1917-2017. CENT’ANNI DI RIVOLUZIONE DELLE DONNE

La rivoluzione bolscevica ha sradicato più pregiudizi sulla donna che non le montagne di scritti sull’uguaglianza femminile”, dichiarò Lenin con giustificata soddisfazione nel 1920, nel suo celebre colloquio con Clara Zetkin.

Le donne occupano posti di direzione nei Soviet, negli Esecutivi, nei Ministeri e negli uffici pubblici di ogni tipo – aggiunse il leader della Rivoluzione d’Ottobre – e ciò costituisce un grande valore per noi. E’ importante per le donne di tutto il mondo, poiché evidenzia la capacità delle donne, il grande valore del lavoro che svolgono nella società”.

E’ innegabile, in effetti, che la rivoluzione russa del 1917 porti impresso in sé, fin dai suoi esordi, il segno del protagonismo femminile.

L’8 marzo del 1917 (corrispondente al 23 febbraio del calendario russo) le lavoratrici tessili di Pietrogrado entrarono in sciopero e scesero nelle strade per gridare la loro protesta contro la guerra e contro l’autocrazia zarista che privavano del pane i loro figli. Marciarono attraverso i quartieri popolari della città chiedendo alla popolazione di uscire dalle case e unirsi a loro. Il loro grido fu ascoltato da migliaia di pietrogradesi e, giorno dopo giorno, altre donne e uomini si unirono alla protesta. La stessa gendarmeria inviata a disperdere la folla si ammutinò e finì per schierarsi con la popolazione. Lo zar fu costretto ad abdicare e fu la rivoluzione.

Nell’estate di quello stesso anno, i bolscevichi chiesero al governo provvisorio di Kerenskij l’uscita incondizionata dalla guerra e lanciarono la parola d’ordine: “Tutto il potere ai soviet!”, cioè i consigli del popolo. In ottobre, il Palazzo d’Inverno fu preso d’assalto e occupato dal proletariato insorto. 

Ora sappiamo anche che fu quel primo evento – la scintilla accesa dalle lavoratrici di Pietrogrado che aveva fatto divampare la fiamma della rivoluzione in tutto l’impero zarista – ad ispirare l’idea, alcuni anni più tardi, di scegliere l’8 marzo come giornata internazionale delle donne.

Un’immensa energia femminile rinnovatrice – secondo le parole di Aleksandra Kollontaj, che fu fra le protagoniste della Rivoluzione d’Ottobre – si sprigionò dalla “tempesta rivoluzionaria” ed essa si distinse proprio per il ruolo dirigente che molte donne vi ebbero. Un ruolo che si era consolidato attraverso alcuni passaggi essenziali che occorre ricordare.

Fin dal 1912 le militanti bolsceviche, vincendo la repressione zarista con gli escamotages più fantasiosi, destreggiandosi fra l’esilio e la clandestinità in patria, riuscirono a pubblicare il foglio di agitazione “Rabotnitsa” (Operaia), il primo giornale pensato e pubblicato per le donne operaie in Russia, che diffondeva le idee rivoluzionarie sulle tematiche del lavoro e le specifiche problematiche femminili. Nel comitato editoriale del giornale troviamo i nomi di quelle che sarebbero state ricordate come protagoniste della rivoluzione del 1917: Nadezhda Krupskaja, Anna Elizarova, Inessa Armand, Ljudmila Stal’, Alexandra Kollontaj, Konkordiya Samoilova, Klavdia Nikolajeva.

Nel 1914 queste stesse donne lanciarono l’iniziativa di una Conferenza internazionale di donne contro la guerra a Berna e poi promossero la prima conferenza delle lavoratrici russe a Pietrogrado.

Le donne bolsceviche – a differenza del movimento femminista borghese che pure era già attivo nella Russia zarista – erano convinte che il tema dell’oppressione di genere andasse legato a quello dell’oppressione di classe e al contesto politico, sociale ed economico che lo determinava. Finché le donne restavano escluse dalla sfera pubblica della produzione e relegate nella sfera domestica della riproduzione, il modello familiare borghese sarebbe rimasto il nucleo in cui si consumava l’oppressione “privata”delle donne. Accedere al mondo del lavoro e all’autonomia economica era condizione preliminare perché le donne conquistassero il necessario spazio politico per sé. Ma era il superamento dello sfruttamento capitalistico, che costringeva le lavoratrici alla doppia schiavitù del lavoro in fabbrica e in casa, la condizione necessaria per liberare effettivamente tutte le donne dall’oppressione del patriarcato. Perciò l’obiettivo della liberazione delle lavoratrici era indissolubilmente legato alla rivoluzione socialista e solo radicandosi nel proletariato femminile, il movimento di liberazione delle donne avrebbe acquistato quella forza prorompente necessaria a trasformare l’intera società.

Furono migliaia le giovani donne che aderirono al movimento rivoluzionario russo, ma inevitabilmente fra di esse ci furono quelle che, dispiegando al massimo il loro coraggio, l’intelligenza, lo spirito di sacrificio e dedizione, assunsero posti di maggiore responsabilità e rilievo nell’avvio della costruzione del nuovo stato sovietico.

Alessandra Kollontaj (1872-1952), fu subito tra i massimi dirigenti del partito bolscevico ed entrò nel nuovo governo dei Soviet come commissaria per i servizi sociali, prima donna ministro nella storia. In seguito e per molti anni fu ambasciatrice – seconda donna nella storia della diplomazia – dell’Unione Sovietica. Scrisse numerosi saggi, articoli, libri in cui trattò i problemi della donna, della maternità, della sessualità. Brillante e tenace, svolse una preziosa opera diplomatica durante la seconda guerra mondiale. Morì 80enne a Mosca nel 1952.

Nakzhezda Krupskaja, moglie di Lenin, che aveva sposato al tempo in cui ambedue furono deportati in Siberia, gli fu a fianco fino alla sua morte (21 gennaio 1924), ma ebbe un suo personale e cruciale ruolo in campo educativo e nella diffusione di scuole e biblioteche nel nuovo stato sovietico. Lavorò nel Ministero per l’istruzione e scrisse saggi di pedagogia di grande valore (oltre al più famoso libro autobiografico “La mia vita con Lenin”). Morì a Mosca nel 1939.

Inessa Armand (1880 – 1920), bolscevica di origini francesi, compì i suoi studi in Russia e divenne agitatrice politica fin dalla giovinezza e dirigente bolscevica di riconosciuta intelligenza, per quanto nel corso di questi cento anni la pubblicistica borghese si sia occupata di lei molto più a proposito della sua relazione con Lenin, che non delle sue indubbie qualità di donna rivoluzionaria. Fu ispiratrice e seguì particolarmente le attività del mitico «Zhenotdel», il «dipartimento donne» del partito, che promosse con grande efficacia la parità dei diritti, organizzando corsi di alfabetizzazione fra le donne nelle neonate repubbliche sovietiche e contribuendo a fare delle sottomesse mogli dei contadini delle lavoratrici emancipate. Purtroppo Inessa nel 1920 contrasse il tifo petecchiale e morì poco più che quarantenne, lasciando un grande vuoto nelle file della rivoluzione bolscevica.

Anna Ul’janova Elizarova (sorella maggiore di Lenin), fu ispiratrice e redattrice del giornale per le lavoratrici “Rabonitsa”, che abbiamo già visto, e fu poi a capo del dipartimento per la protezione dei minori nel ministero dell’istruzione del nuovo stato sovietico.

Larissa Rajsner (1897-1928) scrittrice, dirigente e commissaria politica dell’Armata Rossa durante la guerra civile che seguì alla rivoluzione d’ottobre, fu corrispondente speciale dall’estero del giornale “Izvestiya” dal 1924 al 1925. Morì a Mosca di febbre tifoide ad appena trent’anni.

Nel ministero dell’educazione lavorarono con ruoli dirigenti, negli anni ’20, anche Vera Menzhinskaja (che in seguito diresse l’Istituto di lingue estere di Mosca) e Mariya Andreeva, attrice, coordinatrice dei teatri municipali di Pietrogrado, capo della sezione artistica del Narkompros (commissariato del popolo per l’istruzione) e infine direttrice della Casa degli studiosi di Mosca.

E ancora: Klavdia Nikolayeva, animatrice del giornale “Kommunistka” per le donne lavoratrici e Ljudmila Stal’, bolscevica della prima ora, che aveva partecipato alla fondazione della rivista Iskrà (Scintilla) a Parigi nel 1899. Durante la guerra civile scatenata dalle armate bianche nel 1918, Ljudmila curò le pubblicazioni destinate ai combattenti dell’Armata Rossa. Solo per nominarne alcune.

La presenza di queste donne ai vertici della rivoluzione permise loro di partecipare alla stesura delle leggi che introdussero l’uguaglianza civile e sociale delle donne nella repubblica federativa sovietica. Fu esteso innanzi tutto l’elettorato attivo e passivo alle donne, per consentire loro la piena partecipazione ai processi politici. Poi fu introdotto il nuovo Codice della Famiglia, ratificato dal governo dei soviet nel 1918, che parificò lo status civile fra donne e uomini; fu introdotto il matrimonio civile stabilendo l’uguaglianza fra i coniugi (tra l’altro, si riconosceva a ciascuno dei due coniugi la libertà di assumere il cognome dell’altro o dell’altra); fu eliminata la distinzione fra figli legittimi e illegittimi, che era causa di feroce discriminazione; fu riconosciuta la convivenza al di fuori del matrimonio e furono facilitate decisamente le pratiche di divorzio. Fu legalizzato l’aborto, riconoscendo alle donne il diritto di decidere. Furono introdotte misure per sottrarre le donne alla prostituzione, fu depenalizzata l’omosessualità.

Agli inizi del 1918 fu istituito il Dipartimento per la protezione della maternità e dell’infanzia, per provvedere all’applicazione della nuova legislazione in materia di maternità, che tutelava le lavoratrici madri e prevedeva l’aspettativa di 16 settimane prima e dopo il parto, l’esenzione da lavori pesanti, il divieto di trasferimento e licenziamento per le madri in attesa, la proibizione del lavoro notturno per le donne, l’istituzione di cliniche e ambulatori per la maternità, consultori, asili per l’infanzia.

Vennero introdotte anche forme di socializzazione dei lavori domestici e servizi pubblici per supportare le famiglie operaie e divenne legge il principio di “uguale salario per uguale lavoro”.

Nell’autunno del 1919 fu creato, come già accennato, uno specifico dipartimento del comitato centrale del partito bolscevico per le attività autonome delle donne, il Žhenotdel, che istituì corsi di educazione politica e alfabetizzazione per le donne della classe operaia e per le contadine. Il Zhenotdel aveva una sua propria pubblicazione mensile, “Kommunitska”, rivolta a tutte le donne, non solo le comuniste, e promosse la diffusione di testate giornalistiche femminili nelle repubbliche sovietiche (nel 1927 se ne contavano 18) e l’organizzazione di riunioni di formazione politica che coinvolsero milioni di donne.

Quando le “armate bianche” della reazione scatenarono la guerra civile, così come in migliaia avevano aderito al movimento rivoluzionario, spontaneamente le donne si arruolarono in gran numero anche nell’Armata Rossa: si stima che nel 1920 ne facessero parte tra le 50mila e le 70mila.

Le donne bolsceviche furono straordinarie anticipatrici di concezioni che solo nei decenni più recenti i movimenti femministi hanno potuto riproporre, come l’importanza di superare la frattura prodotta dalla cultura e dall’organizzazione sociale patriarcale fra lavoro produttivo e riproduttivo, fra pubblico e privato, che è all’origine della doppia morale sessuale e sottomette le donne a rapporti familiari schiavizzanti. Esse affermarono il valore sociale della maternità e l’importanza, nella definizione dell’oppressione femminile, del “privato” che diventa “politico” nel momento in cui tutte le donne vi si riconoscono. Tali concezioni, alla base del nuovo Codice della Famiglia promulgato dal governo dei soviet nel 1918, fanno di esso uno strumento legislativo tuttora insuperato – per spirito innovatore – in gran parte dei paesi del mondo.

Con grande passione e senza risparmio di sé, le bolsceviche si dedicarono al lavoro politico di educazione delle donne negli angoli più remoti delle repubbliche sovietiche europee ed asiatiche, promuovendo l’istruzione delle donne musulmane, più oppresse dal patriarcato tradizionale, affinché diventassero a loro volta agenti del cambiamento sociale e portatrici dei valori socialisti.

Tutto ciò non avvenne senza incontrare forti resistenze nelle tradizionali società pre-capitaliste dov’erano più radicate le strutture patriarcali. Non fu pacifica l’accettazione delle riforme da parte della popolazione contadina che doveva superare i pregiudizi del passato, nelle zone più periferiche rispetto ai centri urbani focolai della rivoluzione. Non fu facile il lavoro del Zhenotdel particolarmente nelle regioni orientali, dove le donne talvolta pagavano un alto prezzo al loro desiderio di liberazione e dove le riforme furono osteggiate dalle reazioni spesso violente di mariti e padri tradizionalisti. Da più parti giungeva notizia di ragazze picchiate e punite duramente solo per aver assistito alle riunioni dei circoli femminili. Solo in Uzbekistan nel 1928, il Zhenotdel denunciò 203 casi di donne uccise dai loro padri, mariti e fratelli.

Tutto ciò obbligava in molti casi a rallentare la marcia, in qualche caso a retrocedere. Di questo si è molto scritto e molto si scriverà ancora. Ma ogni cosa va inscritta, oltre che nelle difficoltà interne incontrate nell’inedita costruzione del nuovo stato sovietico, nelle complicazioni minacciose che si determinavano all’esterno. Sta di fatto che a partire dagli anni ’30 – mano a mano che si faceva più stringente l’assedio della reazione borghese internazionale e si avvicinava la stretta tremenda della seconda guerra mondiale, scatenata dall’alleanza tra nazifascismo europeo e militarismo giapponese – le politiche innovative subirono una controspinta conservatrice che portò all’arretramento rispetto ad alcune conquiste realizzate. Alcuni dei diritti civili garantiti dal Codice sovietico furono cancellati, l’enfasi ritornò sul modello di famiglia tradizionale, l’aborto e l’omosessualità tornarono ad essere penalizzati e per qualche decennio il divorzio divenne più difficile da ottenere. Anche il dipartimento Zhenotdel fu soppresso nel 1930, prima che gli obiettivi di parità e libertà femminile promessi dalla rivoluzione venissero effettivamente raggiunti.

Tuttavia il progresso delle donne sovietiche non poteva essere arrestato e la legislazione nata dalla rivoluzione d’Ottobre continuò per lungo tempo ad essere fonte d’ispirazione per le lotte delle donne nel mondo, soprattutto con riguardo ai diritti di parità nel lavoro e alla tutela delle lavoratrici madri. “Fare come in Russia” fu uno slogan molto presente nelle lotte proletarie e femminili – ancora nei decenni del dopoguerra – in molti paesi dove dominava lo sfruttamento capitalistico.

E ancora oggi possiamo dire, senza timore di smentite, che la rivoluzione d’ottobre del 1917 rappresentò una tappa storica fondamentale nel cammino di emancipazione non solo delle classi lavoratrici e dei popoli, ma anche delle donne. Non si può fare la storia del movimento femminile internazionale senza fare riferimento – se si vogliono comprendere gli sviluppi di esso fino ai giorni nostri – a quella straordinaria stagione rivoluzionaria e alla favolosa lotta delle donne bolsceviche.

Ada Donno

Con il sole o con la pioggia domenica 17 aprile votiamo Si contro le trivelle in mare

Diffondiamo il più possibile la scadenza sul referendum di domenica 17 aprile: questa cosa devastante non deve passare! Si tratta di una iniziativa importantissima che richiama molte migliaia di persone e rappresenta un vero salto di qualità che  fa ben sperare per il nostro futuro.   

A Milano diffonderemo sabato 18 e domenica 19 il bel volantino contro le trivelle realizzato dal Dipartimento comunicazione del partito. Maria Carla Baroni (Federazione PCdI di Milano)

Con le riserve certe di petrolio nei mari italiani si coprirebbero SOLO 8 settimane di consumi nazionali: nonostante questo, pur di incassare i diritti di estrazione, le royalties, e in cambio di un numero irrisorio di posti di lavoro, il governo vuole danneggiare la bellezza delle nostre coste, il turismo, la pesca sostenibile, la fauna marina, la stessa economia dei territori costieri. C’è poi il rischio di incidenti: tutti i mari del pianeta sono stati colpiti da disastri petroliferi, che sarebbero particolarmente devastanti in un mare chiuso come il Mediterraneo. Per ostacolare il raggiungimento del quorum, il governo ha rifiutato, come data per il referendum, l’abbinamento con le elezioni amministrative di giugno, con una spesa aggiuntiva di 306 milioni che pagheremo noi cittadini e cittadine. La sicurezza energetica per l’Italia può e deve venire dalle energie alternative, compatibili con l’ambiente e con la salute e portatrici di moltissima nuova occupazione.

Un milione di donne per la Pace

In occasione della Giornata internazionale della donna,  sotto il segno di Policarpa Salavarrieta, “La Pola”, simbolo della lotta delle donne colombiane per l’indipendenza e la dignità, è stata realizzata l’iniziativa “Un Millón de Mujeres de Paz”, che – con il metodo della”multiplicación de 10×10″, attraverso il quale una donna invita dieci altre donne, che a loro volta ne invitano altre dieci, e così via per raggiungere l’obiettivo di un milione di donne – ha unito le organizzazioni e le donne che lottano in una prospettiva di genere per l’affermazione della democrazia e di un fronte ampio per la pace, e in particolare per la controfirma e la verifica degli accordi di pace fra le Farc e il governo colombiano conclusi all’Avana con l’importante mediazione di Cuba.

Le guerrigliere delle Farc-EP impegnate nella delegazione di pace hanno inviato all’iniziativa “Un milione di donne di pace”, un messaggio, tradotto dalla nostra compagna Giusi Greta di Cristina, con cui hanno augurato alle donne riunite il successo nel loro lavoro. “Questo 8 marzo 2016 ha un significato speciale. Non è solo la giornata internazionale delle donne che lavorano, ma anche un momento storico perché siamo sul punto di ottenere la firma di un accordo finale.” (M. F.)

Un milione di donne per la Pace

Noi donne guerrigliere che facciamo parte attualmente della Delegazione di Pace delle FARC-EP, mandiamo un caldo e affettuoso saluto al vertice “Un milione di donne per la Pace”, augurandovi una buona riuscita dei lavori.

Questo otto marzo dell’anno 2016 possiede un significato speciale. Non solo è la Giornata internazionale della donna lavoratrice, ma è anche un momento storico, poiché siamo vicine alla firma di un accordo finale.

Per noi, le guerrigliere delle FARC-EP, la firma sarà solo l’inizio della costruzione della pace, perché proprio questo sarà il punto dal quale, attraverso la mobilitazione e la lotta, inizierà l’edificazione della giustizia sociale. Siamo convinte che né la firma di un accordo, né il silenzio dei fucili, porrà fine all’oppressione e alla discriminazione delle donne. Ma, questo sì, l’accordo di pace deve rappresentare uno scenario nuovo per iniziare a farlo. E deve necessariamente contare su una partecipazione femminile di massa alla vita politica, sociale e culturale del Paese, a partire da un punto iniziale.

Noi donne dobbiamo essere artefici della nuova società senza violenza e senza la discriminazione basata sul genere, sul sesso, sull’etnia o sulla razza. Per raggiungere questo, si devono conquistare spazi reali di partecipazione e leadership delle donne come soggetto politico. Ecco perché è importante la nostra presenza all’Assemblea Nazionale Costituente, che offrirà sicurezza giuridica agli accordi e un nuovo assetto istituzionale per la pace. Però, affinché la Costituente possa aver successo, deve contenere una rappresentanza reale di quella che è la società colombiana attuale, dando voce ai gruppi sociali da sempre esclusi: indigeni, afrocolombiani, contadini, raizales, palenqueros (gruppi etnici propri della Colombia, ndr) e, ovviamente, tale rappresentanza dovrà tener conto della realtà della composizione di genere nella società colombiana. Per il 51% siamo donne; che non si lasci fuori nessuna rom, nessuna indigena, nessuna afrocolombiana, nessuna maestra, nessuna studentessa, nessuna domestica, nessuna contadina, nessuna donna. Tutte devono partecipare alla costruzione della Nuova Colombia che sogniamo, che desideriamo e stiamo per costruire.

Noi donne combattenti stiamo alzando la nostra voce a favore della pace. Grazie a questo, si è creata la sottocommissione di genere al Tavolo dei colloqui, una svolta storica per la Colombia e per il mondo.

La sottocommissione ha rappresentato uno strumento molto importante per includere la voce delle donne colombiane in questo processo di pace. Abbiamo ricevuto tre delegazioni di sei rappresentanti di organizzazioni di donne e della comunità LGBTI. Sicuramente alcune di loro sono in questa sala. Esse hanno esposto le proprie proposte per inserire una prospettiva di genere negli accordi dell’Avana. Inoltre, sono giunte critiche, suggerimenti, e si è avuto uno scambio di idee molto fruttuoso con molte di loro. Per noi in particolare, donne guerrigliere, è stato molto importante questo contatto con le organizzazioni nazionali e regionali, con tutti voi, perché in passato era davvero difficile uno scambio diretto e aperto, tanto necessario per costruire piattaforme di lotta, attualizzare le tematiche ed ascoltare le opinioni.

Ci fa piacere dirvi che oggi già abbiamo terminato la revisione dell’accordo parziale di Sviluppo Rurale Integrale e Partecipazione Politica, e stiamo discutendo il testo sulle droghe illegali. Saranno i primi accordi di pace nella storia universale che esprimono, esplicitamente, la voce delle donne.

Grazie alla mobilitazione di tutte voi, noi donne siamo oggi incluse negli accordi parziali raggiunti all’Avana. Grazie alla mobilitazione di tutte voi, si stanno realizzando iniziative come questa: “Un Milione di Donne per la Pace”. Noi donne farianas (delle FARC, ndr) ci sentiamo parte, facciamo parte, di questo milione di donne di pace; appoggiamo con forza questa iniziativa, perché crediamo che sia la materializzazione di questa speranza che tutte portiamo nei nostri cuori.

Abbiamo bisogno non di un milione, non di 5 milioni, non di 10 milioni. Abbiamo bisogno di 20 milioni di donne per la pace.

Insistiamo: nemmeno una sia lasciata fuori. La pace si ottiene con le donne.

Traduzione a cura di Giusi Greta di Cristina (Federazione PCdI Catania)

Difendere la Scuola pubblica, difendere la Costituzione

di Dina Balsamo, Comitato centrale PCdI

Finalmente si riparte!

  Dopo mesi di proteste, assemblee partecipate e lunghe discussioni, il mondo della Scuola ha costituito il Comitato promotore del referendum popolare abrogativo della Legge 107/2015, la famigerata “Buona Scuola”.     Verranno depositati in Cassazione quattro distinti quesiti referendari abrogativi dei punti più pericolosi della Legge 107  che, nel loro insieme, si pongono come fine ultimo la difesa della scuola pubblica, così come è delineata dalla Costituzione della Repubblica e ad aprile inizierà la raccolta di firme per poter andare al voto nella primavera del 2017.

  Non sarà facile raccogliere le firme necessarie ad presentare questi quattro quesiti referendari, sia per i diversi motivi legati alla disaffezione generale verso la partecipazione alla vita politica e democratica, sia per altri più specifici.

  In questi decenni, i mass media hanno costruito nell’opinione pubblica un’immagine negativa relativamente ai lavoratori del  pubblico impiego e, segnatamente, della scuola.

  Gli insegnanti sono percepiti come una casta dai molti privilegi e dalle poche responsabilità, poco inclini alla flessibilità ed al rinnovamento, arroccati in un luogo di lavoro privilegiato e chiuso alle nuove generazioni.  Di scuola si parla sempre, e solo, quando vengono alla ribalta episodi di cronaca esecrabili e quando si avvicinano i mesi estivi e la conseguente sospensione delle attività didattiche.

  Peccato i politici italiani ed i media dimentichino di ricordare come il sistema scolastico italiano sia tra i più inclusivi al mondo e che gli insegnanti italiani, in media con i colleghi europei in termini di giorni di scuola e ore di lavoro mensili, siano agli ultimi posti in Europa in termini di retribuzione.

  Malgrado la scarsa considerazione dell’opinione pubblica, il sistema scolastico italiano, nel suo complesso, promuove il raggiungimento di alti livelli formativi e ciò è testimoniato dal grande numero di giovani laureati italiani che vengono assunti come ricercatori nelle Università di tutto il mondo.

  Si tende a far dimenticare ai cittadini come l’istruzione e la libertà di insegnamento siano diritti sanciti dagli art. 33 e 34 della Costituzione italiana e, anzichè promuovere la piena applicazione di questi principi (la gratuità, ad esempio), si chiede di limitare l’esercizio del diritto stesso.

  Discorsi analoghi  possono essere fatti per altri diritti costituzionalmente previsti per i cittadini italiani e, puntualmente, disattesi: il diritto alla salute; il diritto alla fruizione dei beni comuni, siano essi l’acqua o il paesaggio; il diritto al lavoro e ad un reddito dignitoso.

Ma forse, nel caso della scuola e degli insegnanti, il non essere più percepiti  utili alla crescita della società, rende ancor più difficile trovare cittadini disposti ad ascoltare le ragioni di questo mondo.

C’è bisogno dell’aiuto di tutti per far capire che la difesa della Costituzione passa anche attraverso la difesa della Scuola italiana.

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Difendere la Scuola pubblica, difendere la Costituzione

Basta guerre: il 12 marzo gridiamolo forte in piazza

di Manuela Palermi, presidente del Partito comunista d’Italia

Guardatevi attorno. Le vedete le guerre? No che non le vedete. Sono occultate, negate, mistificate. Eppure ci sono da ben 25 anni. E ce n’è anche una prossima a venire, quella alla Libia, la seconda dopo l’intervento militare del 2011 che ha rovesciato Gheddafi, devastato un Paese tra i più fiorenti dell’Africa, distrutto infrastrutture preziose come quella che portava l’acqua ai libici e ad altri popoli africani.

Renzi, in una delle sue tante apparizioni televisive, l’ha smentita sapendo di mentire. La pressione degli Usa e della Francia è fortissima, i droni sono a Sigonella pronti alla loro “missione”, la guida di questa operazione criminale è già stata affidata all’Italia che porterà sul campo 5mila militari.

Dicono che si va lì per combattere l’Isis, per farla finita col terrorismo. Bugiardi. Il terrorismo l’ha creato l’occidente, addirittura addestrandolo e foraggiandolo. Il terrorismo l’ha creato l’occidente attraverso le guerre e le devastazioni e i morti e i feriti, provocando l’inumano e drammatico esodo dei migranti.

Si va lì perché le multinazionali dell’energia vogliono appropriarsi del prezioso petrolio libico e premono sui governi dei paesi. l’Eni lo fa con il governo italiano.

Ammenoché. Si, ammenoché non si riesca a costruire un grande movimento contro la guerra. E’ l’unica possibilità di difesa che hanno i popoli. E va perseguita con accanimento, senza incertezza, battendo ogni passività.

Il 12 marzo si torna in piazza.

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Basta guerre: il 12 marzo gridiamolo forte in piazza