoluzione bolivariana in corso in Venezuela. (M. F.)

La Revolución Es Mujer / La Rivoluzione è Donna

Acto en Conmemoración del Dia Internacional de la Mujer

Intervención de la Ministra Consejero de la República Bolivariana de Venezuela en Italia Maria Elena Uzzo

13 marzo 2016.

Il Comandante Eterno, nelle “Lineas de Chavez” pubblicate l’8 marzo 2009, sette anni fa, e’ stato incisivo nell’affermare: “Senza la vera liberazione della donna, sarebbe impossibile la liberazione piena dei popoli”, dopo che già aveva espresso la piena convinzione che “un autentico socialista deve essere un’autentico femminista”.

Vi porto il saluto del compagno Nicolas Maduro, primo presidente chavista della nostra storia, della Ministra del Potere Popolare per gli Affari Esteri, compagna Delcy Rodriguez, del compagno Isaias Rodriguez, nostro ambasciatore in Italia e della moltitudine di uomini e donne venezuelane che, grazie alla rivoluzione bolivariana, sono diventati figure chiave del processo di cambiamento iniziato da Chavez.

Sono qui per esprimere, in questo iniziativa in omaggio alla donna, che, anche se sono molto orgogliosa del mio genere, di essere donna, questo sentimento si moltiplica di fronte a voi per dirvi che sono orgogliossissima di essere una donna chavista. Come non esserlo di fronte a un uomo che ha avuto il coraggio di affermare che:

“L’amore che alberga nel cuore di una donna è forza sublime per salvare la causa dell’umanità. Voi siete l’avanguardia della battaglia! Rendo omaggio alle donne del mondo e alle donne della mia patria. Avanti! Viva le donne!”.

Perché nella vita e nell’opera del Comandante eterno teoria e prassi andavano mano nella mano e oltre la retorica, il femminismo di Hugo Chavez si è espresso in fatti concreti che il tempo previsto per il mio intervento non permetterà di raccontare con i dettagli che merita.

Tutte le iniziative governative nella rivoluzione bolivariana si sono rafforzate nell’uguaglianza di genere a partire dallo stesso discorso, da quando il Comandante cominciò a parlare di tutte e tutti, dando alla donna venezuelana il posto che le spettava negli spazi pubblici della nazione.

E’ sempre stato questo il desiderio e l’agire di Hugo Chavez, che oggi rimane nell’eterna eredità lasciata al presidente Nicolas Maduro.

Gli aspetti principali dell’opera femminista nella gestione rivoluzionaria bolivariana, in grande sintesi sono:

  • Creazione e consolidamento del Ministero del Potere Popolare per la Donna e l’uguaglianza di genere, dando istituzionalizzazione al progresso della donna e alle sue lotte e aspirazioni per l’uguaglianza e la parità di genere.
  • Creazione e consolidamento dell’Istituto Nazionale della Donna, per riconoscere il suo ruolo di motore e fulcro delle trasformazioni sociali; sostegno del processo di legittimazione delle idee femministe nella lotta contro il patriarcato e promozione della legge per contrastare la violenza contro le donne.
  • Creazione e consolidamento del Banco della Donna, per dare sostegno economico alle donne più povere, cancellando così il volto femminile della miseria. In questo senso, i microcrediti Banmujer hanno dato sostegno alle donne imprenditrici in tutto il territorio nazionale.
  • Estensione della partecipazione femminile in tutti gli ambiti della vita del paese:

–          Ampliando le opportunità di formazione con le Missioni educative e le nuove università (bolivariana, delle arti, della sicurezza, militare, ecc), si è incrementata così la partecipazione delle donne nel sistema educativo venezuelano.

–          In un momento cruciale per la donna, all’interno della rivoluzione bolivariana, 4 poteri su un totale di 5 che formano la struttura governativa venezuelana sono stati in mani femminili.

–          La partecipazione della donna venezuelana agli incarichi pubblici è cresciuta come mai prima si era visto in nessuna gestione presidenziale prima della rivoluzione.

–          Nell’ambito elettorale, le liste del governo bolivariano sono arrivate ad avere la stessa partecipazione di uomini e donne, segnando la fine sacrosanta della disuguaglianza che caratterizza la società maschilista mondiale.

–          Il sostegno solidale alle madri che allevano da sole i propri figli liberando una generazione dalla povertà, grazie alla missione “Madres del Barrio”.

–          Il riconoscimento al valore del lavoro della donna casalinga garantisce la sicurezza sociale delle nostre madri e nonne, così come stabilito nella nostra Costituzione bolivariana.

Eh si! Confermo la mia soddisfazione e il mio orgoglio di essere chavista, cioè combattente, socialista, coraggiosa, solidale , bolivariana, ma allo stesso tempo donna sensibile e creativa.

Per questo motivo non ci sarà guerra economica, mediatica, psicologica, politica o militare che ci trattenga.

La “Rivoluzione” è Donna!

La Rivoluzione bolivariana continuerà ad avanzare!

Continueremo a resistere, senza dare riposo alle nostre braccia, per tutto il tempo che sarà necessario, come hanno fatto le coraggiose venezuelane vittime de las Guarimbas organizzate dalla destra fascista venezuelana, o come ha fatto, fino a dare la vita per questo nobile obbiettivo, l’infaticabile leader indigena dell’Honduras Berta Caceres, alla quale dedico la mia partecipazione e l’applauso di tutte e tutti voi. Grazie mille.

Traducción del español de Patricia Vargas

La Revolución Es Mujer / La Rivoluzione è Donna

Acto en Conmemoración del Dia Internacional de la Mujer

Intervención de la Ministra Consejero de la República Bolivariana de Venezuela en Italia Maria Elena Uzzo

13 marzo 2016.

El Comandante Eterno, en “Las Líneas de Chávez” publicadas el 8 de marzo de 2009, es decir hace siete años,  fue contundente al expresar que “sin la verdadera liberación de la mujer, sería imposible la liberación plena de los pueblos” ya que tenía la plena convicción de que “un auténtico socialista debe ser también un auténtico feminista”.

Y estoy aquí, trayendo el saludo del compañero Nicolás Maduro, primer presidente chavista de nuestra historia, de la Ministra del Poder Popular para Relaciones Exteriores, compañera Delcy Rodríguez, del compañero Isaías Rodríguez, nuestro embajador en Italia y de la multitud de hombres y mujeres venezolanas que, gracias a la Revolución Bolivariana, se convirtieron en primeras figuras del proceso de cambio iniciado por Chávez.

Y estoy aquí para expresar en este acto en homenaje a la mujer que si bien estoy orgullosa de mi género, de ser mujer, este sentimiento se multiplica ante ustedes para decirles que estoy orgullosísima de ser mujer chavista. Como no serlo ante un hombre que tuvo el coraje de afirmar que

 “el amor que alberga el corazón de una Mujer es fuerza sublime para salvar la Causa Humana. ¿Son ustedes la vanguardia de la Batalla! Rindo tributo a las mujeres del mundo y a las mujeres de mi Patria. ¡Adelante! ¡Vivan las Mujeres!”

Porque en la vida y obra del Comandante Eterno, teoría y praxis andaban de la mano y más allá de la retórica, el feminismo de Hugo Chávez se expresó en hechos concretos que el tiempo previsto para mi intervención no permitirá  desglosar con los detalles que se merece.

La totalidad de las iniciativas gubernamentales en la Revolución Bolivariana, se fortaleció en la igualdad de género desde el discurso mismo, cuando el Comandante comenzó a hablar de todas y todos, dándole a la mujer venezolana el lugar que le correspondía en los espacios públicos de la nación.

Fue siempre este el deseo y el accionar de Hugo Chávez, que hoy se mantiene en el legado imperecedero que dejó en el presidente Nicolás Maduro.

Los aspectos principales de la obra feminista de la gestión revolucionaria bolivariana, en una apretada síntesis, son:

-Creación y consolidación del Ministerio del Poder Popular para la Mujer y la Igualdad de Género, dándole institucionalidad al avance de la mujer y a sus luchas y aspiraciones por la igualdad y la equidad de género

-Creación y consolidación del Instituto Nacional de la Mujer, para reconocer su rol de motor y eje de las transformaciones sociales; apoyar el proceso de legitimación de las ideas feministas en su lucha contra el patriarcado e impulsar la ley para salir del yugo de la violencia contra las mujeres.

-Creación y consolidación del Banco de la Mujer, para dar apoyo económico a las mujeres más pobres, borrando así el rostro femenino de la miseria. En ese sentido, losMicrocréditos Banmujer respaldaron a las mujeres emprendedoras en todo el territorio nacional.

-Profundización de la participación femenina en todas las esferas de la vida del país:

*Al ampliar las oportunidades de formación con las misiones educativas y las nuevas universidades (la Bolivariana, la de las Artes, la de la Seguridad, la Militar, etc) se incrementó la participación de mujeres en el Sistema Educativo Venezolano.

*En un momento estelar para la mujer, dentro de la Revolución Bolivariana, cuatro poderes, de un total de cinco que conforman la estructura política venezolana, estaban en manos femeninas.

*La participación de la mujer venezolana en los cargos públicos creció como nunca antes se había visto en ninguna gestión presidencial anterior a la Revolución.

*En la esfera electoral, las listas del gobiernos bolivariano llegaron a tener igual participación de hombres y mujeres, dando al traste con la tradicional y sacrosanta inequidad que caracteriza a la sociedad machista mundial.

*El apoyo solidario a las madres que crían solas a sus hijas e hijos, librando a una generación de la pobreza, a través de la Misión “Madres del Barrio”.

-El reconocimiento al valor del trabajo del hogar garantizando la seguridad social de nuestras madres y abuelas, tal como reza en nuestra Constitución Bolivariana.

Y si… ratifico mi satisfacción y mi orgullo de ser chavista, es decir, luchadora, socialista, valiente, solidaria, bolivariana…, al mismo tiempo que femenina, sensible y creativa…

Por esta razón no habrá guerra económica, mediática, sicológica, política o militar que nos detenga…

La “Revolución” es mujer…

La Revolución Bolivariana continuará avanzando…

Seguiremos resistiendo, sin dar reposo a nuestros brazos, el tiempo que se necesario… como lo hicieron las corajudas venezolanas víctimas de las guarimbas organizadas por la derecha fascista venezolana o como lo hizo, hasta dar la vida en este noble objetivo, la incansable líder indígena hondureña Berta Cáceres a quien dedico mi participación y el aplauso de todas y todos ustedes…

Un milione di donne per la Pace

In occasione della Giornata internazionale della donna,  sotto il segno di Policarpa Salavarrieta, “La Pola”, simbolo della lotta delle donne colombiane per l’indipendenza e la dignità, è stata realizzata l’iniziativa “Un Millón de Mujeres de Paz”, che – con il metodo della”multiplicación de 10×10″, attraverso il quale una donna invita dieci altre donne, che a loro volta ne invitano altre dieci, e così via per raggiungere l’obiettivo di un milione di donne – ha unito le organizzazioni e le donne che lottano in una prospettiva di genere per l’affermazione della democrazia e di un fronte ampio per la pace, e in particolare per la controfirma e la verifica degli accordi di pace fra le Farc e il governo colombiano conclusi all’Avana con l’importante mediazione di Cuba.

Le guerrigliere delle Farc-EP impegnate nella delegazione di pace hanno inviato all’iniziativa “Un milione di donne di pace”, un messaggio, tradotto dalla nostra compagna Giusi Greta di Cristina, con cui hanno augurato alle donne riunite il successo nel loro lavoro. “Questo 8 marzo 2016 ha un significato speciale. Non è solo la giornata internazionale delle donne che lavorano, ma anche un momento storico perché siamo sul punto di ottenere la firma di un accordo finale.” (M. F.)

Un milione di donne per la Pace

Noi donne guerrigliere che facciamo parte attualmente della Delegazione di Pace delle FARC-EP, mandiamo un caldo e affettuoso saluto al vertice “Un milione di donne per la Pace”, augurandovi una buona riuscita dei lavori.

Questo otto marzo dell’anno 2016 possiede un significato speciale. Non solo è la Giornata internazionale della donna lavoratrice, ma è anche un momento storico, poiché siamo vicine alla firma di un accordo finale.

Per noi, le guerrigliere delle FARC-EP, la firma sarà solo l’inizio della costruzione della pace, perché proprio questo sarà il punto dal quale, attraverso la mobilitazione e la lotta, inizierà l’edificazione della giustizia sociale. Siamo convinte che né la firma di un accordo, né il silenzio dei fucili, porrà fine all’oppressione e alla discriminazione delle donne. Ma, questo sì, l’accordo di pace deve rappresentare uno scenario nuovo per iniziare a farlo. E deve necessariamente contare su una partecipazione femminile di massa alla vita politica, sociale e culturale del Paese, a partire da un punto iniziale.

Noi donne dobbiamo essere artefici della nuova società senza violenza e senza la discriminazione basata sul genere, sul sesso, sull’etnia o sulla razza. Per raggiungere questo, si devono conquistare spazi reali di partecipazione e leadership delle donne come soggetto politico. Ecco perché è importante la nostra presenza all’Assemblea Nazionale Costituente, che offrirà sicurezza giuridica agli accordi e un nuovo assetto istituzionale per la pace. Però, affinché la Costituente possa aver successo, deve contenere una rappresentanza reale di quella che è la società colombiana attuale, dando voce ai gruppi sociali da sempre esclusi: indigeni, afrocolombiani, contadini, raizales, palenqueros (gruppi etnici propri della Colombia, ndr) e, ovviamente, tale rappresentanza dovrà tener conto della realtà della composizione di genere nella società colombiana. Per il 51% siamo donne; che non si lasci fuori nessuna rom, nessuna indigena, nessuna afrocolombiana, nessuna maestra, nessuna studentessa, nessuna domestica, nessuna contadina, nessuna donna. Tutte devono partecipare alla costruzione della Nuova Colombia che sogniamo, che desideriamo e stiamo per costruire.

Noi donne combattenti stiamo alzando la nostra voce a favore della pace. Grazie a questo, si è creata la sottocommissione di genere al Tavolo dei colloqui, una svolta storica per la Colombia e per il mondo.

La sottocommissione ha rappresentato uno strumento molto importante per includere la voce delle donne colombiane in questo processo di pace. Abbiamo ricevuto tre delegazioni di sei rappresentanti di organizzazioni di donne e della comunità LGBTI. Sicuramente alcune di loro sono in questa sala. Esse hanno esposto le proprie proposte per inserire una prospettiva di genere negli accordi dell’Avana. Inoltre, sono giunte critiche, suggerimenti, e si è avuto uno scambio di idee molto fruttuoso con molte di loro. Per noi in particolare, donne guerrigliere, è stato molto importante questo contatto con le organizzazioni nazionali e regionali, con tutti voi, perché in passato era davvero difficile uno scambio diretto e aperto, tanto necessario per costruire piattaforme di lotta, attualizzare le tematiche ed ascoltare le opinioni.

Ci fa piacere dirvi che oggi già abbiamo terminato la revisione dell’accordo parziale di Sviluppo Rurale Integrale e Partecipazione Politica, e stiamo discutendo il testo sulle droghe illegali. Saranno i primi accordi di pace nella storia universale che esprimono, esplicitamente, la voce delle donne.

Grazie alla mobilitazione di tutte voi, noi donne siamo oggi incluse negli accordi parziali raggiunti all’Avana. Grazie alla mobilitazione di tutte voi, si stanno realizzando iniziative come questa: “Un Milione di Donne per la Pace”. Noi donne farianas (delle FARC, ndr) ci sentiamo parte, facciamo parte, di questo milione di donne di pace; appoggiamo con forza questa iniziativa, perché crediamo che sia la materializzazione di questa speranza che tutte portiamo nei nostri cuori.

Abbiamo bisogno non di un milione, non di 5 milioni, non di 10 milioni. Abbiamo bisogno di 20 milioni di donne per la pace.

Insistiamo: nemmeno una sia lasciata fuori. La pace si ottiene con le donne.

Traduzione a cura di Giusi Greta di Cristina (Federazione PCdI Catania)

International Women’s day: feminist left struggles in Europe

 Riceviamo dalle amiche della Rete femminista il report di Cecè Damiani della Casa delle donne di Milano sull’incontro di Bruxelles con le parlamentari europee, di cui avevamo già scritto in un precedente post, in occasione del quale è stato consegnato loro il documento “No muri, no recinti”.  (M. F.)
“Come sapete il 2 ed il 3 marzo si è tenuto a Bruxelles presso la sede del Parlamento europeo l’incontro “International Women’s day: feminist left struggles in Europe” .
L’incontro è stato organizzato dal gruppo parlamentare del GUE/NLG , in particolare da Malin Bjok e da Eleonora Forenza (eurodeputate svedese ed italiana). L’invito a partecipare per quanto ci riguarda (rivolto alle reti  “Donne nella crisi” e “Muri e recinti: non è l’Europa che vogliamo” e all’associazione IFE Italia)   è venuto proprio da Eleonora  che abbiamo ringraziato per l’opportunità offertaci.
Come avete potuto vedere dal programma che vi abbiamo inviato l’incontro si è articolato in tre sessioni plenarie il 2 marzo ed in due sessione plenarie il 3 marzo. A dire il vero nella giornata del 3 avrebbero dovuto esserci due gruppi di lavoro in contemporanea ma l’assenza di alcune delle facilitatrici e relatrici del gruppo sui “diritti delle donne sul loro corpo” ha reso necessario lavorare  in plenaria unendo i due gruppi.
La presenza maggiore (circa 80 partecipanti) si è avuta nelle prime due sessioni del primo giorno mentre nella terza sessione della medesima giornata e nelle due sessioni del giorno successivo le presenze si sono attestate sulle 30/40 presenze.
Le donne e gli uomini (pochi) presenti provenivano da differenti paesi europei: Spagna, Portogallo, Italia, Francia, Germania, Belgio, Svezia, Grecia, Repubblica Ceca. Regno Unito in rappresentanza di associazioni o reti femministe  (come nel nostro caso e nel caso della Spagna, della Grecia e della Germania), di forze politiche (Die Linke, Podemos, Izquierda Unida, Swedish Left Party, PRC, Altra Europa) , di sindacati ( l’equivalente della Cgil greca e inglese) e di docenti universitarie.
Vi sono state ,  in particolare nella delegazione italiana, anche presenze individuali cioè senza alcuna rappresentanza diretta.
I temi trattati hanno riguardato soprattutto le questioni relative al lavoro delle donne ( in particolare si è discusso delle lavoratrici domestiche  a partire dalla lotta delle lavoratrici  greche del settore)  e ai diritti sociali (welfare state) e i temi legati al diritto delle donne a decidere sul proprio corpo (molto interessante a questo proposito l’intervento della docente universitaria spagnola che ha ripercorso la storia della legge spagnola sul diritto all’aborto).
I tempi molto ristretti hanno fatto che che gli interventi dalla sala fossero contingentati nei tempi e nel numero. In ogni caso noi abbiamo presentato l’esperienza ed il lavoro che stiamo svolgendo in Italia in forma collettiva e condivisa.
La sessione più partecipata, sia come numero che qualità e spessore  degli interventi e stata l’ultima cioè quella di giovedì 3 marzo sul diritto delle donne a decidere sul proprio corpo. Si è dibattuto non poco delle questioni relative alla “maternità surrogata” o “utero in affitto” o “gestazione per altri” (come si preferisce definire la pratica)  e devo dire che si sono evidenziate posizioni molto differenti in particolare  fra le italiane che in linea di massima e con accenti differenti invitavano a cogliere la complessità della questioni e a rifuggire da pratiche abolizioniste , le svedesi e le spagnole che invece tendevano a mettere in luce gli aspetti più negativi di tale pratica ( compravendita di “organi” e di bambini, selezione di classe, sfruttamento delle donne in particolare nei paesi ad alta densità di povere, …) e quindi sembravano orientate a pratiche proibizioniste.
Ovviamente nè le posizioni italiane nè quelle svedesi o spagnole possono essere generalizzate a tutto il paese di provenienza perchè legate alle donne presenti all’incontro.
La due giorni si è conclusa con il ringraziamento delle due eurodeputate presenti, svedese ed italiana, (è stato presente anche un  giovane europarlamentare di Podemos che però non è intervenuto) perchè l’incontro consentirà di rafforzare  il loro ruolo di femministe all’interno del GUE/NLG e con l’auspicio di saper/poter costruire azioni collettive capaci di mettere in discussione le politiche di stampo neoliberista e patriarcale.
Per quanto ci riguarda, oltre ad aver presentato i nostri percorsi e le nostre azioni collettive, abbiamo preso contratti con alcune attiviste spagnole e tedesche. Queste ultime ci hanno invitato al seminario delle “Donne queer e femministe” che si terrà a Berlino dal 23 al 26 G
giugno 2016. Ci faremo inviare il programma e ve lo inoltreremo.
L’appello migranti è stato presentato nella seconda giornata. Il testo solo in italiano è stato consegnato alle delegate si Spagna (conosceva già le moltissime associazioni firmatarie) Germania, Svezia e Belgio.  Eleonora Forenza farà tradurre il testo così da inviarlo alle europarlamentari di Femm. Il programma Mediteraneum Hope è già conosciuto in ambito europeo.
Vi invito a leggere il report molto articolato di Barbara Romagnoli sulla 27 ora. C’è un’imprecisazione, mi sono presentata come Casa delle donne di Milano ma ovviamente l’appello l’ho presentato come rete femminista raccontando il nostro percorso.
In conclusione un aspetto positivo e un altro meno.
Certamente l’aver partecipato ci ha consentito di segnare una presenza e prendere contatti a livello europeo con altre realtà femministe, come del resto auspicavamo
La crisi nella quale siamo immerse sia  dentro che  fuori delle istituzioni,  rendono  difficile la costruzione di azioni collettive a livello europeo sia in campo sociale che politico.
Questa constatazione però rende ancor più prezioso il lavoro delle “nostre ” reti a livello italiano.
International Women's day: feminist left struggles in Europe

Speciale 8 marzo

Per la Giornata internazionale della donna – giornata di lotta più che di festa – pubblichiamo alcuni contributi, alcuni dei quali provenienti da altri paesi tradotti generosamente dalla compagna Ada Donno e due scritti dalle giovani compagne Andrea Chiara e Giusi Greta Di Cristina. Questa pagina apre con una bellissima poesia della compagna Maria Carla Baroni e un articolo scritto a due mani con il compagno Alexander Höbel, volto in particolare a proporre un metodo e una riflessione da riprendere nel nostro Partito. E infine una dichiarazione con cui le amiche della Casa delle donne di Torino dedicano questo 8 marzo alla lotta in difesa della 194 e per il diritto delle donne a una gravidanza consapevole. Tutto accompagnato dai meravigliosi disegni che l’illustratrice Anarkikka ha realizzato per gli 8 marzo degli ultimi anni e dal bel manifesto realizzato dai giovani compagni del Dipartimento comunicazione del Partito che riprende l’articolo 37 della Costituzione: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”.

Anche questo 8 marzo, come tutti i giorni dell’anno, dedichiamo le nostre forze per sostenere e far conoscere le lotte passate e presenti delle donne, lo dedichiamo a Berta Cáceres e alle donne che difendono la natura e l’umanità, alle donne migranti, alle donne che resistono alla guerra, alle ingiustizie, alle violenze, alle umiliazioni, alle sopraffazioni, al patriarcato, alle donne che lottano per un altro mondo possibile fatto di pace e di uguaglianza.

Naturalmente la pagina è aperta all’invio di ulteriori materiali da parte di tutte le compagne e di tutti i compagni.

Milena Fiore

             Una poesia di Maria Carla Baroni

Marzo 1911 – Marzo 2011

Centoventinove operaie

serrate come bestie nelle stalle

fuse a macchina d’opaca fatica

intrise di incendio

saltate dalla fabbrica in fiamme

su un terreno di rapida morte

nella lontana New York.

Per cent’anni l’otto marzo

fiamma di donne nel mondo

per multiformi lotte

8 marzo, una grande storia e i nuovi orizzonti

di Milena Fiore e Alexander Höbel

L’origine dell’8 marzo è legata indissolubilmente alla storia del movimento operaio, socialista e poi comunista. Fin dall’inizio la giornata fu intesa come una giornata di lotta, nella quale si affermavano con forza le rivendicazioni delle donne per l’emancipazione e il diritto di voto. Nel 1910 la Conferenza internazionale delle donne socialiste svoltasi a Copenaghen discusse dell’opportunità di istituire una giornata internazionale della donna, che in alcuni paesi fu celebrata già l’anno successivo, in date diverse dall’8 marzo: in Francia, ad esempio, le manifestazioni si svolsero il 18 marzo, nel 40° della Comune di Parigi. Nel 1913, il 3 marzo, l’iniziativa fu presa in Russia dal Partito bolscevico. Quattro anni dopo, l’8 marzo 1917, gli stessi bolscevichi organizzarono una nuova manifestazione a San Pietroburgo, con la parola d’ordine della fine della guerra: fu l’inizio della Rivoluzione di febbraio, e proprio per questo quando, nel 1921, la seconda Conferenza internazionale delle donne comuniste istituì una “giornata internazionale dell’operaia”, fissò la data all’8 marzo.

In Italia, la Giornata internazionale della donna fu celebrata per la prima volta il 12 marzo 1922, su iniziativa del Partito comunista d’Italia, nella prima domenica successiva all’8 marzo, e in quegli stessi mesi Camilla Ravera, che sarà segretaria del Partito senza scandalizzare nessuno, fondò il periodico “Compagna”, che si affiancò agli altri giornali della stampa comunista. E forte fu sempre l’attenzione di Antonio Gramsci alla questione femminile, concepita come questione centrale per tutto il partito. Negli anni del fascismo e della clandestinità la Giornata della donna finì per scomparire. Essa tornò alla luce soltanto nel 1944, allorché nella parte del Paese già liberata dal nazifascismo, su iniziativa del Pci fu costituita l’Udi, Unione delle donne italiane, la quale decise di celebrare nuovamente l’8 marzo.

Negli stessi giorni nell’Italia occupata i grandi scioperi operai davano una forte spallata al regime. L’anno successivo, su iniziativa di donne comuniste come Lina Fibbi, l’iniziativa fu ripresa anche nella parte del paese ancora sotto il giogo nazifascista.

Ricorderà Lina Fibbi:

L’8 marzo 1945 i tedeschi erano inferociti perché erano già in ritirata. […] era la Giornata internazionale della donna. Allora chiedemmo a Longo se avesse qualche idea e lui disse: “mandiamo le donne sulle tombe dei partigiani caduti e facciamo in modo che si possano riconoscere”. Inventammo così il simbolo dell’8 marzo: la mimosa. E fu Longo a invetare la mimosa! La scelse perché è un fiore che si trova facilmente […]. E quel giorno, quell’8 marzo 1945, al Cimitero monumentale di Milano c’erano moltissime donne, tutte con la mimosa, e i tedeschi erano impazziti perché non potevano dire niente […] fu un episodio formidabile. (Guido Gerosa, “Le compagne”, Rizzoli 1979, p. 111)

Un’altra versione dei fatti sostiene invece che fu Teresa Mattei, che sarà tra le costituenti elette nelle file del Pci nel 1946, a convincere Longo dell’uso della mimosa, mentre il leader comunista avrebbe preferito le violette, già in uso nella Francia del Fronte popolare. In ogni caso, dopo la Liberazione, l’idea di celebrare l’8 marzo col simbolo della mimosa fu rilanciata dalle donne comuniste.

Speciale 8 marzo

«La mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta sulle montagne e poteva essere raccolto a mazzi e gratuitamente […]. Quando nel giorno della festa della donna vedo le ragazze con un mazzolino di mimosa penso che tutto il nostro impegno non è stato vano» Teresa Mattei

Per tutto il dopoguerra, l’8 marzo fu celebrato con grosso impegno dall’Udi, dalle altre forze progressiste e da tutto il movimento operaio. Ma soprattutto ebbe inizio un lavoro di elaborazione e iniziativa politica (si vedano i discorsi di Palmiro Togliatti sull’emancipazione femminile, le battaglie di Teresa Noce per la parità salariale, quelle di Angiola Minella Molinari e Marisa Cinciari Rodano per l’assistenza alla maternità e all’infanzia, ecc.) che, per quanto riguarda le comuniste e i comunisti, ebbe i suoi luoghi principali nell’Udi, nella Commissione femminile del Partito e nelle Conferenze delle donne comuniste. Fu ad esempio nella IV Conferenza delle donne del Pci, nel 1965, che l’impegno del Partito in favore del divorzio fu affermato per la prima volta, in particolare nelle relazioni di Nilde Iotti e Luciana Castellina, le cui istanze furono poi riprese dal segretario generale, Luigi Longo. Ma già un anno prima il tema era emerso in un interessantissimo seminario organizzato dall’Istituto Gramsci su “Famiglia e società nell’analisi marxista”, con relazioni tra le altre di Umberto Cerroni e Franca Pieroni Bortolotti sul rapporto famiglia-società e di Luciana Castellina sull’esperienza sovietica in questo campo.

A tale proposito va rilevato come oggi, mentre i problemi della famiglia si pongono in modo totalmente nuovo, come comuniste e comunisti non abbiamo una nostra elaborazione che ci consenta di intervenire nel dibattito con una nostra posizione autonoma, in grado di andare oltre la contrapposizione tra diritti individuali e della coppia e mercificazione del corpo femminile emersa ad esempio nella discussione su adozioni, step-child e “utero in affitto”. E’ importante invece che proprio partendo dai numerosi esempi presenti nella storia dei comunisti, anche oggi si porti avanti un lavoro teorico collettivo che  consenta di porci all’altezza dei problemi attuali e intervenire così in modo incisivo nella realtà.

I temi all’ordine del giorno non mancano: dalle conquiste dei decenni passati messe in discussione o apertamente sotto attacco (dal diritto all’aborto, alla parità salariale e in generale all’eguaglianza di lavoratrici e lavoratori) ai nuovi temi emersi negli ultimi anni (migrazioni di massa, nuove forme di colonialismo, schiavismo e mercificazione dei corpi, ma anche nuovi modelli familiari e ruoli sociali, ecc.). Anche a partire da questi temi, visti sotto una lente diversa da quella dei media mainstream, si conferma l’anacronismo dell’assetto capitalistico e patriarcale della società, e di converso l’esigenza di una società nuova, più avanzata. La lotta per il socialismo può acquisire dunque nuovo impulso dalla riappropriazione di una grande storia – di cui la Giornata internazionale delle donne fa parte a pieno titolo, e che ha visto ad esempio in Unione sovietica progressi straordinari anche sul terreno dell’emancipazione femminile e del diritto di famiglia -, dalla riscoperta del notevole patrimonio di elaborazione del movimento operaio e delle donne, e infine dalla consapevolezza di quanto in altre zone del mondo si muove sul terreno culturale e sociale per un’emancipazione di genere mai slegata dall’obiettivo di classe dell’emancipazione più generale dell’umanità intera.

 Speciale 8 marzo

Parolacce di ieri, di oggi e (spero non) di domani

di Andrea Chiara

Recentemente ho letto un articolo molto interessante sull’evoluzione delle cosiddette ‘parolacce’ nel nostro linguaggio; come tutto il lessico corrente esse si evolvono, cambiano perdendo o acquistando significato. È molto probabile che termini che 30 anni fa avrebbero fatto storcere la bocca ai nostri nonni, ora sono accettati e considerati normali, quasi quotidiani.

C’è una parola però che oggi, dopo decenni, se non secoli, ha ancora lo straordinario potere di far nascere il disappunto sui volti di persone di ogni sesso, età ed etnia… Ovviamente si tratta di “femminismo”.

Nonostante questo termine oscuro e misterioso indichi un movimento di uguaglianza e conquista di diritti, sembra che la maggior parte delle persone, uomini e donne, considerino le femministe una specie di setta che ha come unico scopo la distruzione e l’umiliazione di tutto il sesso maschile, come se questa dovesse essere una vendetta per i soprusi che il ‘sesso debole’ ha subito per secoli, e che subisce tutt’oggi.

Mi chiedo se tutto ciò dipenda da noi: se un mondo in cui (fortunatamente, a mio avviso) il sesso sta diventando sempre di più un argomento di conversazione, possa accettare che l’uguaglianza, la parità dei diritti, la rivendicazione di un’identità e di un rispetto che da tanto (davvero tanto) ci meritiamo, possa essere un tabù.

Sento tutti i giorni ragazze e donne indignarsi e smentire categoricamente chi le ha chiamate femministe per un’affermazione, talvolta neanche troppo progressista come per esempio la manifestazione della propria volontà di voler lavorare, o di non volersi sposare e mi chiedo fino a che punto oggi possa arrivare la disinformazione, la manipolazione dei media: che fanno apparire autoritaria, poco attraente e, ancora più degradante, poco femminile qualunque donna abbia una sua opinione indipendente su un qualsiasi argomento che non sia la moda, la famiglia o la casa.

Questo secolo si muove a una velocità spaventosa per moltissime cose, ma non in materia di giustizia, anzi sembra che queste altre ‘cose’ ci distraggano dalla lunga scalata verso la conquista di diritti che fino a qualche anno fa sembravano quasi più vicini di quanto non lo siano ora; come se la tecnologia e il progresso incarnassero una nuova idea di ‘panem et circenses’.

Nonostante ciò, penso che le nuove tecnologie, in particolare internet, abbiano favorito molto la diffusione di idee positive. Sono numerosi i siti internet e i forum in cui si ‘riuniscono’ donne e uomini che si battono insieme per la parità dei sessi: infatti, finalmente si stanno muovendo i primi piccoli grandi passi non verso l’uguaglianza, ma almeno per fare di essa un argomento di conversazione che non renda accigliate le donne, e scocciati e annoiati gli uomini.

Speciale 8 marzo

Anarkikka, 2014

Voglio raccontarvi una storia.

di Giusi Greta Di Cristina

Durante il secondo Dopoguerra, dappertutto in Europa si passò al piano delle “epurazioni”: punire tutti coloro che ebbero a che fare col comune nemico tedesco, a prescindere dalle evoluzioni storiche dei governi dei Paesi. Si suggerì di punire in alto e perdonare in basso, si scelse di distinguere tra crimini particolarmente efferati ed altri, invece, ritenuti condonabili. Ma ciò che si realizzò fu altro: i potenti servivano, a costo di perdonar loro il grave passato da collaborazionisti.

Nessuna donna era al potere, allora. E nessuno fu disposto a farsi venire almeno un mal di testa per quello che le donne avevano subito e continuavano a subire.

Gli stupri di massa, individuali o in gruppo, rappresentano una delle azioni più frequenti effettuate ai danni delle donne europee di ogni nazione e compiuti da soldati di tutte le formazioni, di tutti gli eserciti: i tedeschi violentarono a migliaia le donne dell’Est, i russi le tedesche per vendicarsi, gli Alleati le italiane come bottino per averle liberate..

Dagli stupri nacquero migliaia di bambini, detti “della guerra”, altrettanti vennero uccisi appena nati per la vergogna o per la rabbia.

Oltre agli stupri, vi furono le donne che si unirono liberamente, per scelta, ai soldati coi quali ebbero storie d’amore: queste ultime portarono, a fine guerra, il marchio di traditrici e puttane, perché mai come il Secondo Conflitto mondiale una guerra fu tanto sessualizzata. Il maschio teutonico aveva penetrato la Francia, l’Italia, l’Olanda, la Norvegia, Paesi rappresentati come donne nelle vignette dell’epoca, come Sartre avrà modo di affermare. Donne deboli, vendute al nemico, da segnare rapando loro la testa, costringendole ad andare nude in giro o sulle jeep della polizia, massacrandole di insulti, quando non uccise dalla folla inferocita.

Cosa cambia tra l’essere stuprate, nel corpo e nell’anima, da dei soldati e l’essere marchiate a vita per una scelta propria?

Difficilmente una donna stuprata fu accolta dalla società, indennizzata per quel che aveva passato, aiutata dalla sua comunità o dallo Stato. Spesso non raccontava neppure quanto subito, per paura delle reazioni. Entrambe le disgraziate categorie furono considerate sciagurate, rifiutate dalle loro famiglie, dagli eventuali mariti, ripudiate dagli organismi statuali e religiosi.

Al di là di una generica e superficiale compassione diffusa, vera o presunta, nessuno osò punire chi si era macchiato di questi crimini. E tantomeno nessuno pensò di considerare un diritto, quello della donna, di poter amare chi le pareva.

Un giornale dell’epoca scrisse: “Nella donna si fonda la Patria. Attente, donne, a non tradirla!”. Gli uomini, al ritorno dalla guerra, avrebbero dovuto ritrovare il talamo pronto ad accoglierli, come se la guerra nulla cambiasse a chi resta.

E non osiamo chiederci se quegli stessi uomini, altrove, avessero commesso le medesime nefandezze di cui si lamentavano.

Perché, quella, era una società maschilista. E l’uomo si sentì defraudato, offeso, inorridito da questa donna che aveva preferito l’alterità, lo straniero, col suo carico di novità. Era un rifiuto non solo dell’uomo italiano, ma delle tradizioni, della cultura, e delle modalità persino affettive – oltre che sessuali – a cui l’avevano educata.

Era rifiuto del padre, del fratello, del fidanzato e della Patria, appunto, che in quanto entità virile è al maschile.

Vi chiederete perché vi ho raccontato questa storia.

L’8 marzo è un giorno molto particolare: lungi dal ricordare, più o meno a tutti, che non si tratta di una festa, perché si commemora un momento molto triste, negli ultimi anni si è trasformato nel dibattito aperto fra differenti fazioni che, tipico dei tempi dei social, si urlano le loro ragioni.

C’è da una parte chi commemora, donne e uomini, ricordando l’eccidio in particolare e tutti gli eccidi a danno delle donne tutt’oggi in corso, e si offende anche dinanzi al dono delle mimose.

Da un’altra abbiamo un altro gruppo, costituito da donne, che considerano l’emancipazione il poter fare “le cose da uomini”, della serie andare in un locale, bere e mettere i soldi dentro alle mutande di uno spogliarellista.

Dall’altra ancora il gruppo degli uomini che aborrono quest’ultimo comportamento, ricordando alle donne che “l’8 marzo non è questo”.

Ora: che collegamento può avere la storia che vi ho raccontato con quel che succede ai giorni nostri?

Tralascio l’analisi sul primo gruppo: ricordate, ricordate più che potete e raccontate.

Più interessante, da un punto di vista storico e sociologico, si presenta l’analisi delle altre due categorie, per le quali trovo delle affinità con le vicende del Dopoguerra.

Ora come allora il problema vero non riguarda affatto la commemorazione. Lungi dal ritenere un bel passatempo recarsi a vedere uomini sculettanti (Dio, quanta tristezza dover pagare qualcuno per uno stupido appetito vouyerista), nutro i miei seri dubbi che questi uomini bacchettoni conoscano quello che propagandano. Ora come allora i due gruppi, donne e uomini, si mostrano staccati, entità contrapposte, dinanzi a un problema che ha a che vedere con la sessualità scelta, esibita, addirittura comprata e consumata!

Il problema è che questi due gruppi, uomini e donne insieme, rappresentano una società in cui sembra soltanto di aver raggiunto un equilibrio egualitario e condiviso, rispettoso e comprensivo, delle scelte di vita, affettive e sessuali.

E come allora la sessualità si inseriva nelle dinamiche di guerra, intessendone linguaggio e decidendo azioni individuali e collettive, anche oggi la sessualità entra di forza nelle politiche governative, dando vita a realtà in cui diritti che paiono essere ormai assodati e inalienabili corrono il rischio di un colpo di spugna.

Si può parlare, oggi, di questione femminile?

Non parlo solo di femminicidio (termine, questo, non accettato da molti “pensatori” e giornalisti nostri conterranei), sebbene anche solo questo possa ampiamente soddisfare la domanda rispetto a una questione femminile. Parlo di salari ancora più bassi rispetto ai colleghi uomini, parlo di obiezione di coscienza che ha la meglio persino su una legge, parlo di discriminazioni e molestie subite come prassi. Di questo parlo.

Quante donne si pongono questi problemi nella quotidianità della loro vita? Quante sono disposte a non scendere a compromessi, a denunciare, a ribellarsi, per se stesse e per gli altri? Perché se ancora le società umane riflettono un certo machismo tocca alle donne combattere le lotte per la loro libertà e il rispetto, ancora adesso, ove il potere insolente di certa politica liberistica fintamente pro-famiglia e l’invadenza della Chiesa, mai zittita a al contrario assecondata, minano le grandi conquiste della emancipazione femminile. Che sono conquiste di tutti, e non solo delle donne.

Cosa rappresenta l’8 marzo? È un giorno come un altro, dove abbiamo però la possibilità di ricordarci di tutte quelle donne che madri, sorelle, casalinghe o dipendenti, staffette partigiane o pensatrici colte, ci hanno dato la spinta per costruire una società dignitosamente femminile, una società a cui interessa interamente la donna. Una donna il cui utero non è per forza e non è solo maternità, ma è femminilità, coraggio, forza, dolore, futuro.

E un presente, che può essere meraviglioso, se solo sentiamo come necessario lo sviluppo del nostro essere più profondo.

Auguri donne, auguri per ogni giorno delle vostre preziosissime esistenze.

Giusi Greta Di Cristina, una donna.

Speciale 8 marzo

Anarkikka, 2013

8 marzo Giornata internazionale della solidarietà

di Regina Marques, Movimento democratico delle donne (Mdm) del Portogallo

traduzione di Ada Donno

Con il Movimento delle Donne in Movimento, con una Federazione democratica internazionale delle donne (Fdim) più forte, per trasformare la vita, trasformare il mondo!
L’8 marzo 2016, l’MDM (Movimento Democrático de Mulheres del Portogallo) saluta tutte le donne che con impegno e perseveranza hanno contribuito a fermare la corsa in atto all’impoverimento e alla violazione dei loro diritti, aprendo nuove prospettive di dignità al loro ruolo sociale, al miglioramento delle loro condizioni di vita e all’effettivo riconoscimento dei diritti delle donne come diritti umani.

Non ci sarà sviluppo sostenibile senza la partecipazione delle donne a tutti i livelli della vita politica, nel mondo del lavoro, nella protezione dell’ambiente e nella gestione dei servizi pubblici. Per queste ragioni, il Movimento Democrático Das Mulheres (MDM) fa appello a:
• la partecipazione delle donne nel continuare a svolgere un ruolo attivo nei cambiamenti sociali e politici urgenti necessari per porre fine alla discriminazione, ai conflitti armati e alle guerre.
• l’intensificazione della lotta anti-imperialista per la piena applicazione delle risoluzioni della CEDAW, dell’ECOSOC e delle Nazioni Unite per l’uguaglianza tra gli esseri umani e il diritto di tutte e tutti a vivere in pace e avere una vita dignitosa e decente.
Grazie alla lotta dei popoli e delle donne, il 20° secolo ha visto grandi progressi nel campo dei diritti delle donne in tutto il mondo.
Anche se con diversi livelli di attuazione, nel secolo scorso c’è stata una diminuzione globale dell’estrema povertà e della mortalità materno-infantile. Diversi passi positivi sono stati fatti nell’accesso delle ragazze e dei bambini all’istruzione in generale. Inoltre, il diritto alla contraccezione è stato riconosciuto in molti paesi, così come il diritto alla salute sessuale e riproduttiva, il diritto di voto, il diritto alla partecipazione politica. Si è estesa la partecipazione delle donne al mondo del lavoro e si è allargato l’accesso a tutte le professioni.
Diversi paesi hanno realizzato l’indipendenza e grandi rivoluzioni in varie parti del mondo trasformato la vita di milioni di persone. Giganteschi passi avanti sono stati fatti verso la visibilità sociale delle donne nella storia, la letteratura, le arti e la politica. Ci sono stati progressi significativi nella decostruzione di stereotipi sessisti.
Sono state conquiste difficili e dure, che hanno motivato le lotte delle donne nel mondo, ma che oggi, nel secolo XXI, sono a grave rischio di collasso, poiché stanno emergendo nuovi stereotipi e cliché, nuove guerre e nuove armi, che negano alle persone i loro diritti e oscurano le loro prospettive di avere uno status sociale dignitoso e decente.

I dati ufficiali mostrano una triste realtà che non possiamo accettare e che ci motiva a lottare. Nel mondo,
– nel 2015, la povertà estrema ha raggiunto 836 milioni di persone
– i salari delle donne sono ancora inferiori del 24% a quelli degli uomini
– 795 milioni di persone soffrono di fame cronica
– 11 bambini sotto i cinque anni di età muoiono ogni minuto
– 33 madri muoiono (di parto) ogni ora
– più di 660 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile
– 780 milioni di adulti e 103 milioni di giovani di età compresa tra i 15 ei 24 anni sono analfabeti
– anche nei paesi sviluppati, 160 milioni di persone sono analfabeti funzionali.
Nel complesso, il mondo del lavoro è precario e non offre alcuna protezione sociale. C’è ancora la discriminazione salariale. La tendenza dei salari è al ribasso.
240 milioni di persone sono disoccupate, 74 milioni di esse sono giovani adulti.
830 milioni di persone sono occupate, ma vivono con meno di 2 dollari (US) al giorno.
Più di 1,5 miliardi di persone hanno lavori precari, senza condizioni decenti e sicurezza sociale.
Le donne lavorano e producono … ma ci sono ancora persistenti disuguaglianze, che ci stanno facendo arretrare. Il lavoro minorile e il lavoro forzato insieme al traffico di esseri umani sono le nuove forme di schiavitù del 21° secolo.
160 milioni di bambini sono costretti a lavorare (quasi l’11%)
Nel 2012, 21 milioni di persone in tutto il mondo sono stati vittime di lavoro forzato, della tratta a fini di sfruttamento sessuale e di lavoro pressoché schiavile. 14 milioni sono state vittime di sfruttamento economico e 4,5 milioni sono vittime di sfruttamento sessuale, per lo più donne e ragazze. I profitti illeciti da lavoro forzato sono stimati in 150 miliardi di dollari l’anno, ma anche se è illegale, questa pratica continua.
Le disuguaglianze sociali e di genere sono evidenti. La segregazione occupazionale è onnipresente e solo il 22% delle donne lavorano con funzioni dirigenziali. Le donne sono rappresentate principalmente in occupazioni con qualifica media, cioè uffici, servizi, e vendite.
L’80% della popolazione mondiale usufruisce del 6% della ricchezza del mondo, in quanto l’1% dei più ricchi possiede nel 2016 oltre il 50% della ricchezza. La ricchezza dell’élite mondiale nel 2014 è stata di 2,7 milioni di dollari per persona adulta.
Le politiche imperialistiche predatorie saccheggiano le risorse naturali dei popoli a beneficio cieci e smisurato dei profitti di monopoli e multinazionali, sono le maggiori responsabili del riscaldamento globale, dell’inquinamento delle acque, dei disastri naturali e, in ultima analisi, mettono in pericolo la vita umana e la vita in generale sul pianeta.
Un miliardo di persone sono state colpite da disastri naturali e 22.700 persone sono morte a causa di disastri naturali nel 2015.
Le guerre che si estendono in varie parti del mondo, sono i mali del nostro tempo, che profondamente colpiscono le donne e i bambini, prendendosi migliaia di vite e distruggendo le famiglie, seminando dolore e lutto, con evidente disprezzo dei diritti umani e del diritto internazionale, che ha stabilito norme di convivenza tra gli stati e i paesi sovrani. Insieme con la morte di migliaia di civili, assistiamo all’afflusso di profughi e migranti in cerca di una vita migliore in Europa, ma ai quali l’Europa oppone rifiuto e confisca dei loro beni.
Il riaccendersi di guerre e conflitti armati in Medio Oriente e Africa, così come il riemergere di forze fasciste e neo-naziste in Europa e le politiche militariste della UE e della NATO, sono una preoccupazione costante. L’intervento della NATO, non solo a scopo di difesa, ma anche complice delle crisi alimentari ed energetiche che aggravano la crisi del capitalismo e dell’imperialismo, è una costante oggi, non solo nelle zone militari, ma anche in tutti i conflitti umanitari. La NATO è una forza che agisce là dove serve all’imperialismo, in base alla nuova Concezione strategica firmata nel vertice di Lisbona del 2010. La prova di ciò sono le guerre istigate in Jugoslavia, in Ucraina e in Kosovo, come pure le navi pattuglia recentemente inviate nel Mar Egeo con il pretesto di arrestare l’afflusso di rifugiati in Grecia e Turchia e il traffico di esseri umani.
Di fatto, il dramma dei rifugiati e dei migranti in Europa riflette la guerra senza volto del nostro tempo.
Secondo l’UNHCR, ogni giorno più di 2mila profughi arrivano in Europa via mare, il 58% dei quali sono donne e bambini. Nel 2015 più di un milione di persone hanno attraversato il Mar Mediterraneo. Più di un milione e mezzo hanno richiesto asilo. Donne e ragazze profughe sono spudoratamente trafficate, violentate e sessualmente aggredite da europei come forma di “pagamento” per i documenti o il viaggio. Il commercio abietto di mercanti senza scrupoli ha fatto sparire 10mila bambini profughi.
Ci troviamo di fronte alla distruzione di un importante e vasto patrimonio umano, naturale, culturale e ambientale, che viene sostituito dal terrore, da instabilità e insicurezza generate dal terrorismo, come effetto della destabilizzazione e dell’ingerenza militare e politica degli Stati Uniti e dei loro alleati in paesi sovrani. L’instaurazione di un nuovo colonialismo è il piano di ampi settori di destra che non badano ai mezzi pur di controllare le risorse energetiche e le altre risorse esistenti in questi paesi.
Le donne si muovono certe che il futuro si costruisce con loro e mai senza di loro. Il Futuro e la Pace richiedono un movimento di donne forti e unito contro questo stato di cose. Siamo certe che è possibile compiere ulteriori passi nella trasformazione del mondo, un mondo di uguaglianza e di pace, giustizia sociale, senza le quali non ci sarà sviluppo sostenibile e la nostra vita sarà destinata al disastro e alle guerre di rapina innescate sotto l’egida degli Stati Uniti d’America, dalla NATO e dai suoi alleati.
Negli ultimi anni, con le politiche di austerità imposte dal FMI, BCE e dell’UE, ai paesi considerati più dipendenti, le disuguaglianze e gli squilibri sono stati esacerbati, peggiorando la vita delle persone e deteriorando il tenore di vita delle donne. Ciò nonostante, le donne hanno combattuto contro austerità e servilismi e hanno trovato risposte.
Per l’MDM, raggiungere uno sviluppo durevole e sostenibile, obiettivo delle Nazioni Unite fissato per il 2030, implica ridurre i rischi di disastri naturali e potenziare e qualificare le risorse naturali e umane; mettere fine alla fame e alla povertà, che sono anche le cause di guerre e conflitti armati; e garantire l’autonomia delle donne e la sovranità dei popoli. Quindi, in questo 8 marzo 2016 da tutti i governi a livello internazionale e nazionale esigiamo che si ponga fine a:
• Le violenze fisiche, psicologiche e sessuali contro donne e bambini, la violenza domestica, le molestie morali e sessuali sul luogo di lavoro e per le strade; la violenza sessuale nelle zone di guerra;
• La ciber-criminalità;
• La povertà, un grave affronto alla dignità umana;
• La svalutazione del lavoro delle donne, il lavoro precario e la violazione dei diritti, minacciati dalla flessibilità e deregolamentazione dei rapporti di lavoro;
• La discriminazione salariale;
• Il razzismo e la xenofobia e tutte le forme di fascismo e neonazismo, in aumento in Europa, così come il terrorismo, attuale arma dell’imperialismo, che investe il Medio Oriente e si espande in tutto il mondo.
L’8 marzo è giornata internazionale di solidarietà. La solidarietà con e tra le donne e i popoli implica la difesa della cooperazione e l’aiuto reciproco, la pace, la soluzione pacifica delle controversie e il diritto all’autodeterminazione.
In questo contesto, l’MDM esprime con forza la sua solidarietà alle donne di Palestina e Sahara Occidentale, vittime di occupazione, aggressione coloniale e imperialismo da decenni, e denuncia il silenzio complice della comunità internazionale, nei confronti delle violazioni da parte di Israele e Marocco delle molteplici risoluzioni delle Nazioni Unite a favore dell’autonomia, l’autodeterminazione e l’indipendenza di questi paesi.
Il MDM esprime la propria solidarietà a tutte le organizzazioni della WIDF e le altre che lottano nei loro paesi per la libertà, l’autodeterminazione, l’uguaglianza e la pace, contro i blocchi economici e le ingerenze imperialistiche, in una sfida permanente agli istigatori di guerre, ai signori dell’imperialismo militarista, che, mossi da interessi di sfruttamento delle risorse naturali e di dominio, occupano i territori, umiliano e offendono donne e bambini, li condannando a vivere nella fame, nella povertà, nelle malattie, nel sottosviluppo e nella soggezione ad aggressioni sessuali e molti altri crimini di guerra che offendono in modo particolare le donne. Denunciamo la violenza sessuale contro le donne come arma e strategia di guerra inaccettabile in qualsiasi parte del mondo, e non ci facciamo tentare dal discorso militarista secondo cui “le donne sono agenti di pace nelle situazioni di guerra”.
Gli arretramenti, che stiamo vivendo in Portogallo e in Europa e le nuove forme di sfruttamento delle donne, richiedono a tutte noi sempre più impegno, il coraggio e la determinazione di metterci alla testa di azioni collettive generatrici di un movimento di protesta e ripudio più forte, più consapevole e partecipativo, ma contemporaneamente operatore di trasformazione di questa società in cui l’ingiustizia regna e l’ipocrisia nutre e addormenta molte coscienze, a volte anche quelle più attente.
La FDIM, che ha commemorato il 70 ° anniversario della sua fondazione lo scorso dicembre, celebra quest’anno la giornata internazionale della donna mentre si prepara per il suo XVI Congresso, che si svolgerà dal 14 al 16 settembre 2016 a Bogotà, in Colombia. Sarà un momento di grande partecipazione di donne provenienti da tutto il mondo, una manifestazione di grande vitalità della nostra organizzazione. L’MDM, affiliata alla FDIM, da sempre sostiene i principi di pace, di dignità della donna e di solidarietà umana.
A tutte e tutti diciamo in questo 8 marzo 2016: “Le donne si muovano! Levino la voce! Chiedano un nuovo mondo in cui le donne non vengano più sfruttate né discriminate”. La FDIM e le sue organizzazioni affiliate, tra cui noi dell’MDM in Portogallo, hanno un ruolo chiave nella trasformazione sociale e nella costruzione della società giusta e solidale che noi sogniamo.
Unite e disposte a lottare, le donne del presente e del futuro, con il Movimento delle donne in Movimento, con l’MDM e una FDIM più forte, il mondo sarà anche nostro.

Femministe e donne d’Europa – Alzatevi contro la follia patriarcale e capitalista!

Dichiarazione di EL-FEM (Rete Femminista della Sinistra Europea) – 8 marzo 2016 

Traduzione a cura di Ada Donno

Come Rete Femminista della Sinistra Europea cogliamo l’occasione della Giornata internazionale della donna, una tradizione socialista da 105 anni, per protestare contro il crescente deterioramento delle nostre società, sia nei paesi in cui viviamo che sull’intero pianeta che abitiamo. Ciò che Rosa Luxemburg e Clara Zetkin dissero 100 anni fa, cioè che le borghesie europee cercavano di corrompere le classi lavoratrici dei propri paesi per ottenerne il consenso alla guerra e a un ordine economico mondiale ingiusto, promettendo di condividere con loro il bottino e i frutti di un sistema globale di sfruttamento, è vero oggi come lo era allora.

La ricchezza di cui godiamo in Europa, basata com’è sullo sfruttamento di persone e risorse in altre parti del mondo, va ridistribuita su scala nazionale, europea e globale.

E va ridistribuita tra i sessi. Ovunque nel mondo, le donne sono la componente più povera delle loro rispettive società, anche se faticano fino a tre volte di più degli uomini. Ma il nostro lavoro non è valutato quanto quello degli uomini. Gravate del lavoro di cura non retribuito o mal pagato, considerate mero sostegno del capofamiglia maschio, spesso le donne non possono vivere una vita propria economicamente indipendente.

Neppure in termini di genere l’attuazione di politiche di austerità in Europa, nel corso degli ultimi anni, è stata neutrale. Le donne vivono in situazioni di estrema precarietà del lavoro, sospinte nell’economia sommersa e in settori di lavoro nero in cui anche i loro diritti fondamentali di lavoratrici vengono calpestati. Anche i tagli drammatici allo stato sociale hanno portato a spostare sempre più sulle spalle delle donne il peso della cura dei familiari a carico. È per questo che chiediamo per noi un lavoro basato sul principio di “parità di retribuzione a parità di lavoro”, pensioni adeguate, condivisione del lavoro domestico e adeguato accesso alle prestazioni sociali.

Mentre la vita di un numero crescente di persone e le relazioni umane su questo pianeta sono strutturate per lo sfruttamento, la violenza e la guerra, coloro che hanno imposto e gestiscono questo sistema continuano a raccogliere i frutti del nostro lavoro, mettono in pericolo l’esistenza del nostro pianeta e cercano di modellare le donne ad immagine degli uomini. Allo stesso tempo, dato che la scarsità e il bisogno, la fame e la morte, la guerra e la guerra civile stanno diventando in misura crescente modi caratteristici dell’esistenza umana, sempre più persone sono lasciate a lottare per la mera sopravvivenza e a rivoltarsi l’una contro l’altra. Ciò non è degno di noi in quanto esseri umani. Ecco perché vogliamo richiamare l’attenzione sulle responsabilità di tale condizione globale, che non sono solo dei politici, ma anche dei capitalisti (finanziari) che acquisiscono i profitti e rastrellano dalla società le risorse di prima necessità, non per ultimo dalle donne. Solo la politica può cambiare la situazione e, se vogliamo che la nostra visione di un’altra Europa e un altro mondo si realizzi, come attiviste dobbiamo potenziare politiche che riflettano il nostro desiderio di pace, giustizia sociale ed economica, coesistenza responsabile degli esseri umani.

Come donne sappiamo che la violenza sessista è ovunque nelle nostre vite e si presenta in molte forme. L’intero sistema di violenza – strutturale, fisica, psichica – deve essere affrontato, e non solo affrontato quando i responsabili possono essere identificati come “uomini appartenenti a un’altra cultura”. Come femministe di sinistra ci rifiutiamo di essere manipolate per discorsi e politiche razzisti. Come femministe della Sinistra Europea chiediamo la fine totale del commercio delle armi, politiche estere europee di costruzione e mantenimento della pace.

Di fronte ai conflitti militari in corso e all’enorme disuguaglianza economica su questo pianeta chiediamo una politica di frontiere aperte per le persone che fuggono dal pericolo per trovare rifugio in Europa. Siamo solidali in particolare con tutte le donne che lottano per migliori condizioni di vita in tutto il mondo.

Come EL-FEM, ci rifiutiamo di essere parte di questa follia patriarcale e capitalista che distrugge sempre più vite umane – vite che sono state generate da donne – risorse naturali e solidarietà globale. Come femministe di sinistra siamo solidali con le donne di tutto il mondo.

Speciale 8 marzo

Anarkikka, 2014

 

Il “cadeau” del governo per l’8 marzo 2016! fino a 10 mila euro di multa per le donne che… (D.Lgs 8/2016)

dalla Casa delle donne di Torino

Abbiamo deciso di fare dell’8 marzo 2016 una buona occasione per rilanciare la protesta delle donne contro  il Decreto Legislativo 8/2016, quello che aumenta sino a 10 mila euro la multa per le donne che interrompono la gravidanza al di fuori del percorso previsto dalla Legge 194.

L’art. 19 della 194 prevedeva una multa di 100 mila lire (51 euro).

Nel 1980 una sanzione di 100 mila lire  non corrispondeva a uno stipendio medio mensile.

Ora la sanzione minima di 5.000 € ne fa almeno tre di stipendi;  10 mila euro, per molte donne sono lo stipendio annuo.

Con questa multa  si potrebbe avere l’effetto paradossale di incrementare l’utilizzo clandestino, per esempio,  del Misoprostolo  – Cytotec –  reperibile SENZA PROBLEMI  su internet con le istruzioni per l’uso.

E anche se le cose andassero male e si dovesse andare in ospedale,  ben difficillmente  si potrebbe distinguerlo da un aborto spontaneo. Confidiamo proprio che  nessuno, nella pratica,  aprirebbe un procedimento.

Invece di cercare di capire perchè succede che alcune donne siano costrette a ricorrere  al fai da te, il nostro governo decide di introdurre questa sanzione. Qual’è la ratio?

E ancora: nella stesura di un decreto sulle depenalizzazioni non viene in mente a nessuno che c’è differenza fra materie normali e materie sensibili?

Abbiamo deciso di chiederlo direttamente ai firmatari di questo,  a dir poco  incredibile perchè  inaccettabile,  Decreto Legislativo inviando la lettera che trovate in allegato.

L’abbiamo inviata anche,  per conoscenza,  alle massime autorità dello Stato, ad alcune parlamentari e senatrici, agli organi di stampa.

Buon 8 marzo … comunque!

lotto a marzo