CONDANNIAMO IL VILE ATTENTATO AL PRESIDENTE DEL VENEZUELA BOLIVARIANO MADURO

Ci associamo con tutto il cuore e la volontà d’azione alle parole della compagna Lorena Pena Mendoza, Presidente della Widf-Fdim, di condanna dell’attentato contro il presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela Maduro. Le forze reazionarie venezuelane, sostenute dalla Colombia e dagli Stati Uniti, sconfitte ripetutamente sul piano politico, dopo aver favorito lo strangolamento economico del paese, sostenendo l’embargo, tornano a servirsi del terrorismo e della violenza per raggiungere i loro scopi. L’attacco al palco del presidente Maduro condotto con droni è un vero e proprio atto di guerra, nel quale si mescolano la consueta vigliaccheria delle forze fasciste e le tecnologie più avanzate messe a disposizione dai loro alleati e foraggiatori.

Di fronte a questa guerra, che coinvolge anche gli strumenti di informazione o disinformazione di massa in tutto l’Occidente, la risposta e la mobilitazione sollecitate dalla compagna Pena Mendoza dovranno essere il più possibile forti ed estese. 

 

LA FDIM CONDANNA IL VILE ATTENTATO AL PRESIDENTE DEL VENEZUELA NICOLAS MADURO

L’estrema destra venezuelana, di fronte al fallimento dei reiterati tentativi di abbattere la Rivoluzione Bolivariana, di fronte alla propria incapacità di partecipare democraticamente e pacificamente alla costruzione di una società più giusta e più democratica, spinta dalla propria ambizione economica e politica e da profondo odio verso il popolo e coloro che promuovono la giustizia sociale e la pace, hanno perpetrato oggi un attentato contro il presidente del Venezuela Nicolas Maduro.
La FDIM (Federación Democrática Internacional de Mujeres) denuncia e condanna coloro che oggi hanno tentato di assassinare il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela ed esprime solidarietà al popolo venezuelano, agli ufficiali rimasti feriti nel brutale attacco e al Compagno Presidente Nicolas Maduro Moros.
Inviamo il nostro saluto alle organizzazioni venezuelane affiliate alla FDIM/ WIDF e le esortiamo a continuare la lotta per costruire un Venezuela Unito, solidale, indipendente e pacifico.
Stiamo e resteremo con voi, oggi e sempre.

LORENA PENA MENDOZA
Presidente della Widf-Fdim
El Salvador, 4 agosto 2018
(traduzione a cura dell’AWMR)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hiroshima-Nagasaki World Conference

«Quali i prossimi passi verso un mondo libero dalle armi nucleari, dopo lo storico Trattato per la proibizione delle armi nucleari votato dalle NU nel 2017, il Premio Nobel per la Pace 2017 a ICAN e il recente vertice Nord Corea – Stati Uniti?»

Messaggio di saluto alla Conferenza mondiale e al Forum delle donne contro le bombe A e H (Hiroshima – Nagasaki, 3-9 agosto 2018)

Care amiche *

È nostra convinzione profonda che la messa al bando di tutte le armi nucleari sia una aspirazione condivisa da tutte le donne e che sia una necessità imperativa affermare il principio che la produzione e l’utilizzo di esse vanno proibiti sulla base del Diritto Internazionale, in considerazione delle loro devastanti conseguenze sul piano umanitario e del rischio sempre più concreto che esse vengano usate.

La fine della «guerra fredda» avrebbe potuto porre fine anche alla corsa agli armamenti nucleari, ma così non è stato: si è passati dall’«equilibrio del terrore» della guerra fredda a un più pericoloso «squilibrio del terrore», che oggi trae origine dalla pretesa della superpotenza nordamericana di accrescere il proprio vantaggio su tutti gli altri paesi, sia nel campo degli armamenti convenzionali ad alta tecnologia, sia in quello degli armamenti nucleari.

Il possesso di armi nucleari conferisce ad un paese lo status di potenza: oggi sono nove i paesi che le posseggono e almeno altri 30 sarebbero in grado di fabbricarle. Nell’attuale situazione di «squilibrio del terrore», aumentano le probabilità che altri paesi, oltre a questi, cerchino di procurarsele. A quelli che possiedono un arsenale nucleare bisogna aggiungere poi i paesi che “ospitano” armi nucleari altrui.

L’Italia in teoria sarebbe un paese non nucleare, perché nel 1975 ha ratificato il Trattato di Non Proliferazione nucleare impegnandosi (art. 2) a non produrre e non accettare sul proprio suolo armi nucleari. Invece ospita 90 testate atomiche Usa. «Deve» accettarle, si dice, in quanto paese alleato degli Usa e facente parte della NATO e «deve» anche impegnarsi ad addestrare piloti italiani al loro uso. L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare, che ha sottoscritto e ratificato, a beneficio di un’alleanza politico-militare la cui strategia non è difensiva, come essa proclama, ma offensiva. L’Italia viola con ciò anche la propria Costituzione (art.11).

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La denuclearizzazione e la pace sono possibili in Asia orientale

Per un mondo pacifico e giusto, libero da armi nucleari

 

Hiroshima-Nagasaki World Conference

1917-2017. CENT’ANNI DI RIVOLUZIONE DELLE DONNE

La rivoluzione bolscevica ha sradicato più pregiudizi sulla donna che non le montagne di scritti sull’uguaglianza femminile”, dichiarò Lenin con giustificata soddisfazione nel 1920, nel suo celebre colloquio con Clara Zetkin.

Le donne occupano posti di direzione nei Soviet, negli Esecutivi, nei Ministeri e negli uffici pubblici di ogni tipo – aggiunse il leader della Rivoluzione d’Ottobre – e ciò costituisce un grande valore per noi. E’ importante per le donne di tutto il mondo, poiché evidenzia la capacità delle donne, il grande valore del lavoro che svolgono nella società”.

E’ innegabile, in effetti, che la rivoluzione russa del 1917 porti impresso in sé, fin dai suoi esordi, il segno del protagonismo femminile.

L’8 marzo del 1917 (corrispondente al 23 febbraio del calendario russo) le lavoratrici tessili di Pietrogrado entrarono in sciopero e scesero nelle strade per gridare la loro protesta contro la guerra e contro l’autocrazia zarista che privavano del pane i loro figli. Marciarono attraverso i quartieri popolari della città chiedendo alla popolazione di uscire dalle case e unirsi a loro. Il loro grido fu ascoltato da migliaia di pietrogradesi e, giorno dopo giorno, altre donne e uomini si unirono alla protesta. La stessa gendarmeria inviata a disperdere la folla si ammutinò e finì per schierarsi con la popolazione. Lo zar fu costretto ad abdicare e fu la rivoluzione.

Nell’estate di quello stesso anno, i bolscevichi chiesero al governo provvisorio di Kerenskij l’uscita incondizionata dalla guerra e lanciarono la parola d’ordine: “Tutto il potere ai soviet!”, cioè i consigli del popolo. In ottobre, il Palazzo d’Inverno fu preso d’assalto e occupato dal proletariato insorto. 

Ora sappiamo anche che fu quel primo evento – la scintilla accesa dalle lavoratrici di Pietrogrado che aveva fatto divampare la fiamma della rivoluzione in tutto l’impero zarista – ad ispirare l’idea, alcuni anni più tardi, di scegliere l’8 marzo come giornata internazionale delle donne.

Un’immensa energia femminile rinnovatrice – secondo le parole di Aleksandra Kollontaj, che fu fra le protagoniste della Rivoluzione d’Ottobre – si sprigionò dalla “tempesta rivoluzionaria” ed essa si distinse proprio per il ruolo dirigente che molte donne vi ebbero. Un ruolo che si era consolidato attraverso alcuni passaggi essenziali che occorre ricordare.

Fin dal 1912 le militanti bolsceviche, vincendo la repressione zarista con gli escamotages più fantasiosi, destreggiandosi fra l’esilio e la clandestinità in patria, riuscirono a pubblicare il foglio di agitazione “Rabotnitsa” (Operaia), il primo giornale pensato e pubblicato per le donne operaie in Russia, che diffondeva le idee rivoluzionarie sulle tematiche del lavoro e le specifiche problematiche femminili. Nel comitato editoriale del giornale troviamo i nomi di quelle che sarebbero state ricordate come protagoniste della rivoluzione del 1917: Nadezhda Krupskaja, Anna Elizarova, Inessa Armand, Ljudmila Stal’, Alexandra Kollontaj, Konkordiya Samoilova, Klavdia Nikolajeva.

Nel 1914 queste stesse donne lanciarono l’iniziativa di una Conferenza internazionale di donne contro la guerra a Berna e poi promossero la prima conferenza delle lavoratrici russe a Pietrogrado.

Le donne bolsceviche – a differenza del movimento femminista borghese che pure era già attivo nella Russia zarista – erano convinte che il tema dell’oppressione di genere andasse legato a quello dell’oppressione di classe e al contesto politico, sociale ed economico che lo determinava. Finché le donne restavano escluse dalla sfera pubblica della produzione e relegate nella sfera domestica della riproduzione, il modello familiare borghese sarebbe rimasto il nucleo in cui si consumava l’oppressione “privata”delle donne. Accedere al mondo del lavoro e all’autonomia economica era condizione preliminare perché le donne conquistassero il necessario spazio politico per sé. Ma era il superamento dello sfruttamento capitalistico, che costringeva le lavoratrici alla doppia schiavitù del lavoro in fabbrica e in casa, la condizione necessaria per liberare effettivamente tutte le donne dall’oppressione del patriarcato. Perciò l’obiettivo della liberazione delle lavoratrici era indissolubilmente legato alla rivoluzione socialista e solo radicandosi nel proletariato femminile, il movimento di liberazione delle donne avrebbe acquistato quella forza prorompente necessaria a trasformare l’intera società.

Furono migliaia le giovani donne che aderirono al movimento rivoluzionario russo, ma inevitabilmente fra di esse ci furono quelle che, dispiegando al massimo il loro coraggio, l’intelligenza, lo spirito di sacrificio e dedizione, assunsero posti di maggiore responsabilità e rilievo nell’avvio della costruzione del nuovo stato sovietico.

Alessandra Kollontaj (1872-1952), fu subito tra i massimi dirigenti del partito bolscevico ed entrò nel nuovo governo dei Soviet come commissaria per i servizi sociali, prima donna ministro nella storia. In seguito e per molti anni fu ambasciatrice – seconda donna nella storia della diplomazia – dell’Unione Sovietica. Scrisse numerosi saggi, articoli, libri in cui trattò i problemi della donna, della maternità, della sessualità. Brillante e tenace, svolse una preziosa opera diplomatica durante la seconda guerra mondiale. Morì 80enne a Mosca nel 1952.

Nakzhezda Krupskaja, moglie di Lenin, che aveva sposato al tempo in cui ambedue furono deportati in Siberia, gli fu a fianco fino alla sua morte (21 gennaio 1924), ma ebbe un suo personale e cruciale ruolo in campo educativo e nella diffusione di scuole e biblioteche nel nuovo stato sovietico. Lavorò nel Ministero per l’istruzione e scrisse saggi di pedagogia di grande valore (oltre al più famoso libro autobiografico “La mia vita con Lenin”). Morì a Mosca nel 1939.

Inessa Armand (1880 – 1920), bolscevica di origini francesi, compì i suoi studi in Russia e divenne agitatrice politica fin dalla giovinezza e dirigente bolscevica di riconosciuta intelligenza, per quanto nel corso di questi cento anni la pubblicistica borghese si sia occupata di lei molto più a proposito della sua relazione con Lenin, che non delle sue indubbie qualità di donna rivoluzionaria. Fu ispiratrice e seguì particolarmente le attività del mitico «Zhenotdel», il «dipartimento donne» del partito, che promosse con grande efficacia la parità dei diritti, organizzando corsi di alfabetizzazione fra le donne nelle neonate repubbliche sovietiche e contribuendo a fare delle sottomesse mogli dei contadini delle lavoratrici emancipate. Purtroppo Inessa nel 1920 contrasse il tifo petecchiale e morì poco più che quarantenne, lasciando un grande vuoto nelle file della rivoluzione bolscevica.

Anna Ul’janova Elizarova (sorella maggiore di Lenin), fu ispiratrice e redattrice del giornale per le lavoratrici “Rabonitsa”, che abbiamo già visto, e fu poi a capo del dipartimento per la protezione dei minori nel ministero dell’istruzione del nuovo stato sovietico.

Larissa Rajsner (1897-1928) scrittrice, dirigente e commissaria politica dell’Armata Rossa durante la guerra civile che seguì alla rivoluzione d’ottobre, fu corrispondente speciale dall’estero del giornale “Izvestiya” dal 1924 al 1925. Morì a Mosca di febbre tifoide ad appena trent’anni.

Nel ministero dell’educazione lavorarono con ruoli dirigenti, negli anni ’20, anche Vera Menzhinskaja (che in seguito diresse l’Istituto di lingue estere di Mosca) e Mariya Andreeva, attrice, coordinatrice dei teatri municipali di Pietrogrado, capo della sezione artistica del Narkompros (commissariato del popolo per l’istruzione) e infine direttrice della Casa degli studiosi di Mosca.

E ancora: Klavdia Nikolayeva, animatrice del giornale “Kommunistka” per le donne lavoratrici e Ljudmila Stal’, bolscevica della prima ora, che aveva partecipato alla fondazione della rivista Iskrà (Scintilla) a Parigi nel 1899. Durante la guerra civile scatenata dalle armate bianche nel 1918, Ljudmila curò le pubblicazioni destinate ai combattenti dell’Armata Rossa. Solo per nominarne alcune.

La presenza di queste donne ai vertici della rivoluzione permise loro di partecipare alla stesura delle leggi che introdussero l’uguaglianza civile e sociale delle donne nella repubblica federativa sovietica. Fu esteso innanzi tutto l’elettorato attivo e passivo alle donne, per consentire loro la piena partecipazione ai processi politici. Poi fu introdotto il nuovo Codice della Famiglia, ratificato dal governo dei soviet nel 1918, che parificò lo status civile fra donne e uomini; fu introdotto il matrimonio civile stabilendo l’uguaglianza fra i coniugi (tra l’altro, si riconosceva a ciascuno dei due coniugi la libertà di assumere il cognome dell’altro o dell’altra); fu eliminata la distinzione fra figli legittimi e illegittimi, che era causa di feroce discriminazione; fu riconosciuta la convivenza al di fuori del matrimonio e furono facilitate decisamente le pratiche di divorzio. Fu legalizzato l’aborto, riconoscendo alle donne il diritto di decidere. Furono introdotte misure per sottrarre le donne alla prostituzione, fu depenalizzata l’omosessualità.

Agli inizi del 1918 fu istituito il Dipartimento per la protezione della maternità e dell’infanzia, per provvedere all’applicazione della nuova legislazione in materia di maternità, che tutelava le lavoratrici madri e prevedeva l’aspettativa di 16 settimane prima e dopo il parto, l’esenzione da lavori pesanti, il divieto di trasferimento e licenziamento per le madri in attesa, la proibizione del lavoro notturno per le donne, l’istituzione di cliniche e ambulatori per la maternità, consultori, asili per l’infanzia.

Vennero introdotte anche forme di socializzazione dei lavori domestici e servizi pubblici per supportare le famiglie operaie e divenne legge il principio di “uguale salario per uguale lavoro”.

Nell’autunno del 1919 fu creato, come già accennato, uno specifico dipartimento del comitato centrale del partito bolscevico per le attività autonome delle donne, il Žhenotdel, che istituì corsi di educazione politica e alfabetizzazione per le donne della classe operaia e per le contadine. Il Zhenotdel aveva una sua propria pubblicazione mensile, “Kommunitska”, rivolta a tutte le donne, non solo le comuniste, e promosse la diffusione di testate giornalistiche femminili nelle repubbliche sovietiche (nel 1927 se ne contavano 18) e l’organizzazione di riunioni di formazione politica che coinvolsero milioni di donne.

Quando le “armate bianche” della reazione scatenarono la guerra civile, così come in migliaia avevano aderito al movimento rivoluzionario, spontaneamente le donne si arruolarono in gran numero anche nell’Armata Rossa: si stima che nel 1920 ne facessero parte tra le 50mila e le 70mila.

Le donne bolsceviche furono straordinarie anticipatrici di concezioni che solo nei decenni più recenti i movimenti femministi hanno potuto riproporre, come l’importanza di superare la frattura prodotta dalla cultura e dall’organizzazione sociale patriarcale fra lavoro produttivo e riproduttivo, fra pubblico e privato, che è all’origine della doppia morale sessuale e sottomette le donne a rapporti familiari schiavizzanti. Esse affermarono il valore sociale della maternità e l’importanza, nella definizione dell’oppressione femminile, del “privato” che diventa “politico” nel momento in cui tutte le donne vi si riconoscono. Tali concezioni, alla base del nuovo Codice della Famiglia promulgato dal governo dei soviet nel 1918, fanno di esso uno strumento legislativo tuttora insuperato – per spirito innovatore – in gran parte dei paesi del mondo.

Con grande passione e senza risparmio di sé, le bolsceviche si dedicarono al lavoro politico di educazione delle donne negli angoli più remoti delle repubbliche sovietiche europee ed asiatiche, promuovendo l’istruzione delle donne musulmane, più oppresse dal patriarcato tradizionale, affinché diventassero a loro volta agenti del cambiamento sociale e portatrici dei valori socialisti.

Tutto ciò non avvenne senza incontrare forti resistenze nelle tradizionali società pre-capitaliste dov’erano più radicate le strutture patriarcali. Non fu pacifica l’accettazione delle riforme da parte della popolazione contadina che doveva superare i pregiudizi del passato, nelle zone più periferiche rispetto ai centri urbani focolai della rivoluzione. Non fu facile il lavoro del Zhenotdel particolarmente nelle regioni orientali, dove le donne talvolta pagavano un alto prezzo al loro desiderio di liberazione e dove le riforme furono osteggiate dalle reazioni spesso violente di mariti e padri tradizionalisti. Da più parti giungeva notizia di ragazze picchiate e punite duramente solo per aver assistito alle riunioni dei circoli femminili. Solo in Uzbekistan nel 1928, il Zhenotdel denunciò 203 casi di donne uccise dai loro padri, mariti e fratelli.

Tutto ciò obbligava in molti casi a rallentare la marcia, in qualche caso a retrocedere. Di questo si è molto scritto e molto si scriverà ancora. Ma ogni cosa va inscritta, oltre che nelle difficoltà interne incontrate nell’inedita costruzione del nuovo stato sovietico, nelle complicazioni minacciose che si determinavano all’esterno. Sta di fatto che a partire dagli anni ’30 – mano a mano che si faceva più stringente l’assedio della reazione borghese internazionale e si avvicinava la stretta tremenda della seconda guerra mondiale, scatenata dall’alleanza tra nazifascismo europeo e militarismo giapponese – le politiche innovative subirono una controspinta conservatrice che portò all’arretramento rispetto ad alcune conquiste realizzate. Alcuni dei diritti civili garantiti dal Codice sovietico furono cancellati, l’enfasi ritornò sul modello di famiglia tradizionale, l’aborto e l’omosessualità tornarono ad essere penalizzati e per qualche decennio il divorzio divenne più difficile da ottenere. Anche il dipartimento Zhenotdel fu soppresso nel 1930, prima che gli obiettivi di parità e libertà femminile promessi dalla rivoluzione venissero effettivamente raggiunti.

Tuttavia il progresso delle donne sovietiche non poteva essere arrestato e la legislazione nata dalla rivoluzione d’Ottobre continuò per lungo tempo ad essere fonte d’ispirazione per le lotte delle donne nel mondo, soprattutto con riguardo ai diritti di parità nel lavoro e alla tutela delle lavoratrici madri. “Fare come in Russia” fu uno slogan molto presente nelle lotte proletarie e femminili – ancora nei decenni del dopoguerra – in molti paesi dove dominava lo sfruttamento capitalistico.

E ancora oggi possiamo dire, senza timore di smentite, che la rivoluzione d’ottobre del 1917 rappresentò una tappa storica fondamentale nel cammino di emancipazione non solo delle classi lavoratrici e dei popoli, ma anche delle donne. Non si può fare la storia del movimento femminile internazionale senza fare riferimento – se si vogliono comprendere gli sviluppi di esso fino ai giorni nostri – a quella straordinaria stagione rivoluzionaria e alla favolosa lotta delle donne bolsceviche.

Ada Donno

Nessuna “giustificazione” né supporto italiano all’aggressione Usa in Siria!

L’Awmr Italia si unisce alle associazioni e organizzazioni di donne che in Italia, nei Paesi Arabi, nel Mediterraneo e ovunque nel mondo sono a fianco della popolazione e delle donne siriane orribilmente colpite e devastate dalla guerra, e si oppongono ad una ulteriore escalation che può essere innescata dall’attacco proditorio degli Usa..

Il governo Trump continua la strategia di guerra degli Usa.

L’attacco missilistico alla Siria, accusata senza alcuna verifica dei fatti di aver usato le armi chimiche contro il suo stesso popolo, è uno scenario pretestuoso che abbiamo già visto tre anni fa nella stessa Siria, e prima ancora in Iraq, in Libia, in Kossovo, in Afghanistan. E come per il passato, i governi dell’Unione Europea sono stati pronti a “giustificare” l’impostura della “punizione necessaria”.

Ma al di là di ogni ipocrisia, il governo italiano non si limita a “giustificare” la guerra degli Usa
alla Siria: vi partecipa di fatto, fornendo uomini e strutture.

L’operazione “punitiva” ordinata da Trump contro la Siria è partita da navi da guerra della Sesta Flotta Usa di stanza a Napoli, col supporto della base aeronavale Usa in Sicilia. In Italia si trovano comandi e basi per le operazioni militari in Medio Oriente e Nord Africa, e pertanto il nostro paese è pienamente coinvolto nella strategia aggressiva Usa/Nato in quelle aree.

Da sei anni gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito, la Turchia, Israele ed i loro alleati nella regione – Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar – usano il conflitto in Siria, fomentandolo e strumentalizzandolo, finanziando ed armando gruppi “ribelli” contro il regime di Assad, con
l’obiettivo vero di smembrare il territorio siriano, colpire l’Iran e “ridisegnare il Medio Oriente”
in maniera conforme ai loro interessi imperialistici di accaparramento delle risorse idriche ed energetiche e di controllo delle rotte marittime nel Mediterraneo.

Quest’ultimo intervento militare Usa in Siria aggiunge distruzione a distruzione, allontana le
prospettive di soluzione negoziata del conflitto, accresce le sofferenze dei civili, in modo particolare delle donne e dei bambini, come accade in ogni guerra.

Nessuna potenza può attribuirsi il ruolo di gendarme internazionale; nessuno può decidere, al
di fuori della legalità internazionale, chi va punito e chi no; nessuno può usare a propria discrezione esclusiva la forza militare contro un altro paese sovrano.

Chiediamo alle donne italiane e al popolo italiano di opporsi a questa ennesima escalation bellicista; di fare ogni pressione possibile sul governo perché sostenga una soluzione politica e diplomatica sotto l’egida delle Nazioni Unite; riduca le spese militari; si dissoci dalla Nato e dalle sue politiche di guerra.

Ripudiamo la guerra, non vogliamo basi militari straniere né armi nucleari sul territorio italiano, vogliamo un’Italia neutrale e ponte di pace verso ogni area del mondo.

AWMR Italia -Associazione Donne della Regione Mediterranea 

@awmr.italia