1917-2017. CENT’ANNI DI RIVOLUZIONE DELLE DONNE

La rivoluzione bolscevica ha sradicato più pregiudizi sulla donna che non le montagne di scritti sull’uguaglianza femminile”, dichiarò Lenin con giustificata soddisfazione nel 1920, nel suo celebre colloquio con Clara Zetkin.

Le donne occupano posti di direzione nei Soviet, negli Esecutivi, nei Ministeri e negli uffici pubblici di ogni tipo – aggiunse il leader della Rivoluzione d’Ottobre – e ciò costituisce un grande valore per noi. E’ importante per le donne di tutto il mondo, poiché evidenzia la capacità delle donne, il grande valore del lavoro che svolgono nella società”.

E’ innegabile, in effetti, che la rivoluzione russa del 1917 porti impresso in sé, fin dai suoi esordi, il segno del protagonismo femminile.

L’8 marzo del 1917 (corrispondente al 23 febbraio del calendario russo) le lavoratrici tessili di Pietrogrado entrarono in sciopero e scesero nelle strade per gridare la loro protesta contro la guerra e contro l’autocrazia zarista che privavano del pane i loro figli. Marciarono attraverso i quartieri popolari della città chiedendo alla popolazione di uscire dalle case e unirsi a loro. Il loro grido fu ascoltato da migliaia di pietrogradesi e, giorno dopo giorno, altre donne e uomini si unirono alla protesta. La stessa gendarmeria inviata a disperdere la folla si ammutinò e finì per schierarsi con la popolazione. Lo zar fu costretto ad abdicare e fu la rivoluzione.

Nell’estate di quello stesso anno, i bolscevichi chiesero al governo provvisorio di Kerenskij l’uscita incondizionata dalla guerra e lanciarono la parola d’ordine: “Tutto il potere ai soviet!”, cioè i consigli del popolo. In ottobre, il Palazzo d’Inverno fu preso d’assalto e occupato dal proletariato insorto. 

Ora sappiamo anche che fu quel primo evento – la scintilla accesa dalle lavoratrici di Pietrogrado che aveva fatto divampare la fiamma della rivoluzione in tutto l’impero zarista – ad ispirare l’idea, alcuni anni più tardi, di scegliere l’8 marzo come giornata internazionale delle donne.

Un’immensa energia femminile rinnovatrice – secondo le parole di Aleksandra Kollontaj, che fu fra le protagoniste della Rivoluzione d’Ottobre – si sprigionò dalla “tempesta rivoluzionaria” ed essa si distinse proprio per il ruolo dirigente che molte donne vi ebbero. Un ruolo che si era consolidato attraverso alcuni passaggi essenziali che occorre ricordare.

Fin dal 1912 le militanti bolsceviche, vincendo la repressione zarista con gli escamotages più fantasiosi, destreggiandosi fra l’esilio e la clandestinità in patria, riuscirono a pubblicare il foglio di agitazione “Rabotnitsa” (Operaia), il primo giornale pensato e pubblicato per le donne operaie in Russia, che diffondeva le idee rivoluzionarie sulle tematiche del lavoro e le specifiche problematiche femminili. Nel comitato editoriale del giornale troviamo i nomi di quelle che sarebbero state ricordate come protagoniste della rivoluzione del 1917: Nadezhda Krupskaja, Anna Elizarova, Inessa Armand, Ljudmila Stal’, Alexandra Kollontaj, Konkordiya Samoilova, Klavdia Nikolajeva.

Nel 1914 queste stesse donne lanciarono l’iniziativa di una Conferenza internazionale di donne contro la guerra a Berna e poi promossero la prima conferenza delle lavoratrici russe a Pietrogrado.

Le donne bolsceviche – a differenza del movimento femminista borghese che pure era già attivo nella Russia zarista – erano convinte che il tema dell’oppressione di genere andasse legato a quello dell’oppressione di classe e al contesto politico, sociale ed economico che lo determinava. Finché le donne restavano escluse dalla sfera pubblica della produzione e relegate nella sfera domestica della riproduzione, il modello familiare borghese sarebbe rimasto il nucleo in cui si consumava l’oppressione “privata”delle donne. Accedere al mondo del lavoro e all’autonomia economica era condizione preliminare perché le donne conquistassero il necessario spazio politico per sé. Ma era il superamento dello sfruttamento capitalistico, che costringeva le lavoratrici alla doppia schiavitù del lavoro in fabbrica e in casa, la condizione necessaria per liberare effettivamente tutte le donne dall’oppressione del patriarcato. Perciò l’obiettivo della liberazione delle lavoratrici era indissolubilmente legato alla rivoluzione socialista e solo radicandosi nel proletariato femminile, il movimento di liberazione delle donne avrebbe acquistato quella forza prorompente necessaria a trasformare l’intera società.

Furono migliaia le giovani donne che aderirono al movimento rivoluzionario russo, ma inevitabilmente fra di esse ci furono quelle che, dispiegando al massimo il loro coraggio, l’intelligenza, lo spirito di sacrificio e dedizione, assunsero posti di maggiore responsabilità e rilievo nell’avvio della costruzione del nuovo stato sovietico.

Alessandra Kollontaj (1872-1952), fu subito tra i massimi dirigenti del partito bolscevico ed entrò nel nuovo governo dei Soviet come commissaria per i servizi sociali, prima donna ministro nella storia. In seguito e per molti anni fu ambasciatrice – seconda donna nella storia della diplomazia – dell’Unione Sovietica. Scrisse numerosi saggi, articoli, libri in cui trattò i problemi della donna, della maternità, della sessualità. Brillante e tenace, svolse una preziosa opera diplomatica durante la seconda guerra mondiale. Morì 80enne a Mosca nel 1952.

Nakzhezda Krupskaja, moglie di Lenin, che aveva sposato al tempo in cui ambedue furono deportati in Siberia, gli fu a fianco fino alla sua morte (21 gennaio 1924), ma ebbe un suo personale e cruciale ruolo in campo educativo e nella diffusione di scuole e biblioteche nel nuovo stato sovietico. Lavorò nel Ministero per l’istruzione e scrisse saggi di pedagogia di grande valore (oltre al più famoso libro autobiografico “La mia vita con Lenin”). Morì a Mosca nel 1939.

Inessa Armand (1880 – 1920), bolscevica di origini francesi, compì i suoi studi in Russia e divenne agitatrice politica fin dalla giovinezza e dirigente bolscevica di riconosciuta intelligenza, per quanto nel corso di questi cento anni la pubblicistica borghese si sia occupata di lei molto più a proposito della sua relazione con Lenin, che non delle sue indubbie qualità di donna rivoluzionaria. Fu ispiratrice e seguì particolarmente le attività del mitico «Zhenotdel», il «dipartimento donne» del partito, che promosse con grande efficacia la parità dei diritti, organizzando corsi di alfabetizzazione fra le donne nelle neonate repubbliche sovietiche e contribuendo a fare delle sottomesse mogli dei contadini delle lavoratrici emancipate. Purtroppo Inessa nel 1920 contrasse il tifo petecchiale e morì poco più che quarantenne, lasciando un grande vuoto nelle file della rivoluzione bolscevica.

Anna Ul’janova Elizarova (sorella maggiore di Lenin), fu ispiratrice e redattrice del giornale per le lavoratrici “Rabonitsa”, che abbiamo già visto, e fu poi a capo del dipartimento per la protezione dei minori nel ministero dell’istruzione del nuovo stato sovietico.

Larissa Rajsner (1897-1928) scrittrice, dirigente e commissaria politica dell’Armata Rossa durante la guerra civile che seguì alla rivoluzione d’ottobre, fu corrispondente speciale dall’estero del giornale “Izvestiya” dal 1924 al 1925. Morì a Mosca di febbre tifoide ad appena trent’anni.

Nel ministero dell’educazione lavorarono con ruoli dirigenti, negli anni ’20, anche Vera Menzhinskaja (che in seguito diresse l’Istituto di lingue estere di Mosca) e Mariya Andreeva, attrice, coordinatrice dei teatri municipali di Pietrogrado, capo della sezione artistica del Narkompros (commissariato del popolo per l’istruzione) e infine direttrice della Casa degli studiosi di Mosca.

E ancora: Klavdia Nikolayeva, animatrice del giornale “Kommunistka” per le donne lavoratrici e Ljudmila Stal’, bolscevica della prima ora, che aveva partecipato alla fondazione della rivista Iskrà (Scintilla) a Parigi nel 1899. Durante la guerra civile scatenata dalle armate bianche nel 1918, Ljudmila curò le pubblicazioni destinate ai combattenti dell’Armata Rossa. Solo per nominarne alcune.

La presenza di queste donne ai vertici della rivoluzione permise loro di partecipare alla stesura delle leggi che introdussero l’uguaglianza civile e sociale delle donne nella repubblica federativa sovietica. Fu esteso innanzi tutto l’elettorato attivo e passivo alle donne, per consentire loro la piena partecipazione ai processi politici. Poi fu introdotto il nuovo Codice della Famiglia, ratificato dal governo dei soviet nel 1918, che parificò lo status civile fra donne e uomini; fu introdotto il matrimonio civile stabilendo l’uguaglianza fra i coniugi (tra l’altro, si riconosceva a ciascuno dei due coniugi la libertà di assumere il cognome dell’altro o dell’altra); fu eliminata la distinzione fra figli legittimi e illegittimi, che era causa di feroce discriminazione; fu riconosciuta la convivenza al di fuori del matrimonio e furono facilitate decisamente le pratiche di divorzio. Fu legalizzato l’aborto, riconoscendo alle donne il diritto di decidere. Furono introdotte misure per sottrarre le donne alla prostituzione, fu depenalizzata l’omosessualità.

Agli inizi del 1918 fu istituito il Dipartimento per la protezione della maternità e dell’infanzia, per provvedere all’applicazione della nuova legislazione in materia di maternità, che tutelava le lavoratrici madri e prevedeva l’aspettativa di 16 settimane prima e dopo il parto, l’esenzione da lavori pesanti, il divieto di trasferimento e licenziamento per le madri in attesa, la proibizione del lavoro notturno per le donne, l’istituzione di cliniche e ambulatori per la maternità, consultori, asili per l’infanzia.

Vennero introdotte anche forme di socializzazione dei lavori domestici e servizi pubblici per supportare le famiglie operaie e divenne legge il principio di “uguale salario per uguale lavoro”.

Nell’autunno del 1919 fu creato, come già accennato, uno specifico dipartimento del comitato centrale del partito bolscevico per le attività autonome delle donne, il Žhenotdel, che istituì corsi di educazione politica e alfabetizzazione per le donne della classe operaia e per le contadine. Il Zhenotdel aveva una sua propria pubblicazione mensile, “Kommunitska”, rivolta a tutte le donne, non solo le comuniste, e promosse la diffusione di testate giornalistiche femminili nelle repubbliche sovietiche (nel 1927 se ne contavano 18) e l’organizzazione di riunioni di formazione politica che coinvolsero milioni di donne.

Quando le “armate bianche” della reazione scatenarono la guerra civile, così come in migliaia avevano aderito al movimento rivoluzionario, spontaneamente le donne si arruolarono in gran numero anche nell’Armata Rossa: si stima che nel 1920 ne facessero parte tra le 50mila e le 70mila.

Le donne bolsceviche furono straordinarie anticipatrici di concezioni che solo nei decenni più recenti i movimenti femministi hanno potuto riproporre, come l’importanza di superare la frattura prodotta dalla cultura e dall’organizzazione sociale patriarcale fra lavoro produttivo e riproduttivo, fra pubblico e privato, che è all’origine della doppia morale sessuale e sottomette le donne a rapporti familiari schiavizzanti. Esse affermarono il valore sociale della maternità e l’importanza, nella definizione dell’oppressione femminile, del “privato” che diventa “politico” nel momento in cui tutte le donne vi si riconoscono. Tali concezioni, alla base del nuovo Codice della Famiglia promulgato dal governo dei soviet nel 1918, fanno di esso uno strumento legislativo tuttora insuperato – per spirito innovatore – in gran parte dei paesi del mondo.

Con grande passione e senza risparmio di sé, le bolsceviche si dedicarono al lavoro politico di educazione delle donne negli angoli più remoti delle repubbliche sovietiche europee ed asiatiche, promuovendo l’istruzione delle donne musulmane, più oppresse dal patriarcato tradizionale, affinché diventassero a loro volta agenti del cambiamento sociale e portatrici dei valori socialisti.

Tutto ciò non avvenne senza incontrare forti resistenze nelle tradizionali società pre-capitaliste dov’erano più radicate le strutture patriarcali. Non fu pacifica l’accettazione delle riforme da parte della popolazione contadina che doveva superare i pregiudizi del passato, nelle zone più periferiche rispetto ai centri urbani focolai della rivoluzione. Non fu facile il lavoro del Zhenotdel particolarmente nelle regioni orientali, dove le donne talvolta pagavano un alto prezzo al loro desiderio di liberazione e dove le riforme furono osteggiate dalle reazioni spesso violente di mariti e padri tradizionalisti. Da più parti giungeva notizia di ragazze picchiate e punite duramente solo per aver assistito alle riunioni dei circoli femminili. Solo in Uzbekistan nel 1928, il Zhenotdel denunciò 203 casi di donne uccise dai loro padri, mariti e fratelli.

Tutto ciò obbligava in molti casi a rallentare la marcia, in qualche caso a retrocedere. Di questo si è molto scritto e molto si scriverà ancora. Ma ogni cosa va inscritta, oltre che nelle difficoltà interne incontrate nell’inedita costruzione del nuovo stato sovietico, nelle complicazioni minacciose che si determinavano all’esterno. Sta di fatto che a partire dagli anni ’30 – mano a mano che si faceva più stringente l’assedio della reazione borghese internazionale e si avvicinava la stretta tremenda della seconda guerra mondiale, scatenata dall’alleanza tra nazifascismo europeo e militarismo giapponese – le politiche innovative subirono una controspinta conservatrice che portò all’arretramento rispetto ad alcune conquiste realizzate. Alcuni dei diritti civili garantiti dal Codice sovietico furono cancellati, l’enfasi ritornò sul modello di famiglia tradizionale, l’aborto e l’omosessualità tornarono ad essere penalizzati e per qualche decennio il divorzio divenne più difficile da ottenere. Anche il dipartimento Zhenotdel fu soppresso nel 1930, prima che gli obiettivi di parità e libertà femminile promessi dalla rivoluzione venissero effettivamente raggiunti.

Tuttavia il progresso delle donne sovietiche non poteva essere arrestato e la legislazione nata dalla rivoluzione d’Ottobre continuò per lungo tempo ad essere fonte d’ispirazione per le lotte delle donne nel mondo, soprattutto con riguardo ai diritti di parità nel lavoro e alla tutela delle lavoratrici madri. “Fare come in Russia” fu uno slogan molto presente nelle lotte proletarie e femminili – ancora nei decenni del dopoguerra – in molti paesi dove dominava lo sfruttamento capitalistico.

E ancora oggi possiamo dire, senza timore di smentite, che la rivoluzione d’ottobre del 1917 rappresentò una tappa storica fondamentale nel cammino di emancipazione non solo delle classi lavoratrici e dei popoli, ma anche delle donne. Non si può fare la storia del movimento femminile internazionale senza fare riferimento – se si vogliono comprendere gli sviluppi di esso fino ai giorni nostri – a quella straordinaria stagione rivoluzionaria e alla favolosa lotta delle donne bolsceviche.

Ada Donno

“NON UNA DI MENO”: L’ADESIONE DELL’ADOC

Rilanciamo dal nostro blog l’interessante articolo di Bia Seresini, pubblicato sul Manifesto del 12 novembre, sull’uso strumentale di parole d’ordine e rivendicazioni, comprese quelle che riguardano i diritti delle donne, per sostenere le ragioni del si e della controriforma Renzi-Boschi. A questo uso strumentale contrapponiamo la convinzione della necessità di rafforzare la democrazia rappresentativa e la partecipazione popolare, mortificate in questi anni e che invece proprio nelle pratiche femminili e del movimento operaio – oltreché nella nostra Costituzione – possono trovare nuova linfa.

Anche per questo, come Assemblea delle donne comuniste (Adoc), nell’aderire alla mobilitazione del 26-27 novembre con la parola d’ordine “Non una di meno”, e nel ribadire il nostro impegno nelle lotte delle donne contro il patriarcato, la misoginia e la violenza antifemminile, sottolineiamo il legame strettissimo che esiste tra questione di genere e questione sociale e la nostra ferma volontà di contrastare la trasformazione della Repubblica fondata sul lavoro in Repubblica fondata sul mercato. Quest’ultima, che era già il sogno di Berlusconi & co., provocherebbe l’ulteriore esclusione di masse enormi di donne, lavoratori, giovani dalle decisioni fondamentali della vita sociale riducendo ancora quella sovranità popolare già erosa nel corso di questi anni.  M. F.

REFERENDUM, MANCAVANO LE DONNE DEL SI’

Non hanno resistito, si sono aggiunte anche loro, le donne per il sì. Mancavano proprio a quella lunga fila di chi ha sentito la necessità di schierarsi, di far sapere che c’è. Come gli indimenticabili sessantotto sì, quelli che si appropriano di un passato collettivo e vogliono decidere dell’oggi perché allora furono in un movimento che poi si è diviso in mille rivoli.
Speravo che l’intelligenza femminile se ne tenesse fuori. Non dall’appassionamento, anzi. Come tantissime altre sono del tutto coinvolta, sostengo che il no mi riguarda, e non nego a nessuna il piacere dell’impegno e della battaglia politica. Ma non pretendo di parlare a nome delle donne. Del resto, chi potrebbe farlo?

Se c’è una cosa che insegnano le elezioni Usa e in particolare la vicenda di Hillary Clinton, è che parlare per conto delle donne non riesce facile. Anche quando sembra di avere tutte le carte buone in mano.

In ogni caso sarebbe stato meglio evitare scivoloni. Come far sapere che si è scritto l’appello dopo avere incontrato la ministra Maria Elena Boschi. Cosa significa, che abbiamo tra le mani un documento di governo? Che c’è l’imprimatur della ministra che ha firmato la riforma ma che ha anche la delega alle pari opportunità?
È forse per questo che l’appello si aggiunge al lungo canto di lodi per la Renzi-Boschi, i cui effetti taumaturgici sembrano non avere limiti?

Questo appello, oltre all’aumento del Pil come al magico incremento dell’occupazione, ora vorrebbe ascrivere ai meriti della cosiddetta riforma la possibilità di far funzionare la legge 194. Peccato che la 194 sia una legge dello Stato, e che solo allo Stato spetti di farla funzionare. Cioè tocca al governo trovare le forme per cui il diritto all’interruzione di gravidanza sia garantito in egual modo in tutte le parti del Paese, a prescindere dall’esercizio dell’obiezione di coscienza da parte dei medici. Che peraltro è una norma nazionale, non locale. Come il blocco delle assunzioni. Azione che finora nessun governo, compreso quello in carica, si è ben guardato dal fare. E nulla fa pensare a cambiamenti sostanziali, non si vedono impegni reali, operativi in questa direzione. E in ogni caso, se c’è una cosa che la Renzi-Boschi lascia in piedi, è esattamente il capitolo regioni e sanità. La sanità rimane in mano alle regioni.

Lo stesso argomento vale per lo scarso numero di asili nido. Da cosa dipende il continuo taglio di posti – fatti dai comuni – se non dal continuo taglio di risorse da parte del governo verso gli enti locali e la spinta alla privatizzazione? Quale è il sindaco – o la sindaca – che non sarebbe felice di poter soddisfare una richiesta sempre più forte e pressante, delle cittadine e dei cittadini? In quale punto la Renzi Boschi inverte questa drammatica scelta politica?

E neppure è la prima volta si introduce la parità in Costituzione, già prevista dall’art. 51, e ancora di più dall’art. 117, 7° comma Cost., che per gli enti territoriali, stabilisce il principio della “parità” di accesso. Non c’è neppure uno sforzo, come auspicato da tempo da tante femministe, sul linguaggio, che rimane tutto maschile.

L’accenno che più mi fa pensare è però il richiamo al piano nazionale antiviolenza.
Da poco la ministra Boschi ha rifinanziato i centri antiviolenza rimasti a secco, un atto dovuto. Il 26 novembre c’è la manifestazione «Non Una di meno», contro la violenza maschile, indetta dall’Udi, la rete Dire dei centri antiviolenza, e Io decido, la sigla che riunisce i collettivi femministi romani. C’è un patto, nel corteo non ci saranno nè il no nè il sì. Non sarà che l’appello, con la benedizione della ministra, è un modo per prenderne la testa?

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26-novembre

Le comuniste partecipano al XVI congresso della FDIM

di Milena Fiore, redazione Donne in rosso
Dal 15 al 18 settembre 2016 a Bogotà si terrà il XVI congresso della Fdim/Widf (Federazione democratica internazionale delle donne) alla quale prenderà parte una delegazione organizzata dalla nostra compagna Ada Donno, componente del Comitato centrale del Partito comunista italiano e presidente dell’AWMR-Italia (sezione italiana Associazione Donne della regione mediterranea) affiliata alla Fdim.
Il congresso si svolge nel contesto della costruzione di un difficile processo di pace tra le Farc e il governo (con la mediazione anche di Cuba), che si spera consenta di superare le cause politiche, economiche e sociali alla base del pluridecennale conflitto sostenuto in Colombia. 
In tale quadro il congresso della FDIM “può contribuire a consolidare uno scenario nel quale le donne, come parte essenziale delle trasformazioni sociali, siano anche in grado di guidare questo cammino di ricostruzione del paese sulla base di una vera giustizia sociale”, dice la colombiana Julia Cabarcas, portavoce del comitato organizzatore del XVI congresso della FDIM. “Ciò che vogliamo noi donne in Colombia è rendere visibile la voce e la parola femminile in questo processo; dare visibilità ai valori di adesione all’opera civilizzatrice e quotidiana delle donne, alle nostre genealogie [?] e alla mediazione femminile partendo dai nostri corpi come territori di pace, di autonomia relazionale e libertà per propiziare i valori di scambio, dialogo e convivenza in opposizione alle guerre nel mondo”.

Il tema generale del XVI congresso della FDIM sarà: “Donne Unite per la pace e contro l’imperialismo”. Vi parteciperanno delegate delle associazioni affiliate alla FDIM/ WIDF dai cinque continenti, oltre che invitate di altre organizzazioni internazionali. L’organizzazione del congresso è a cura delle organizzazioni colombiane ospitanti ( Fdim Col) e dalla segreteria internazionale della FDIM .
Sono state elaborate dal Direttivo uscente della Federazione Democratica Internazionale delle Donne sei tesi da discutere nel congresso:

1. Guerre imperialiste, aggressioni e sfide alla pace. (Una sezione speciale di questa tesi è dedicata alla regione araba).
2. Crisi capitalistica e impatto sulle donne.
3. Impatto dei cambiamenti climatici e sicurezza alimentare.
4. Lotte delle donne per uguale salario per uguale lavoro, contro ogni tipo di violenza e per la parità di diritti
5. Donne e diversità etniche e culturali.
6. Le giuste lotte della FDIM.
Su richiesta dell’Organizzazione delle Donne Angolane (OMA) una settima tesi è stata proposta sul tema “Donne d’Africa: lotte, progressi e conquiste”.
Altre informazioni sul profilo facebook della FDIM/WIDF e sulla pagina web:  http://xvicongresofdim.jimdo.com/

Auguriamo alla compagna Ada e alle altre compagne e amiche che parteciperanno al Congresso i migliori risultati con l’impegno di raccogliere la loro esperienza anche per una nostra elaborazione collettiva fra le donne del Partito comunista italiano.

 

colombia donne per la pace

Teresa Noce vive!

Leggere Teresa Noce a Teheran 

«Rivoluzionaria professionale», autobiografia di Teresa Noce è stata appena pubblicata in Iran l’8 marzo.

Segue il testo dell’intervistata di Stefania Miccolis alla traduttrice Farideh Guerman (dall’Unità del 3 aprile 2016)

Leggere serve a imparare a vivere, e dalla storia di una donna si possono trarre insegnamenti di vita. In questo caso si tratta dell’autobiografia di Teresa Noce “Rivoluzionaria professionale”, pubblicata in Italia nel 1974 e riedita più volte (l’ultima nel 2003), e uscita a Teheran pochi giorni fa, l’8 marzo 2016. A curare l’edizione e a tradurla in iraniano è stata Farideh Guerman, una professoressa di architettura dall’aria dolcissima. Parlare con lei è come vedere due mondi che si incontrano. Lo dice lei stessa “ho studiato a Roma architettura, e ho vissuto diversi anni qui, e da allora per me è stato molto importante tornare, e poi rientrare nella mia terra, e poi ancora ritornare. Non voglio perdere il contatto con il mondo occidentale”. Quando le si chiede se si è in qualche modo rivista in questa grande donna, risponde che non ci aveva mai pensato, però “è vero, il punto che abbiamo in comune è lottare, mai smettere di lottare per ciò in cui si crede.” Ma Teresa Noce, aggiunge, era molto più forte di me”. Quello che più l’ha colpita di questa rivoluzionaria è “la convinzione in ciò che diceva e faceva; pensava con la sua testa; non era sotto l’influenza del marito o di altri. Era sicura di sé”.
Nell’autobiografia c’è una frase emblematica: “Le donne per conquistare l’emancipazione come donne e lavoratrici, per prima cosa dovevano imparare a dire di no: dire di no ai maestri e ai genitori, dire di no ai padroni, dire di no al marito, dire di no ai compagni quando si era convinte di aver ragione. Bisognava battersi per le proprie opinioni, difenderle contro tutti, e smettere di pensare che gli uomini, compagni o dirigenti, solo perché tali o di un gradino più in alto nella gerarchia, avessero sempre ragione”.
“Una donna eccezionale – continua Farideh – generosa, ha sempre lottato nella vita, una vera rivoluzionaria contro il fascismo, sincera con tutti i suoi compagni, li aiutava in qualsiasi momento avessero bisogno. E una grande lavoratrice sin dall’età di sei anni, ma ha dedicato la sua vita all’umanità, non solo alla classe operaia. Ha contribuito alla emancipazione femminile, nei diversi momenti storici che ha attraversato”. Teresa Noce, che divenne moglie di Luigi Longo nonostante, dicevano i suoceri, fosse “brutta, povera e comunista”, fu fra i fondatori del partito comunista nel 1921, organizzò il lavoro clandestino del centro interno del PCI e gli scioperi della CGIL contro il fascismo; attiva anche in Spagna, nella sua lotta clandestina fu arrestata più volte durante la guerra e deporta nei campi di Ravensbruck e Holleischen.
“Poi dopo la guerra cambia il momento storico e cambia il modo e la forma di lottare. Per le donne, grazie alla sua attività politica, ha fatto cose di cui vediamo ancora oggi il risultato, ha lasciato segni, impronte”. Deputata all’Assemblea costituente, fu componente del Comitato dei Settantacinque che scrisse la Costituzione. Eletta alla Camera nelle prime due legislature repubblicane, si impegnò nella lotta per la parità salariale e per la tutela delle lavoratrici madri. Scrive Teresa Noce: “il lavoro “femminile” non mi è mai piaciuto e mi sono sempre rifiutata di compierlo, anche se sono sempre stata attiva in difesa delle donne. È il concetto di lavoro femminile – [nel partito] – che è sbagliato in quanto quasi contrapposto oppure separato da quello generale […] come non vi può essere emancipazione femminile se non si emancipano anche gli uomini, così nel Partito non vi devono essere organismi e tantomeno organizzazioni differenziati per sesso”. Ma al di là della sua attività politica, Farideh trova in Teresa Noce sensibilità e delicatezza: “era anche una madre, molto forte, ha avuto tre figli (uno morto dopo pochi mesi dalla nascita per meningite), ha avuto il coraggio di tenerli, nonostante il pericolo, ha fatto tutto per loro. È stata una moglie fedele e innamorata”. Farideh ha tradotto il libro trentatré anni fa, subito dopo che uno studente glielo regalò qui a Roma; nell’82 era già pronto ma le difficoltose vicissitudini della sua vita non le hanno permesso di pubblicarlo. Lo ha trovato subito molto importante, ha imparato molto: “Se prima ero dogmatica e rigida, tradurre questa autobiografia mi ha aiutato a cambiare, mi ha insegnato negli anni a riflettere anche sui miei dogmatismi. Ho imparato ad ascoltare, a sentire tutti, a elaborare un pensiero e riflettere con la mia testa, e ad andare anche contro una idea sbagliata. Ho iniziato con questo libro, è stato come un input, poi la vita mi ha dato il resto e mi ha insegnato tanto”. Per questo ha pensato che potesse essere importante anche per le altre donne iraniane: “Più passa il tempo e più le donne iraniane diventano emancipate. Nel suo corso di architettura all’università vi sono più studentesse che studenti; possono studiare, possono uscire dal paese, e sono molto più attive degli uomini. Le donne iraniane più emancipate e politicizzate o quelle femministe, potranno usufruirne e le colpirà”.
Naturalmente Farideh che conosce molto bene la storia italiana ha aggiunto delle note per descrivere i vari personaggi della Resistenza, e spiegare i momenti storici. E poi tante foto che Giuseppe, il figlio di Teresa Noce, le ha gentilmente dato: “Avrei tanto voluto conoscere Teresa Noce, ma era già morta, e ho cercato il figlio. Mi hanno accolto affettuosamente e contenti, non immaginavano che una donna iraniana conoscesse cosi bene la loro storia e la loro famiglia”. L’obiettivo del libro non è dare speranza, ma “dare consapevolezza alle donne”. “Ho capito una cosa nella vita: molto importante è il lavoro culturale senza del quale non si arriva a nessuna conclusione e nel mio paese è fondamentale. Le persone devono prendere coscienza, devono capire. Bisogna lottare contro una cultura sbagliata, ma non solo in politica. Oggi con l’elezione del nuovo Parlamento è successa secondo me una cosa molto bella, vuol dire che c’è più coscienza e si capisce di più.”
Quando la casa editrice ha voluto pubblicarlo non c’è stato fra l’altro alcun tipo di censura da parte del ministero. Neanche Farideh ha dovuto autocensurarsi, sorridendo dice che ha cambiato solo una frase de Gigi bambino, il primo figlio Teresa Noce, irriverente nei confronti della religione, ma niente di più. La cosa più bella è che comunque il libro è uscito a Teheran l’8 marzo, proprio il giorno della festa della donna. “Non avevamo programmato la data di uscita – ci dice Farideh – ma l’8 marzo è stato un giorno significativo, un trionfo! Allora significa che Teresa Noce vive e che è stata la sua energia ad aver permesso questo”.

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Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria

Rilanciamo dal nostro blog la bella recensione di Anna Curcio alla nuova e ampliata edizione di Il grande Calibano di Silvia Federici pubblicata su il manifesto del 30 marzo 2016. Sebbene il libro parta dall’accumulazione originaria descritta da Marx intrecciandola con la caccia alle streghe e con le tecniche di controllo sul corpo delle donne che l’autrice ritiene altrettanto fondamentali nella formazione del capitalismo, esso presenta anche motivi di grande attualità dal momento che “l’accumulazione originaria è un processo che si ripete in ogni fase dello sviluppo capitalistico e dentro le sue crisi, il corpo e le attività legate alla riproduzione restano oggi, come agli albori del capitalismo, un campo di battaglia.” (M. F.)

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I colpevoli roghi della storia europea e le lotte delle donne

di Silvia Federici

SAGGI. «Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria» di Silvia Federici per Mimesis. Una lettura dell’accumulazione originaria di Marx, per riscoprirne centralità e tuttavia parzialità. E la narrazione politica della caccia alle streghe come «guerra di classe»

«Come le recinzioni espropriarono i contadini dalle terre comunali, così la caccia alle streghe espropriò le donne dal proprio corpo, liberato, a funzionare come una macchina per la produzione della forza-lavoro». Questa in sintesi l’ipotesi teorica che Silvia Federici propone in Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, edizione riveduta e aggiornata di Il grande Calibano – classico del femminismo marxista che Federici scrisse con Leopoldina Fortunati negli anni Ottanta – finalmente anche in traduzione italiana (Autonomedia 2014, ora Mimesis, pp. 234, euro 30,00). Ripensare lo sviluppo del capitalismo da un punto di vista femminista, considerando cioè l’accumulazione e riproduzione della forza-lavoro. Non solo dunque accumulazione di «lavoro morto» come beni espropriati con la recinzione delle terre o attraverso la razzia coloniale che Marx considera, seppur con peso tra loro differente, ma anche accumulazione di «lavoro vivo» sotto forma di esseri umani, resi disponibili allo sfruttamento dal controllo esercitato sul corpo delle donne.

Nell’assumere il proletariato industriale salariato quale protagonista dell’accumulazione originaria Marx ha perso di vista le profonde trasformazioni che il capitalismo ha introdotto nella riproduzione della forza-lavoro e nella posizione sociale delle donne. Intorno a questa ipotesi Federici intreccia la trama, spesso taciuta, delle lotte che hanno accompagnato la transizione al capitalismo. Così donne, contadini, piccoli artigiani e vagabondi, perlopiù cancellati dalla storia, assurgono in Calibano e la strega a veri protagonisti. Ripercorrendo la storia della caccia alle streghe nel Medioevo, il volume evidenzia i processi di criminalizzazione e degradazione sociale che colpirono le donne, il loro lavoro, i loro saperi e pratiche all’indomani della crisi demografica seguita alla Peste Nera europea. Allo stesso tempo, intreccia i destini delle streghe in Europa a quello dei sudditi coloniali nel Nuovo Mondo, insistendo sui processi di inferiorizzazione e sulla costruzione di gerarchie razziali che accompagnano l’espansione coloniale.
L’accumulazione capitalistica che Federici marxianamente indaga è soprattutto «di differenze», di ineguaglianze e gerarchie costruite sul terreno del genere e della razza; processi di segmentazione sociale costitutivi del dominio di classe. Per questo la femminista non ha dubbi: la caccia alle streghe è «guerra di classe portata avanti con altri mezzi».

Due secoli di «terrorismo di stato», tra il XVI e il XVII secolo, avrebbero dunque insegnato agli uomini a temere il potere delle donne, soprattutto il controllo esercitato sulla funzione riproduttiva. Mentre la donna «prodotta» come essere sui generis, «lussuriosa e incapace di governarsi» fu sottoposta al controllo maschile. Federici ribadisce così il carattere artificiale dei ruoli sessuali nella società capitalistica. La stessa sessualità femminile venne sanzionata, criminalizzando quelle attività non orientate alla procreazione e al sostegno della famiglia; la prostituzione, la nudità e le danze furono proibite e la sessualità collettiva al centro della vita sociale nel medioevo divenne «incontro politico sovversivo» del sabba. Le nuove coordinate della femminilità si orienteranno allora tra «lavoro di servizio all’uomo e all’attività produttiva», monogamia e una nuova concezione della famiglia «con il marito sovrano e la moglie suddita del suo potere», mentre il corpo della donna diventava macchina della riproduzione. In questo senso, la caccia alle streghe è soprattutto «lotta contro il corpo ribelle»: il tentativo messo in atto da chiesa e stato per trasformare le capacità dell’individuo in forza-lavoro; cosa che mistificherà, da lì in avanti, il lavoro orientato alla riproduzione come destino biologico. Il corpo – l’utero in particolare – si fa dunque «macchina da lavoro»: bestia mostruosa da disciplinare da una parte, involucro e «contenitore» della forza-lavoro dall’altra, salendo alla ribalta del pensiero politico del tempo (da Hobbes a Descartes) come prerequisito per l’accumulazione capitalistica. Non sorprenderà allora che ogni pratica abortiva o contraccettiva sia stata condannata come maleficio, così le donne espulse da quelle attività come l’ostetricia o la medicina che avevano fin lì esercitato sulla base di saperi tramandati nel tempo.

Una vera e propria «politica del corpo» sottolinea Federici, in cui il corpo non è fattore biologico né il «soggetto universale, astratto, asessuato» della Storia della sessualità di Foucault, precisa, bensì è un corpo situato, denso di «rapporti sociali» (non solo di «pratiche discorsive») fonte di sfruttamento e alienazione e al contempo spazio di resistenza. E nella misura in cui, come Federici tra altri sottolinea, l’accumulazione originaria è un processo che si ripete in ogni fase dello sviluppo capitalistico e dentro le sue crisi, il corpo e le attività legate alla riproduzione restano oggi, come agli albori del capitalismo, un campo di battaglia. E qui si rintraccia l’estrema attualità di Calibano e la strega.

Non facciamo le guerre se vogliamo pace

di Manuela Palermi, presidente CC Partito Comunista d’Italia

Quanto successo a Bruxelles è terribile. Civili incolpevoli ammazzati brutalmente senza avere nessuna colpa. Siamo in guerra, certo. E siamo in guerra a causa delle scelte sciagurate compiute dagli Usa e assecondate con zelo dai Paesi della Ue. Si poteva pensare che l’ignobile accordo sui migranti non avrebbe avuto reazioni? Che le guerre nei Paesi che hanno il petrolio non avrebbero sconquassato il Medio Oriente e parte dell’Africa? Tutto questo deve cessare se non si vuole condannare l’umanità ad una guerra permanente. Non oso pensare al dolore dei parenti delle vittime di Bruxelles ma ogni solidarietà è inutile ed ipocrita se non si avvia, da subito, una politica estera che riporti pace e relazioni diplomatiche, e non altre guerre che si profilano all’orizzonte come quella alla Libia. Per troppo tempo l’occidente (gli Usa in testa) ha utilizzato i fondamentalismi pensando che fossero utili per la sua politica. Ora basta.  Si cominci col fare scelte giuste e umane per gli immigrati.

Non servono muri e recinzioni, servono canali umanitari. Si lavori in Iraq, in Afghanistan, in Siria, nello Yemen per riportare una vera pace. E’ da 25 anni che siamo in guerra ed ancora non s’è capito che è questa politica folle e criminale ad averci portati a questo punto.

Non facciamo le guerre se vogliamo pace

Le compagne a Congresso

Apriamo con questi contributi uno spazio del nostro blog dedicato agli interventi delle nostre compagne nell’ambito dei congressi dell’Anpi che si stanno svolgendo in queste settimane.

I primi due testi che pubblichiamo (l’intervento di Rita Landi al Congresso provinciale dell’ANPI di Pisa che si è tenuto il 19 marzo 2016 e l’articolo di Nunzia Augeri, per “Anpi Oggi”) riguardano entrambi il diritto al voto delle donne, che in Italia fu conseguito nel 1946 e di cui dunque ricorre quest’anno il 70° anniversario. 

Le compagne a Congresso

Uguaglianza tra donna e uomo

di Rita Landi

Appena costituito il Governo di Liberazione Nazionale, le donne si attivarono per entrare a far parte del corpo elettorale: la prima richiesta (ottobre 1944) è della Commissione per il voto alle donne dell’UDI che successivamente si mobilitò per ottenere non solo il diritto di voto ma anche quello di eleggibilità.

Il decreto legislativo n. 74 del 10 marzo 1946 accordava alle donne il diritto al voto.

Le prime consultazioni alle quali le donne furono chiamate a partecipare si svolsero a partire da quella data, in cinque turni, per il rinnovo di 5.722 amministrazioni comunali, mentre le prime elezioni politiche furono quelle del Referendum istituzionale Monarchia-­‐Repubblica, il 2 giugno del 1946.

“Furono le prime elezioni politiche democratiche dopo la Liberazione.

Dopo la loro partecipazione alle lotte contro il fascismo e alla guerra partigiana,

sarebbe stato difficile continuare a negare loro il diritto di voto.

Su un totale di 556 deputati furono elette all’Assemblea Costituente 21 donne

cioè poco meno del 4%.

Nove erano comuniste, nove democristiane, due socialiste e una era stata eletta

tra i candidati dell’Uomo Qualunque.

Quasi tutte laureate, molte di loro insegnanti, qualche giornalista-­‐pubblicista, una

sindacalista e una casalinga; tutte piuttosto giovani e alcune giovanissime.

Molte avevano preso parte alla Resistenza, pagando spesso personalmente e a caro prezzo le loro scelte, come Adele Bei (condannata nel 1934 dal Tribunale speciale a 18 anni di carcere per attività antifascista)

Teresa Noce (detta Estella, che dopo aver scontato un anno e mezzo di carcere perchè antifascista venne deportata in un campo di concentramento nazista in Germania dove rimase fino alla fine della guerra)

Rita Montagnana (che aveva passato la maggior parte della sua vita in esilio). “Delle venti donne elette fu prima l’ on. Bianca Bianchi, socialista, professoressa di filosofia ,con lei Teresa Mattei, di venticinque anni la più giovane di tutti nella Camera.

Nel gruppo delle comuniste c’era anche la giovanissima Nilde Iotti, che era stata durante la Resistenza prima responsabile dei Gruppi di Difesa della Donna e poi porta-­‐ordini (verrà nominata nel 1979 Presidente della Camera, prima donna nella storia della Repubblica e confermata fino al 1992); Elisabetta Conci, figlia di un senatore del vecchio Partito Popolare, la partigiana Angela Gotelli che aveva partecipato alla Resistenza nel parmense e Angela Guidi Cingolani, la prima donna che sarà chiamata al governo, come sottosegretario, nel VII governo De Gasperi.

5 di loro furono tra i 75 componenti della Commissione per la Costituzione: Teresa Noce e Nilde Iotti, per il PCI, Maria Federici e Angela Gotelli, per la DC, Lina Merlin, per il PSI.

Le donne sono state protagoniste nella storia del Novecento e come scrisse Norberto Bobbio, il cammino delle donne verso l’uguaglianza rappresenta l'”unica vera rivoluzione del nostro tempo”.

Sono molte le battaglie che hanno accompagnato, nei 70 anni successivi, donne e uomini d’Italia sulla strada verso la parità.

Ecco perché credo che per rinnovare la riconoscenza verso le nostre madri costituenti e verso tutte le donne, tutta l’assemblea si sensibilizzi e, nonostante le discriminazioni, le violenze nei confronti delle donne la differenza dagli uomini in termini occupazionali ed economici, diffonda la consapevolezza che il ruolo delle donne è determinante per un paese più libero, inclusivo, antifascista e democratico.


Le compagne a Congresso

Voto donne

di Nunzia Augeri

Le donne hanno il diritto di salire sul patibolo, ma non sulla tribuna”, lamentava la protofemminista Olympe de Gouges, avviandosi alla ghigliottina nei giorni più cruenti della Rivoluzione francese. Passò molto tempo prima che le donne conquistassero il diritto a salire sulla tribuna, cioè a prendere la parola sulla scena pubblica ed affermarsi come soggetti attivi della e nella polis. In ogni paese le donne vi arrivarono con percorsi diversi e in tempi diversi, ma con un denominatore comune: finché la gestione del potere rimase appannaggio dei gruppi di notabili – come nell’Italia liberale – le donne ne furono escluse; solo con il nascere dei partiti di massa, in Italia alla fine dell’ottocento, le donne entrano finalmente sulla scena politica.

Nel particolare contesto della società italiana, bisogna peraltro distinguere due grandi filoni: quello di matrice cattolica – particolarmente vivo in Italia – e quello di matrice socialista. In questo le donne entrano portate prevalentemente dalle lotte sociali, senza un’organizzazione distinta, partecipando anche con ruoli di primo piano alla costruzione ideologica e alla formazione dell’indirizzo generale del partito. Fra i cattolici, le donne formano gruppi femminili separati, con piena autonomia, anche se in stretta collaborazione e con coincidenza di interessi con i gruppi maschili.

La prima guerra mondiale, introducendo le donne nel mondo della produzione, dove assumono mansioni e responsabilità che erano sempre state prerogativa degli uomini, accresce la loro consapevolezza e la loro partecipazione alla politica: infatti nell’immediato dopoguerra si comincia a porre la questione del voto alle donne. Ma per poco: sopravviene il regime fascista, che considera il Parlamento solo “un’aula grigia e sorda”, non ammette alcuna possibilità di esprimere giudizi politici liberi, toglie il voto anche agli uomini, e li obbliga – se volevano guadagnarsi il pane – ad aderire al partito fascista.

La maturazione politica delle donne italiane si afferma infine definitivamente con la Resistenza e nelle vicende, spesso tragiche e sanguinose, della lotta di Liberazione: è quello il momento in cui esse – anche le più umili – prendono coscienza del proprio peso politico, del proprio diritto-dovere di partecipazione, della necessità di non subire più la politica, ma di farla in prima persona. Un percorso che si può riassumere in alcuni numeri.

Durante la Resistenza, circa 35.000 donne militano nei gruppi combattenti, 512 sono comandanti o commissarie di guerra, 683 cadono in combattimento, 2.890 sono arrestate, torturate, condannate di tribunali fascisti, 1.750 vengono ferite, 2.890 sono deportate nei lager nazisti, e si calcola che circa 70.000 partecipino alle attività dei gruppi di difesa femminili. Ma sono innumerevoli le donne – operaie delle fabbriche o mondine – che nella scia della loro tradizione di classe si impegnano nella lotta antifascista. E ancora di più sono le impiegate, le professioniste, le intellettuali, che con slancio e dedizione formano un movimento di massa e rappresentano un salto di qualità nella partecipazione femminile alla cosa pubblica.

Va messo inoltre in rilievo anche il ruolo svolto dalle semplici casalinghe: esse sono protagoniste anzitutto di un’enorme operazione di “maternage”, quando soccorrono, sfamano e rivestono tutto un esercito disfatto e sbandato; dopo l’8 settembre 1943, ogni soldato tornando verso la propria casa trova ospitalità, cibo e abiti civili nelle umili case contadine dove certo non dominava l’abbondanza; ma le donne contadine identificavano quei fuggiaschi con i propri figli dispersi sui vari fronti europei, fino alla lontana Russia, e agirono nei loro confronti con spontanea umanità. Quando poi la Repubblica di Salò e l’occupante tedesco esigono che i giovani si presentino per il servizio militare o del lavoro, ogni ragazzo trova una donna di famiglia che lo nasconde, lo nutre, lo tiene informato. L’aiuto prestato al figlio o al fratello si estende poi naturalmente al gruppo di ribelli cui egli si unisce; il gruppo partigiano diventa quasi una famiglia allargata cui si continua a fornire alimenti, abbigliamento, informazioni.

Ma l’impegno resistenziale delle donne non deriva solo dalla loro tradizionale dimensione privata, dal lavoro di cura familiare e dai principi altrettanto tradizionali di ospitalità e solidarismo: alle donne si presentano ben chiari i motivi dell’antifascismo perché anche loro avevano subito patenti ingiustizie, soprattutto le operaie. Erano una massa importante e numerosa nelle fabbriche tessili dell’Alta Italia, ma anche nelle grandi fabbriche di Milano e Torino, dove sostituivano gli uomini richiamati al fronte; le donne partecipano in massa agli scioperi del marzo 1944 (a Milano sono le operaie della Borletti che vi danno inizio), quando lo sciopero era considerato reato penale. Gli occupanti non esitano a deportare migliaia di operai, fra cui molte donne che finiscono nei campi di concentramento.

Nel contesto di precoce libertà della Repubbliche partigiane, le donne ottengono i primi riconoscimenti: nella zona libera della Carnia hanno diritto di voto, purché siano capifamiglia; il che non era difficile in quei momenti in cui gli uomini erano dispersi in armi, come soldati o come partigiani, e nelle case erano rimaste le donne con vecchi e bambini. Nella Repubblica dell’Ossola poi per la prima volta nella storia d’Italia una donna entra a far parte del governo: è Gisella Floreanini, che diventa ministra per l’assistenza e salva dalla fame e dalla morte centinaia di bambini, organizzandone il trasferimento in Svizzera.

Nota Arrigo Boldrini: “Il censimento minuto ed esatto della somma di contributi femminili alla Resistenza è impossibile proprio per il suo carattere di massa: nel corso di quei due anni vi fu la contadina che compiva chilometri a piedi, in mezzo ai blocchi nazifascisti, per recare i viveri a un gruppo di partigiani; vi fu la casalinga che preparava indumenti da avviare alle bande in montagna; vi fu l’operaia che nascondeva un pezzo della macchina affidatale in fabbrica affinché i tedeschi non avessero interesse a portarla via o la produzione per loro conto venisse interrotta. Moltissime di queste donne non chiesero mai riconoscimenti e le cronache e la storia ne ignorano perfino il nome. Cosicché la pur elevata cifra di circa 35.000 donne insignite del titolo di partigiane combattenti non rappresenta che il contingente di punta di un più grandioso esercito di collaboratrici e sostenitrici della lotta”.

Le esperienze dolorose e drammatiche della guerra e della Resistenza portano finalmente le donne italiane sulla via della concreta parità giuridica con l’uomo. Il decreto legislativo luogotenenziale del 1 febbraio 1945 – a guerra ancora in corso – scaturito dall’accordo fra De Gasperi e Togliatti, estende alle donne il suffragio universale, alle stesse condizioni con cui il diritto di voto era riconosciuto ai cittadini di sesso maschile. (Ne vengono escluse le prostitute inquadrate nelle “case chiuse”). Le donne hanno occasione di esercitare per la prima volta tale diritto il 2 di giugno del 1946, quando si vota per il referendum istituzionale e per la formazione dell’Assemblea Costituente. Il corpo elettorale è costituito da 13.354.601 uomini e 14.610.845 donne. Nessuno sa se le donne si varranno in buon numero del loro nuovo diritto, ma esse dimostrano subito il loro pieno gradimento. Gli uomini votanti sono 11.949.056, cioè l’89,0% degli elettori iscritti, le donne sono 12.998.131, cioè l’89,2 delle iscritte: sono loro le madri della Repubblica. Solamente 21 sono però le donne elette alla Costituente: Teresa Mattei ne è la Segretaria di Presidenza.

Di quella data fatidica oggi celebriamo il 70° anniversario. Molte altre conquiste, sia sul piano legislativo che su quello – più difficile – del costume, le donne realizzeranno nei decenni successivi. Soprattutto il miracolo economico e il pieno impiego degli anni 50-60 aiuteranno le donne a prendere coscienza della propria dignità e del proprio valore, a impegnarsi nel mondo del lavoro, degli studi, della politica militante. Oggi la crisi economica e la vittoria schiacciante del pensiero unico liberista, che vuole annullare lo stato sociale e mina profondamente il principio cardine dell’uguaglianza, pretendono di fare tornare indietro le lancette della storia e tendono a schiacciare di nuovo le donne in una posizione subordinata ed emarginata. Difendere la Costituzione, nata dal momento esaltante della Resistenza, significa difendere anche il nostro essere libere donne in una libera società.

Una grande notizia per le donne cilene

E’ di questi giorni la notizia dell’approvazione da parte della Camera dei deputati cilena di un disegno di legge che depenalizza l’aborto. A 27 anni dalla legge fortemente punitiva dell’interruzione di gravidanza voluta da Pinochet, si tratta di una prima importante vittoria delle donne cilene. Su tale evento pubblichiamo un commento della compagna Ada Donno e il video dell’intervento alla Camera della deputata comunista. (M. F.)
Il disegno di legge che depenalizza parzialmente l’aborto è stato approvato per ora dalla Camera dei deputati cilena. Non si tratta di una depenalizzazione totale, ma della possibilità di interrompere la gravidanza legalmente e in sicurezza in alcuni casi codificati. Secondo la nuova legge, nei seguenti casi: se le donne sono vittime di stupri, se la gravidanza le mette  in pericolo di vita, o in caso di grave malformazione del feto. Prima che il ddl diventi legge, deve passare anche al Senato, ma già con il voto della Camera è stato fatto un significativo passo avanti nella tutela dei diritti umani delle donne cilene. Il Cile è uno dei pochi paesi dell’America Latina in cui l’aborto è considerato reato senza alcuna eccezione. Al momento, chiunque provochi un aborto, sia la donna in stato di gravidanza, o il medico, o chiunque altro, va incontro a una pena fino a cinque anni di carcere. Centosessantasei donne sono state processate in Cile per crimini connessi al reato di aborto tra il 2010 e il 2013.
La penalizzazione dell’aborto ha avuto conseguenze devastanti per la salute delle donne cilene: secondo cifre ufficiali fornite dallo stesso governo, più di metà delle 54 donne morte nel 2012 per complicazioni nella gravidanza sarebbero sopravvissute se avessero potuto ricorrere all’aborto legale. Tra il 2001 e il 2012, più di 390mila donne e ragazze sono finite in ospedale a causa di complicazioni legate a pratiche abortive. La nuova legge – se non debellerà del tutto questa piaga – ridurrà il ricorso all’aborto clandestino e molte donne e ragazze eviteranno di mettere a rischio la propria vita.
La legislazione cilena ferocemente restrittiva era da anni sotto pressione, sia dei movimenti delle donne, sia degli organismi internazionali sui diritti umani. Come possiamo immaginare – ricordiamo tutte ciò che accadde in Italia intorno al 1980 in una situazione che ha molte similitudini con quella cilena di oggi – il percorso legislativo del ddl  è stato accompagnato da una furiosa polemica antiabortista da parte delle forze sociali più retrive. Ora la parola è al Senato. Ma già quella di ieri è una grande notizia per le donne cilene.

La Rivoluzione è Donna / La Revolución Es Mujer

La Rivoluzione è Donna / La Revolución Es Mujer

In occasione della Giornata Internazionale della donna Maria Elena Uzzo, Ministra Consejero della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia, è intervenuta sul riconoscimento e sul ruolo delle donne nella Rivoluzione bolivariana in corso in Venezuela. (M. F.)

La Revolución Es Mujer / La Rivoluzione è Donna

Acto en Conmemoración del Dia Internacional de la Mujer

Intervención de la Ministra Consejero de la República Bolivariana de Venezuela en Italia Maria Elena Uzzo

13 marzo 2016.

Il Comandante Eterno, nelle “Lineas de Chavez” pubblicate l’8 marzo 2009, sette anni fa, e’ stato incisivo nell’affermare: “Senza la vera liberazione della donna, sarebbe impossibile la liberazione piena dei popoli”, dopo che già aveva espresso la piena convinzione che “un autentico socialista deve essere un’autentico femminista”.

Vi porto il saluto del compagno Nicolas Maduro, primo presidente chavista della nostra storia, della Ministra del Potere Popolare per gli Affari Esteri, compagna Delcy Rodriguez, del compagno Isaias Rodriguez, nostro ambasciatore in Italia e della moltitudine di uomini e donne venezuelane che, grazie alla rivoluzione bolivariana, sono diventati figure chiave del processo di cambiamento iniziato da Chavez.

Sono qui per esprimere, in questo iniziativa in omaggio alla donna, che, anche se sono molto orgogliosa del mio genere, di essere donna, questo sentimento si moltiplica di fronte a voi per dirvi che sono orgogliossissima di essere una donna chavista. Come non esserlo di fronte a un uomo che ha avuto il coraggio di affermare che:

“L’amore che alberga nel cuore di una donna è forza sublime per salvare la causa dell’umanità. Voi siete l’avanguardia della battaglia! Rendo omaggio alle donne del mondo e alle donne della mia patria. Avanti! Viva le donne!”.

Perché nella vita e nell’opera del Comandante eterno teoria e prassi andavano mano nella mano e oltre la retorica, il femminismo di Hugo Chavez si è espresso in fatti concreti che il tempo previsto per il mio intervento non permetterà di raccontare con i dettagli che merita.

Tutte le iniziative governative nella rivoluzione bolivariana si sono rafforzate nell’uguaglianza di genere a partire dallo stesso discorso, da quando il Comandante cominciò a parlare di tutte e tutti, dando alla donna venezuelana il posto che le spettava negli spazi pubblici della nazione.

E’ sempre stato questo il desiderio e l’agire di Hugo Chavez, che oggi rimane nell’eterna eredità lasciata al presidente Nicolas Maduro.

Gli aspetti principali dell’opera femminista nella gestione rivoluzionaria bolivariana, in grande sintesi sono:

  • Creazione e consolidamento del Ministero del Potere Popolare per la Donna e l’uguaglianza di genere, dando istituzionalizzazione al progresso della donna e alle sue lotte e aspirazioni per l’uguaglianza e la parità di genere.
  • Creazione e consolidamento dell’Istituto Nazionale della Donna, per riconoscere il suo ruolo di motore e fulcro delle trasformazioni sociali; sostegno del processo di legittimazione delle idee femministe nella lotta contro il patriarcato e promozione della legge per contrastare la violenza contro le donne.
  • Creazione e consolidamento del Banco della Donna, per dare sostegno economico alle donne più povere, cancellando così il volto femminile della miseria. In questo senso, i microcrediti Banmujer hanno dato sostegno alle donne imprenditrici in tutto il territorio nazionale.
  • Estensione della partecipazione femminile in tutti gli ambiti della vita del paese:

–          Ampliando le opportunità di formazione con le Missioni educative e le nuove università (bolivariana, delle arti, della sicurezza, militare, ecc), si è incrementata così la partecipazione delle donne nel sistema educativo venezuelano.

–          In un momento cruciale per la donna, all’interno della rivoluzione bolivariana, 4 poteri su un totale di 5 che formano la struttura governativa venezuelana sono stati in mani femminili.

–          La partecipazione della donna venezuelana agli incarichi pubblici è cresciuta come mai prima si era visto in nessuna gestione presidenziale prima della rivoluzione.

–          Nell’ambito elettorale, le liste del governo bolivariano sono arrivate ad avere la stessa partecipazione di uomini e donne, segnando la fine sacrosanta della disuguaglianza che caratterizza la società maschilista mondiale.

–          Il sostegno solidale alle madri che allevano da sole i propri figli liberando una generazione dalla povertà, grazie alla missione “Madres del Barrio”.

–          Il riconoscimento al valore del lavoro della donna casalinga garantisce la sicurezza sociale delle nostre madri e nonne, così come stabilito nella nostra Costituzione bolivariana.

Eh si! Confermo la mia soddisfazione e il mio orgoglio di essere chavista, cioè combattente, socialista, coraggiosa, solidale , bolivariana, ma allo stesso tempo donna sensibile e creativa.

Per questo motivo non ci sarà guerra economica, mediatica, psicologica, politica o militare che ci trattenga.

La “Rivoluzione” è Donna!

La Rivoluzione bolivariana continuerà ad avanzare!

Continueremo a resistere, senza dare riposo alle nostre braccia, per tutto il tempo che sarà necessario, come hanno fatto le coraggiose venezuelane vittime de las Guarimbas organizzate dalla destra fascista venezuelana, o come ha fatto, fino a dare la vita per questo nobile obbiettivo, l’infaticabile leader indigena dell’Honduras Berta Caceres, alla quale dedico la mia partecipazione e l’applauso di tutte e tutti voi. Grazie mille.

Traducción del español de Patricia Vargas

La Revolución Es Mujer / La Rivoluzione è Donna

Acto en Conmemoración del Dia Internacional de la Mujer

Intervención de la Ministra Consejero de la República Bolivariana de Venezuela en Italia Maria Elena Uzzo

13 marzo 2016.

El Comandante Eterno, en “Las Líneas de Chávez” publicadas el 8 de marzo de 2009, es decir hace siete años,  fue contundente al expresar que “sin la verdadera liberación de la mujer, sería imposible la liberación plena de los pueblos” ya que tenía la plena convicción de que “un auténtico socialista debe ser también un auténtico feminista”.

Y estoy aquí, trayendo el saludo del compañero Nicolás Maduro, primer presidente chavista de nuestra historia, de la Ministra del Poder Popular para Relaciones Exteriores, compañera Delcy Rodríguez, del compañero Isaías Rodríguez, nuestro embajador en Italia y de la multitud de hombres y mujeres venezolanas que, gracias a la Revolución Bolivariana, se convirtieron en primeras figuras del proceso de cambio iniciado por Chávez.

Y estoy aquí para expresar en este acto en homenaje a la mujer que si bien estoy orgullosa de mi género, de ser mujer, este sentimiento se multiplica ante ustedes para decirles que estoy orgullosísima de ser mujer chavista. Como no serlo ante un hombre que tuvo el coraje de afirmar que

 “el amor que alberga el corazón de una Mujer es fuerza sublime para salvar la Causa Humana. ¿Son ustedes la vanguardia de la Batalla! Rindo tributo a las mujeres del mundo y a las mujeres de mi Patria. ¡Adelante! ¡Vivan las Mujeres!”

Porque en la vida y obra del Comandante Eterno, teoría y praxis andaban de la mano y más allá de la retórica, el feminismo de Hugo Chávez se expresó en hechos concretos que el tiempo previsto para mi intervención no permitirá  desglosar con los detalles que se merece.

La totalidad de las iniciativas gubernamentales en la Revolución Bolivariana, se fortaleció en la igualdad de género desde el discurso mismo, cuando el Comandante comenzó a hablar de todas y todos, dándole a la mujer venezolana el lugar que le correspondía en los espacios públicos de la nación.

Fue siempre este el deseo y el accionar de Hugo Chávez, que hoy se mantiene en el legado imperecedero que dejó en el presidente Nicolás Maduro.

Los aspectos principales de la obra feminista de la gestión revolucionaria bolivariana, en una apretada síntesis, son:

-Creación y consolidación del Ministerio del Poder Popular para la Mujer y la Igualdad de Género, dándole institucionalidad al avance de la mujer y a sus luchas y aspiraciones por la igualdad y la equidad de género

-Creación y consolidación del Instituto Nacional de la Mujer, para reconocer su rol de motor y eje de las transformaciones sociales; apoyar el proceso de legitimación de las ideas feministas en su lucha contra el patriarcado e impulsar la ley para salir del yugo de la violencia contra las mujeres.

-Creación y consolidación del Banco de la Mujer, para dar apoyo económico a las mujeres más pobres, borrando así el rostro femenino de la miseria. En ese sentido, losMicrocréditos Banmujer respaldaron a las mujeres emprendedoras en todo el territorio nacional.

-Profundización de la participación femenina en todas las esferas de la vida del país:

*Al ampliar las oportunidades de formación con las misiones educativas y las nuevas universidades (la Bolivariana, la de las Artes, la de la Seguridad, la Militar, etc) se incrementó la participación de mujeres en el Sistema Educativo Venezolano.

*En un momento estelar para la mujer, dentro de la Revolución Bolivariana, cuatro poderes, de un total de cinco que conforman la estructura política venezolana, estaban en manos femeninas.

*La participación de la mujer venezolana en los cargos públicos creció como nunca antes se había visto en ninguna gestión presidencial anterior a la Revolución.

*En la esfera electoral, las listas del gobiernos bolivariano llegaron a tener igual participación de hombres y mujeres, dando al traste con la tradicional y sacrosanta inequidad que caracteriza a la sociedad machista mundial.

*El apoyo solidario a las madres que crían solas a sus hijas e hijos, librando a una generación de la pobreza, a través de la Misión “Madres del Barrio”.

-El reconocimiento al valor del trabajo del hogar garantizando la seguridad social de nuestras madres y abuelas, tal como reza en nuestra Constitución Bolivariana.

Y si… ratifico mi satisfacción y mi orgullo de ser chavista, es decir, luchadora, socialista, valiente, solidaria, bolivariana…, al mismo tiempo que femenina, sensible y creativa…

Por esta razón no habrá guerra económica, mediática, sicológica, política o militar que nos detenga…

La “Revolución” es mujer…

La Revolución Bolivariana continuará avanzando…

Seguiremos resistiendo, sin dar reposo a nuestros brazos, el tiempo que se necesario… como lo hicieron las corajudas venezolanas víctimas de las guarimbas organizadas por la derecha fascista venezolana o como lo hizo, hasta dar la vida en este noble objetivo, la incansable líder indígena hondureña Berta Cáceres a quien dedico mi participación y el aplauso de todas y todos ustedes…