CONDANNIAMO IL VILE ATTENTATO AL PRESIDENTE DEL VENEZUELA BOLIVARIANO MADURO

Ci associamo con tutto il cuore e la volontà d’azione alle parole della compagna Lorena Pena Mendoza, Presidente della Widf-Fdim, di condanna dell’attentato contro il presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela Maduro. Le forze reazionarie venezuelane, sostenute dalla Colombia e dagli Stati Uniti, sconfitte ripetutamente sul piano politico, dopo aver favorito lo strangolamento economico del paese, sostenendo l’embargo, tornano a servirsi del terrorismo e della violenza per raggiungere i loro scopi. L’attacco al palco del presidente Maduro condotto con droni è un vero e proprio atto di guerra, nel quale si mescolano la consueta vigliaccheria delle forze fasciste e le tecnologie più avanzate messe a disposizione dai loro alleati e foraggiatori.

Di fronte a questa guerra, che coinvolge anche gli strumenti di informazione o disinformazione di massa in tutto l’Occidente, la risposta e la mobilitazione sollecitate dalla compagna Pena Mendoza dovranno essere il più possibile forti ed estese. 

 

LA FDIM CONDANNA IL VILE ATTENTATO AL PRESIDENTE DEL VENEZUELA NICOLAS MADURO

L’estrema destra venezuelana, di fronte al fallimento dei reiterati tentativi di abbattere la Rivoluzione Bolivariana, di fronte alla propria incapacità di partecipare democraticamente e pacificamente alla costruzione di una società più giusta e più democratica, spinta dalla propria ambizione economica e politica e da profondo odio verso il popolo e coloro che promuovono la giustizia sociale e la pace, hanno perpetrato oggi un attentato contro il presidente del Venezuela Nicolas Maduro.
La FDIM (Federación Democrática Internacional de Mujeres) denuncia e condanna coloro che oggi hanno tentato di assassinare il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela ed esprime solidarietà al popolo venezuelano, agli ufficiali rimasti feriti nel brutale attacco e al Compagno Presidente Nicolas Maduro Moros.
Inviamo il nostro saluto alle organizzazioni venezuelane affiliate alla FDIM/ WIDF e le esortiamo a continuare la lotta per costruire un Venezuela Unito, solidale, indipendente e pacifico.
Stiamo e resteremo con voi, oggi e sempre.

LORENA PENA MENDOZA
Presidente della Widf-Fdim
El Salvador, 4 agosto 2018
(traduzione a cura dell’AWMR)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1917-2017. CENT’ANNI DI RIVOLUZIONE DELLE DONNE

La rivoluzione bolscevica ha sradicato più pregiudizi sulla donna che non le montagne di scritti sull’uguaglianza femminile”, dichiarò Lenin con giustificata soddisfazione nel 1920, nel suo celebre colloquio con Clara Zetkin.

Le donne occupano posti di direzione nei Soviet, negli Esecutivi, nei Ministeri e negli uffici pubblici di ogni tipo – aggiunse il leader della Rivoluzione d’Ottobre – e ciò costituisce un grande valore per noi. E’ importante per le donne di tutto il mondo, poiché evidenzia la capacità delle donne, il grande valore del lavoro che svolgono nella società”.

E’ innegabile, in effetti, che la rivoluzione russa del 1917 porti impresso in sé, fin dai suoi esordi, il segno del protagonismo femminile.

L’8 marzo del 1917 (corrispondente al 23 febbraio del calendario russo) le lavoratrici tessili di Pietrogrado entrarono in sciopero e scesero nelle strade per gridare la loro protesta contro la guerra e contro l’autocrazia zarista che privavano del pane i loro figli. Marciarono attraverso i quartieri popolari della città chiedendo alla popolazione di uscire dalle case e unirsi a loro. Il loro grido fu ascoltato da migliaia di pietrogradesi e, giorno dopo giorno, altre donne e uomini si unirono alla protesta. La stessa gendarmeria inviata a disperdere la folla si ammutinò e finì per schierarsi con la popolazione. Lo zar fu costretto ad abdicare e fu la rivoluzione.

Nell’estate di quello stesso anno, i bolscevichi chiesero al governo provvisorio di Kerenskij l’uscita incondizionata dalla guerra e lanciarono la parola d’ordine: “Tutto il potere ai soviet!”, cioè i consigli del popolo. In ottobre, il Palazzo d’Inverno fu preso d’assalto e occupato dal proletariato insorto. 

Ora sappiamo anche che fu quel primo evento – la scintilla accesa dalle lavoratrici di Pietrogrado che aveva fatto divampare la fiamma della rivoluzione in tutto l’impero zarista – ad ispirare l’idea, alcuni anni più tardi, di scegliere l’8 marzo come giornata internazionale delle donne.

Un’immensa energia femminile rinnovatrice – secondo le parole di Aleksandra Kollontaj, che fu fra le protagoniste della Rivoluzione d’Ottobre – si sprigionò dalla “tempesta rivoluzionaria” ed essa si distinse proprio per il ruolo dirigente che molte donne vi ebbero. Un ruolo che si era consolidato attraverso alcuni passaggi essenziali che occorre ricordare.

Fin dal 1912 le militanti bolsceviche, vincendo la repressione zarista con gli escamotages più fantasiosi, destreggiandosi fra l’esilio e la clandestinità in patria, riuscirono a pubblicare il foglio di agitazione “Rabotnitsa” (Operaia), il primo giornale pensato e pubblicato per le donne operaie in Russia, che diffondeva le idee rivoluzionarie sulle tematiche del lavoro e le specifiche problematiche femminili. Nel comitato editoriale del giornale troviamo i nomi di quelle che sarebbero state ricordate come protagoniste della rivoluzione del 1917: Nadezhda Krupskaja, Anna Elizarova, Inessa Armand, Ljudmila Stal’, Alexandra Kollontaj, Konkordiya Samoilova, Klavdia Nikolajeva.

Nel 1914 queste stesse donne lanciarono l’iniziativa di una Conferenza internazionale di donne contro la guerra a Berna e poi promossero la prima conferenza delle lavoratrici russe a Pietrogrado.

Le donne bolsceviche – a differenza del movimento femminista borghese che pure era già attivo nella Russia zarista – erano convinte che il tema dell’oppressione di genere andasse legato a quello dell’oppressione di classe e al contesto politico, sociale ed economico che lo determinava. Finché le donne restavano escluse dalla sfera pubblica della produzione e relegate nella sfera domestica della riproduzione, il modello familiare borghese sarebbe rimasto il nucleo in cui si consumava l’oppressione “privata”delle donne. Accedere al mondo del lavoro e all’autonomia economica era condizione preliminare perché le donne conquistassero il necessario spazio politico per sé. Ma era il superamento dello sfruttamento capitalistico, che costringeva le lavoratrici alla doppia schiavitù del lavoro in fabbrica e in casa, la condizione necessaria per liberare effettivamente tutte le donne dall’oppressione del patriarcato. Perciò l’obiettivo della liberazione delle lavoratrici era indissolubilmente legato alla rivoluzione socialista e solo radicandosi nel proletariato femminile, il movimento di liberazione delle donne avrebbe acquistato quella forza prorompente necessaria a trasformare l’intera società.

Furono migliaia le giovani donne che aderirono al movimento rivoluzionario russo, ma inevitabilmente fra di esse ci furono quelle che, dispiegando al massimo il loro coraggio, l’intelligenza, lo spirito di sacrificio e dedizione, assunsero posti di maggiore responsabilità e rilievo nell’avvio della costruzione del nuovo stato sovietico.

Alessandra Kollontaj (1872-1952), fu subito tra i massimi dirigenti del partito bolscevico ed entrò nel nuovo governo dei Soviet come commissaria per i servizi sociali, prima donna ministro nella storia. In seguito e per molti anni fu ambasciatrice – seconda donna nella storia della diplomazia – dell’Unione Sovietica. Scrisse numerosi saggi, articoli, libri in cui trattò i problemi della donna, della maternità, della sessualità. Brillante e tenace, svolse una preziosa opera diplomatica durante la seconda guerra mondiale. Morì 80enne a Mosca nel 1952.

Nakzhezda Krupskaja, moglie di Lenin, che aveva sposato al tempo in cui ambedue furono deportati in Siberia, gli fu a fianco fino alla sua morte (21 gennaio 1924), ma ebbe un suo personale e cruciale ruolo in campo educativo e nella diffusione di scuole e biblioteche nel nuovo stato sovietico. Lavorò nel Ministero per l’istruzione e scrisse saggi di pedagogia di grande valore (oltre al più famoso libro autobiografico “La mia vita con Lenin”). Morì a Mosca nel 1939.

Inessa Armand (1880 – 1920), bolscevica di origini francesi, compì i suoi studi in Russia e divenne agitatrice politica fin dalla giovinezza e dirigente bolscevica di riconosciuta intelligenza, per quanto nel corso di questi cento anni la pubblicistica borghese si sia occupata di lei molto più a proposito della sua relazione con Lenin, che non delle sue indubbie qualità di donna rivoluzionaria. Fu ispiratrice e seguì particolarmente le attività del mitico «Zhenotdel», il «dipartimento donne» del partito, che promosse con grande efficacia la parità dei diritti, organizzando corsi di alfabetizzazione fra le donne nelle neonate repubbliche sovietiche e contribuendo a fare delle sottomesse mogli dei contadini delle lavoratrici emancipate. Purtroppo Inessa nel 1920 contrasse il tifo petecchiale e morì poco più che quarantenne, lasciando un grande vuoto nelle file della rivoluzione bolscevica.

Anna Ul’janova Elizarova (sorella maggiore di Lenin), fu ispiratrice e redattrice del giornale per le lavoratrici “Rabonitsa”, che abbiamo già visto, e fu poi a capo del dipartimento per la protezione dei minori nel ministero dell’istruzione del nuovo stato sovietico.

Larissa Rajsner (1897-1928) scrittrice, dirigente e commissaria politica dell’Armata Rossa durante la guerra civile che seguì alla rivoluzione d’ottobre, fu corrispondente speciale dall’estero del giornale “Izvestiya” dal 1924 al 1925. Morì a Mosca di febbre tifoide ad appena trent’anni.

Nel ministero dell’educazione lavorarono con ruoli dirigenti, negli anni ’20, anche Vera Menzhinskaja (che in seguito diresse l’Istituto di lingue estere di Mosca) e Mariya Andreeva, attrice, coordinatrice dei teatri municipali di Pietrogrado, capo della sezione artistica del Narkompros (commissariato del popolo per l’istruzione) e infine direttrice della Casa degli studiosi di Mosca.

E ancora: Klavdia Nikolayeva, animatrice del giornale “Kommunistka” per le donne lavoratrici e Ljudmila Stal’, bolscevica della prima ora, che aveva partecipato alla fondazione della rivista Iskrà (Scintilla) a Parigi nel 1899. Durante la guerra civile scatenata dalle armate bianche nel 1918, Ljudmila curò le pubblicazioni destinate ai combattenti dell’Armata Rossa. Solo per nominarne alcune.

La presenza di queste donne ai vertici della rivoluzione permise loro di partecipare alla stesura delle leggi che introdussero l’uguaglianza civile e sociale delle donne nella repubblica federativa sovietica. Fu esteso innanzi tutto l’elettorato attivo e passivo alle donne, per consentire loro la piena partecipazione ai processi politici. Poi fu introdotto il nuovo Codice della Famiglia, ratificato dal governo dei soviet nel 1918, che parificò lo status civile fra donne e uomini; fu introdotto il matrimonio civile stabilendo l’uguaglianza fra i coniugi (tra l’altro, si riconosceva a ciascuno dei due coniugi la libertà di assumere il cognome dell’altro o dell’altra); fu eliminata la distinzione fra figli legittimi e illegittimi, che era causa di feroce discriminazione; fu riconosciuta la convivenza al di fuori del matrimonio e furono facilitate decisamente le pratiche di divorzio. Fu legalizzato l’aborto, riconoscendo alle donne il diritto di decidere. Furono introdotte misure per sottrarre le donne alla prostituzione, fu depenalizzata l’omosessualità.

Agli inizi del 1918 fu istituito il Dipartimento per la protezione della maternità e dell’infanzia, per provvedere all’applicazione della nuova legislazione in materia di maternità, che tutelava le lavoratrici madri e prevedeva l’aspettativa di 16 settimane prima e dopo il parto, l’esenzione da lavori pesanti, il divieto di trasferimento e licenziamento per le madri in attesa, la proibizione del lavoro notturno per le donne, l’istituzione di cliniche e ambulatori per la maternità, consultori, asili per l’infanzia.

Vennero introdotte anche forme di socializzazione dei lavori domestici e servizi pubblici per supportare le famiglie operaie e divenne legge il principio di “uguale salario per uguale lavoro”.

Nell’autunno del 1919 fu creato, come già accennato, uno specifico dipartimento del comitato centrale del partito bolscevico per le attività autonome delle donne, il Žhenotdel, che istituì corsi di educazione politica e alfabetizzazione per le donne della classe operaia e per le contadine. Il Zhenotdel aveva una sua propria pubblicazione mensile, “Kommunitska”, rivolta a tutte le donne, non solo le comuniste, e promosse la diffusione di testate giornalistiche femminili nelle repubbliche sovietiche (nel 1927 se ne contavano 18) e l’organizzazione di riunioni di formazione politica che coinvolsero milioni di donne.

Quando le “armate bianche” della reazione scatenarono la guerra civile, così come in migliaia avevano aderito al movimento rivoluzionario, spontaneamente le donne si arruolarono in gran numero anche nell’Armata Rossa: si stima che nel 1920 ne facessero parte tra le 50mila e le 70mila.

Le donne bolsceviche furono straordinarie anticipatrici di concezioni che solo nei decenni più recenti i movimenti femministi hanno potuto riproporre, come l’importanza di superare la frattura prodotta dalla cultura e dall’organizzazione sociale patriarcale fra lavoro produttivo e riproduttivo, fra pubblico e privato, che è all’origine della doppia morale sessuale e sottomette le donne a rapporti familiari schiavizzanti. Esse affermarono il valore sociale della maternità e l’importanza, nella definizione dell’oppressione femminile, del “privato” che diventa “politico” nel momento in cui tutte le donne vi si riconoscono. Tali concezioni, alla base del nuovo Codice della Famiglia promulgato dal governo dei soviet nel 1918, fanno di esso uno strumento legislativo tuttora insuperato – per spirito innovatore – in gran parte dei paesi del mondo.

Con grande passione e senza risparmio di sé, le bolsceviche si dedicarono al lavoro politico di educazione delle donne negli angoli più remoti delle repubbliche sovietiche europee ed asiatiche, promuovendo l’istruzione delle donne musulmane, più oppresse dal patriarcato tradizionale, affinché diventassero a loro volta agenti del cambiamento sociale e portatrici dei valori socialisti.

Tutto ciò non avvenne senza incontrare forti resistenze nelle tradizionali società pre-capitaliste dov’erano più radicate le strutture patriarcali. Non fu pacifica l’accettazione delle riforme da parte della popolazione contadina che doveva superare i pregiudizi del passato, nelle zone più periferiche rispetto ai centri urbani focolai della rivoluzione. Non fu facile il lavoro del Zhenotdel particolarmente nelle regioni orientali, dove le donne talvolta pagavano un alto prezzo al loro desiderio di liberazione e dove le riforme furono osteggiate dalle reazioni spesso violente di mariti e padri tradizionalisti. Da più parti giungeva notizia di ragazze picchiate e punite duramente solo per aver assistito alle riunioni dei circoli femminili. Solo in Uzbekistan nel 1928, il Zhenotdel denunciò 203 casi di donne uccise dai loro padri, mariti e fratelli.

Tutto ciò obbligava in molti casi a rallentare la marcia, in qualche caso a retrocedere. Di questo si è molto scritto e molto si scriverà ancora. Ma ogni cosa va inscritta, oltre che nelle difficoltà interne incontrate nell’inedita costruzione del nuovo stato sovietico, nelle complicazioni minacciose che si determinavano all’esterno. Sta di fatto che a partire dagli anni ’30 – mano a mano che si faceva più stringente l’assedio della reazione borghese internazionale e si avvicinava la stretta tremenda della seconda guerra mondiale, scatenata dall’alleanza tra nazifascismo europeo e militarismo giapponese – le politiche innovative subirono una controspinta conservatrice che portò all’arretramento rispetto ad alcune conquiste realizzate. Alcuni dei diritti civili garantiti dal Codice sovietico furono cancellati, l’enfasi ritornò sul modello di famiglia tradizionale, l’aborto e l’omosessualità tornarono ad essere penalizzati e per qualche decennio il divorzio divenne più difficile da ottenere. Anche il dipartimento Zhenotdel fu soppresso nel 1930, prima che gli obiettivi di parità e libertà femminile promessi dalla rivoluzione venissero effettivamente raggiunti.

Tuttavia il progresso delle donne sovietiche non poteva essere arrestato e la legislazione nata dalla rivoluzione d’Ottobre continuò per lungo tempo ad essere fonte d’ispirazione per le lotte delle donne nel mondo, soprattutto con riguardo ai diritti di parità nel lavoro e alla tutela delle lavoratrici madri. “Fare come in Russia” fu uno slogan molto presente nelle lotte proletarie e femminili – ancora nei decenni del dopoguerra – in molti paesi dove dominava lo sfruttamento capitalistico.

E ancora oggi possiamo dire, senza timore di smentite, che la rivoluzione d’ottobre del 1917 rappresentò una tappa storica fondamentale nel cammino di emancipazione non solo delle classi lavoratrici e dei popoli, ma anche delle donne. Non si può fare la storia del movimento femminile internazionale senza fare riferimento – se si vogliono comprendere gli sviluppi di esso fino ai giorni nostri – a quella straordinaria stagione rivoluzionaria e alla favolosa lotta delle donne bolsceviche.

Ada Donno

Nessuna “giustificazione” né supporto italiano all’aggressione Usa in Siria!

L’Awmr Italia si unisce alle associazioni e organizzazioni di donne che in Italia, nei Paesi Arabi, nel Mediterraneo e ovunque nel mondo sono a fianco della popolazione e delle donne siriane orribilmente colpite e devastate dalla guerra, e si oppongono ad una ulteriore escalation che può essere innescata dall’attacco proditorio degli Usa..

Il governo Trump continua la strategia di guerra degli Usa.

L’attacco missilistico alla Siria, accusata senza alcuna verifica dei fatti di aver usato le armi chimiche contro il suo stesso popolo, è uno scenario pretestuoso che abbiamo già visto tre anni fa nella stessa Siria, e prima ancora in Iraq, in Libia, in Kossovo, in Afghanistan. E come per il passato, i governi dell’Unione Europea sono stati pronti a “giustificare” l’impostura della “punizione necessaria”.

Ma al di là di ogni ipocrisia, il governo italiano non si limita a “giustificare” la guerra degli Usa
alla Siria: vi partecipa di fatto, fornendo uomini e strutture.

L’operazione “punitiva” ordinata da Trump contro la Siria è partita da navi da guerra della Sesta Flotta Usa di stanza a Napoli, col supporto della base aeronavale Usa in Sicilia. In Italia si trovano comandi e basi per le operazioni militari in Medio Oriente e Nord Africa, e pertanto il nostro paese è pienamente coinvolto nella strategia aggressiva Usa/Nato in quelle aree.

Da sei anni gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito, la Turchia, Israele ed i loro alleati nella regione – Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar – usano il conflitto in Siria, fomentandolo e strumentalizzandolo, finanziando ed armando gruppi “ribelli” contro il regime di Assad, con
l’obiettivo vero di smembrare il territorio siriano, colpire l’Iran e “ridisegnare il Medio Oriente”
in maniera conforme ai loro interessi imperialistici di accaparramento delle risorse idriche ed energetiche e di controllo delle rotte marittime nel Mediterraneo.

Quest’ultimo intervento militare Usa in Siria aggiunge distruzione a distruzione, allontana le
prospettive di soluzione negoziata del conflitto, accresce le sofferenze dei civili, in modo particolare delle donne e dei bambini, come accade in ogni guerra.

Nessuna potenza può attribuirsi il ruolo di gendarme internazionale; nessuno può decidere, al
di fuori della legalità internazionale, chi va punito e chi no; nessuno può usare a propria discrezione esclusiva la forza militare contro un altro paese sovrano.

Chiediamo alle donne italiane e al popolo italiano di opporsi a questa ennesima escalation bellicista; di fare ogni pressione possibile sul governo perché sostenga una soluzione politica e diplomatica sotto l’egida delle Nazioni Unite; riduca le spese militari; si dissoci dalla Nato e dalle sue politiche di guerra.

Ripudiamo la guerra, non vogliamo basi militari straniere né armi nucleari sul territorio italiano, vogliamo un’Italia neutrale e ponte di pace verso ogni area del mondo.

AWMR Italia -Associazione Donne della Regione Mediterranea 

@awmr.italia

“GLI USA NON SONO I GENDARMI DEL MONDO”

Pubblichiamo in questo momento terribile e davvero preoccupante per le sorti della pace mondiale la Dichiarazione dell’Ufficio arabo della FDIM/ WIDF a firma di Linda Matar, coordinatrice dell’Ufficio FDIM/ WIDF per i Paesi Arabi e Aida Nasrallah, presidente della Lega per i diritti delle donne libanesi, sui bombardamenti Usa sulla Siria che l’Associzione Donne della regione mediterranea sta diffondendo attraverso il suo blog. (M. F.)

 

Beirut, 7 aprile 2017

L’Ufficio regionale arabo della FDIM / WIDF – Federazione Democratica Internazionale delle Donne, sconvolto dal terribile uso di armi con sostanze tossiche nella guerra che si sta combattendo nella sorella Siria, condanna con forza l’intervento militare degli Stati Uniti e il bombardamento aereo effettuato contro il territorio siriano. Respinge anche la politica della cosiddetta “comunità internazionale” che finge di ignorare il ruolo di polizia internazionale attribuitosi dagli Stati Uniti che, sulla base di giudizi non provati, pretendono di  “educare e punire” gli altri paesi del mondo e i loro popoli, trasgredendone e violandone la sovranità.

L’Ufficio arabo regionale della FDIM / WIDF – Federazione Democratica Internazionale delle Donne esorta il mondo democratico che ha a cuore la difesa della dignità e dell’integrità delle persone, a prendere una posizione netta di denuncia e di condanna contro questo intervento. Si rivolge anche alla sorelle della FDIM/WIDF organizzazione sempre in prima linea nel mondo contro l’ingiustizia e l’aggressione, affinché facciano pervenire questa denuncia a tutte le organizzazioni democratiche e di massa in tutto il mondo, così come alle commissioni competenti delle Nazioni Unite.

L’ufficio regionale arabo della FDIM / WIDF – Federazione Democratica Internazionale delle Donne chiede a tutti i paesi che subiscono aggressioni e ingerenze straniere nei loro affari interni, in particolare da parte degli Stati Uniti, di agire a loro volta ed esigere la fine di tale prepotenza, aggressione ed egemonismo

Linda Matar, coordinatrice dell’Ufficio FDIM/ WIDF per i Paesi Arabi.

Aida Nasrallah, presidente della Lega per i diritti delle donne libanesi

 

 

Le comuniste partecipano al XVI congresso della FDIM

di Milena Fiore, redazione Donne in rosso
Dal 15 al 18 settembre 2016 a Bogotà si terrà il XVI congresso della Fdim/Widf (Federazione democratica internazionale delle donne) alla quale prenderà parte una delegazione organizzata dalla nostra compagna Ada Donno, componente del Comitato centrale del Partito comunista italiano e presidente dell’AWMR-Italia (sezione italiana Associazione Donne della regione mediterranea) affiliata alla Fdim.
Il congresso si svolge nel contesto della costruzione di un difficile processo di pace tra le Farc e il governo (con la mediazione anche di Cuba), che si spera consenta di superare le cause politiche, economiche e sociali alla base del pluridecennale conflitto sostenuto in Colombia. 
In tale quadro il congresso della FDIM “può contribuire a consolidare uno scenario nel quale le donne, come parte essenziale delle trasformazioni sociali, siano anche in grado di guidare questo cammino di ricostruzione del paese sulla base di una vera giustizia sociale”, dice la colombiana Julia Cabarcas, portavoce del comitato organizzatore del XVI congresso della FDIM. “Ciò che vogliamo noi donne in Colombia è rendere visibile la voce e la parola femminile in questo processo; dare visibilità ai valori di adesione all’opera civilizzatrice e quotidiana delle donne, alle nostre genealogie [?] e alla mediazione femminile partendo dai nostri corpi come territori di pace, di autonomia relazionale e libertà per propiziare i valori di scambio, dialogo e convivenza in opposizione alle guerre nel mondo”.

Il tema generale del XVI congresso della FDIM sarà: “Donne Unite per la pace e contro l’imperialismo”. Vi parteciperanno delegate delle associazioni affiliate alla FDIM/ WIDF dai cinque continenti, oltre che invitate di altre organizzazioni internazionali. L’organizzazione del congresso è a cura delle organizzazioni colombiane ospitanti ( Fdim Col) e dalla segreteria internazionale della FDIM .
Sono state elaborate dal Direttivo uscente della Federazione Democratica Internazionale delle Donne sei tesi da discutere nel congresso:

1. Guerre imperialiste, aggressioni e sfide alla pace. (Una sezione speciale di questa tesi è dedicata alla regione araba).
2. Crisi capitalistica e impatto sulle donne.
3. Impatto dei cambiamenti climatici e sicurezza alimentare.
4. Lotte delle donne per uguale salario per uguale lavoro, contro ogni tipo di violenza e per la parità di diritti
5. Donne e diversità etniche e culturali.
6. Le giuste lotte della FDIM.
Su richiesta dell’Organizzazione delle Donne Angolane (OMA) una settima tesi è stata proposta sul tema “Donne d’Africa: lotte, progressi e conquiste”.
Altre informazioni sul profilo facebook della FDIM/WIDF e sulla pagina web:  http://xvicongresofdim.jimdo.com/

Auguriamo alla compagna Ada e alle altre compagne e amiche che parteciperanno al Congresso i migliori risultati con l’impegno di raccogliere la loro esperienza anche per una nostra elaborazione collettiva fra le donne del Partito comunista italiano.

 

colombia donne per la pace

Roma 07giu2016: con la Rivoluzione Bolivariana

MinMujer - Galerías - 2016-05-24 20-53-08 - Movilización de Mujeres por la Paz rechazan  acciones violentas de la derecha golpista _3

foto di Reinaldo Sardinha

La battaglia è comune

La difesa del Venezuela bolivariano è la difesa anche dei nostri diritti!

Il Venezuela subisce in queste ore un tremendo attacco da parte delle oligarchie finanziarie per la destituzione di un governo democratico e sovrano. L’inizio dell’ultima offensiva destituente è datato 12 aprile, con un editoriale del Washington Post: “il Venezuela ha disperatamente bisogno di un intervento politico dei suoi vicini, che per questo dispongono di un meccanismo appropriato nella Carta Democratica Interamericana dell’Organizzazione degli Stati Americani, la OSA, un trattato che contempla l’azione collettiva quando un regime violi le norme costituzionali”. Il piano enunciato dal giornale del Pentagono è chiaro: ottenere un pretesto per un intervento armato che trasformi il Venezuela nella nuova Siria e l’America Latina in un nuovo Medio Oriente.
 
Da allora, guerra economica e mediatica contro il Venezuela si sono intensificati ogni giorno di più. I vari Uribe, Rajoy, Almagro si sono presto trasformati in marionette di questo disegno golpista. La vittoria che il Venezuela ha ottenuto nel Consiglio Permanente dell’Osa giovedì 2 giugno, impedendo l’applicazione della  cosiddetta “Carta democratica” – quindi il pretesto dell’intervento armato – e supportando il dialogo con l’opposizione iniziato dall’Unasur, è significativa ma va supportata a livello internazionale.
 
L’imperialismo predatorio di risorse naturali e diritti delle popolazioni cercherà, infatti, presto una nuova via per appropriarsi delle maggiori risorse petrolifere del mondo.
 
Oggi è il momento della mobilitazione.
 
Oggi tutti i democratici, quelli veri, devono stringersi attorno al Venezuela, paese sotto tremendo attacco di quelle oligarchie finanziarie internazionali che hanno imposto recentemente un golpe morbido al Brasile, annullando 50 milioni di voti e destituendo senza alcuna ragione un Presidente eletto. E quelle stesse oligarchie, per fare un altro esempio, che in Europa vogliono imporre il TTIP, la “Nato economica”.
 

Martedì 7 giugno 2016
dalle ore 17.30
Piazza Vidoni (Corso Vittorio Emanuele) – Roma

Partiti, movimenti e sindacati si mobilitano per sostenere la rivoluzione venezuelana.

Non ci saranno bandiere di appartenenza, ma sventoleranno solo quelle dei popoli.

Tutti coloro che aspirano ad un futuro di pace, sovranità, multilateralismo, autodeterminazione e libertà dei popoli sono invitati a partecipare.

Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria

Rilanciamo dal nostro blog la bella recensione di Anna Curcio alla nuova e ampliata edizione di Il grande Calibano di Silvia Federici pubblicata su il manifesto del 30 marzo 2016. Sebbene il libro parta dall’accumulazione originaria descritta da Marx intrecciandola con la caccia alle streghe e con le tecniche di controllo sul corpo delle donne che l’autrice ritiene altrettanto fondamentali nella formazione del capitalismo, esso presenta anche motivi di grande attualità dal momento che “l’accumulazione originaria è un processo che si ripete in ogni fase dello sviluppo capitalistico e dentro le sue crisi, il corpo e le attività legate alla riproduzione restano oggi, come agli albori del capitalismo, un campo di battaglia.” (M. F.)

30clt1-sotto-douglas-coupland

I colpevoli roghi della storia europea e le lotte delle donne

di Silvia Federici

SAGGI. «Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria» di Silvia Federici per Mimesis. Una lettura dell’accumulazione originaria di Marx, per riscoprirne centralità e tuttavia parzialità. E la narrazione politica della caccia alle streghe come «guerra di classe»

«Come le recinzioni espropriarono i contadini dalle terre comunali, così la caccia alle streghe espropriò le donne dal proprio corpo, liberato, a funzionare come una macchina per la produzione della forza-lavoro». Questa in sintesi l’ipotesi teorica che Silvia Federici propone in Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, edizione riveduta e aggiornata di Il grande Calibano – classico del femminismo marxista che Federici scrisse con Leopoldina Fortunati negli anni Ottanta – finalmente anche in traduzione italiana (Autonomedia 2014, ora Mimesis, pp. 234, euro 30,00). Ripensare lo sviluppo del capitalismo da un punto di vista femminista, considerando cioè l’accumulazione e riproduzione della forza-lavoro. Non solo dunque accumulazione di «lavoro morto» come beni espropriati con la recinzione delle terre o attraverso la razzia coloniale che Marx considera, seppur con peso tra loro differente, ma anche accumulazione di «lavoro vivo» sotto forma di esseri umani, resi disponibili allo sfruttamento dal controllo esercitato sul corpo delle donne.

Nell’assumere il proletariato industriale salariato quale protagonista dell’accumulazione originaria Marx ha perso di vista le profonde trasformazioni che il capitalismo ha introdotto nella riproduzione della forza-lavoro e nella posizione sociale delle donne. Intorno a questa ipotesi Federici intreccia la trama, spesso taciuta, delle lotte che hanno accompagnato la transizione al capitalismo. Così donne, contadini, piccoli artigiani e vagabondi, perlopiù cancellati dalla storia, assurgono in Calibano e la strega a veri protagonisti. Ripercorrendo la storia della caccia alle streghe nel Medioevo, il volume evidenzia i processi di criminalizzazione e degradazione sociale che colpirono le donne, il loro lavoro, i loro saperi e pratiche all’indomani della crisi demografica seguita alla Peste Nera europea. Allo stesso tempo, intreccia i destini delle streghe in Europa a quello dei sudditi coloniali nel Nuovo Mondo, insistendo sui processi di inferiorizzazione e sulla costruzione di gerarchie razziali che accompagnano l’espansione coloniale.
L’accumulazione capitalistica che Federici marxianamente indaga è soprattutto «di differenze», di ineguaglianze e gerarchie costruite sul terreno del genere e della razza; processi di segmentazione sociale costitutivi del dominio di classe. Per questo la femminista non ha dubbi: la caccia alle streghe è «guerra di classe portata avanti con altri mezzi».

Due secoli di «terrorismo di stato», tra il XVI e il XVII secolo, avrebbero dunque insegnato agli uomini a temere il potere delle donne, soprattutto il controllo esercitato sulla funzione riproduttiva. Mentre la donna «prodotta» come essere sui generis, «lussuriosa e incapace di governarsi» fu sottoposta al controllo maschile. Federici ribadisce così il carattere artificiale dei ruoli sessuali nella società capitalistica. La stessa sessualità femminile venne sanzionata, criminalizzando quelle attività non orientate alla procreazione e al sostegno della famiglia; la prostituzione, la nudità e le danze furono proibite e la sessualità collettiva al centro della vita sociale nel medioevo divenne «incontro politico sovversivo» del sabba. Le nuove coordinate della femminilità si orienteranno allora tra «lavoro di servizio all’uomo e all’attività produttiva», monogamia e una nuova concezione della famiglia «con il marito sovrano e la moglie suddita del suo potere», mentre il corpo della donna diventava macchina della riproduzione. In questo senso, la caccia alle streghe è soprattutto «lotta contro il corpo ribelle»: il tentativo messo in atto da chiesa e stato per trasformare le capacità dell’individuo in forza-lavoro; cosa che mistificherà, da lì in avanti, il lavoro orientato alla riproduzione come destino biologico. Il corpo – l’utero in particolare – si fa dunque «macchina da lavoro»: bestia mostruosa da disciplinare da una parte, involucro e «contenitore» della forza-lavoro dall’altra, salendo alla ribalta del pensiero politico del tempo (da Hobbes a Descartes) come prerequisito per l’accumulazione capitalistica. Non sorprenderà allora che ogni pratica abortiva o contraccettiva sia stata condannata come maleficio, così le donne espulse da quelle attività come l’ostetricia o la medicina che avevano fin lì esercitato sulla base di saperi tramandati nel tempo.

Una vera e propria «politica del corpo» sottolinea Federici, in cui il corpo non è fattore biologico né il «soggetto universale, astratto, asessuato» della Storia della sessualità di Foucault, precisa, bensì è un corpo situato, denso di «rapporti sociali» (non solo di «pratiche discorsive») fonte di sfruttamento e alienazione e al contempo spazio di resistenza. E nella misura in cui, come Federici tra altri sottolinea, l’accumulazione originaria è un processo che si ripete in ogni fase dello sviluppo capitalistico e dentro le sue crisi, il corpo e le attività legate alla riproduzione restano oggi, come agli albori del capitalismo, un campo di battaglia. E qui si rintraccia l’estrema attualità di Calibano e la strega.

Non facciamo le guerre se vogliamo pace

di Manuela Palermi, presidente CC Partito Comunista d’Italia

Quanto successo a Bruxelles è terribile. Civili incolpevoli ammazzati brutalmente senza avere nessuna colpa. Siamo in guerra, certo. E siamo in guerra a causa delle scelte sciagurate compiute dagli Usa e assecondate con zelo dai Paesi della Ue. Si poteva pensare che l’ignobile accordo sui migranti non avrebbe avuto reazioni? Che le guerre nei Paesi che hanno il petrolio non avrebbero sconquassato il Medio Oriente e parte dell’Africa? Tutto questo deve cessare se non si vuole condannare l’umanità ad una guerra permanente. Non oso pensare al dolore dei parenti delle vittime di Bruxelles ma ogni solidarietà è inutile ed ipocrita se non si avvia, da subito, una politica estera che riporti pace e relazioni diplomatiche, e non altre guerre che si profilano all’orizzonte come quella alla Libia. Per troppo tempo l’occidente (gli Usa in testa) ha utilizzato i fondamentalismi pensando che fossero utili per la sua politica. Ora basta.  Si cominci col fare scelte giuste e umane per gli immigrati.

Non servono muri e recinzioni, servono canali umanitari. Si lavori in Iraq, in Afghanistan, in Siria, nello Yemen per riportare una vera pace. E’ da 25 anni che siamo in guerra ed ancora non s’è capito che è questa politica folle e criminale ad averci portati a questo punto.

Non facciamo le guerre se vogliamo pace