1917-2017. CENT’ANNI DI RIVOLUZIONE DELLE DONNE

La rivoluzione bolscevica ha sradicato più pregiudizi sulla donna che non le montagne di scritti sull’uguaglianza femminile”, dichiarò Lenin con giustificata soddisfazione nel 1920, nel suo celebre colloquio con Clara Zetkin.

Le donne occupano posti di direzione nei Soviet, negli Esecutivi, nei Ministeri e negli uffici pubblici di ogni tipo – aggiunse il leader della Rivoluzione d’Ottobre – e ciò costituisce un grande valore per noi. E’ importante per le donne di tutto il mondo, poiché evidenzia la capacità delle donne, il grande valore del lavoro che svolgono nella società”.

E’ innegabile, in effetti, che la rivoluzione russa del 1917 porti impresso in sé, fin dai suoi esordi, il segno del protagonismo femminile.

L’8 marzo del 1917 (corrispondente al 23 febbraio del calendario russo) le lavoratrici tessili di Pietrogrado entrarono in sciopero e scesero nelle strade per gridare la loro protesta contro la guerra e contro l’autocrazia zarista che privavano del pane i loro figli. Marciarono attraverso i quartieri popolari della città chiedendo alla popolazione di uscire dalle case e unirsi a loro. Il loro grido fu ascoltato da migliaia di pietrogradesi e, giorno dopo giorno, altre donne e uomini si unirono alla protesta. La stessa gendarmeria inviata a disperdere la folla si ammutinò e finì per schierarsi con la popolazione. Lo zar fu costretto ad abdicare e fu la rivoluzione.

Nell’estate di quello stesso anno, i bolscevichi chiesero al governo provvisorio di Kerenskij l’uscita incondizionata dalla guerra e lanciarono la parola d’ordine: “Tutto il potere ai soviet!”, cioè i consigli del popolo. In ottobre, il Palazzo d’Inverno fu preso d’assalto e occupato dal proletariato insorto. 

Ora sappiamo anche che fu quel primo evento – la scintilla accesa dalle lavoratrici di Pietrogrado che aveva fatto divampare la fiamma della rivoluzione in tutto l’impero zarista – ad ispirare l’idea, alcuni anni più tardi, di scegliere l’8 marzo come giornata internazionale delle donne.

Un’immensa energia femminile rinnovatrice – secondo le parole di Aleksandra Kollontaj, che fu fra le protagoniste della Rivoluzione d’Ottobre – si sprigionò dalla “tempesta rivoluzionaria” ed essa si distinse proprio per il ruolo dirigente che molte donne vi ebbero. Un ruolo che si era consolidato attraverso alcuni passaggi essenziali che occorre ricordare.

Fin dal 1912 le militanti bolsceviche, vincendo la repressione zarista con gli escamotages più fantasiosi, destreggiandosi fra l’esilio e la clandestinità in patria, riuscirono a pubblicare il foglio di agitazione “Rabotnitsa” (Operaia), il primo giornale pensato e pubblicato per le donne operaie in Russia, che diffondeva le idee rivoluzionarie sulle tematiche del lavoro e le specifiche problematiche femminili. Nel comitato editoriale del giornale troviamo i nomi di quelle che sarebbero state ricordate come protagoniste della rivoluzione del 1917: Nadezhda Krupskaja, Anna Elizarova, Inessa Armand, Ljudmila Stal’, Alexandra Kollontaj, Konkordiya Samoilova, Klavdia Nikolajeva.

Nel 1914 queste stesse donne lanciarono l’iniziativa di una Conferenza internazionale di donne contro la guerra a Berna e poi promossero la prima conferenza delle lavoratrici russe a Pietrogrado.

Le donne bolsceviche – a differenza del movimento femminista borghese che pure era già attivo nella Russia zarista – erano convinte che il tema dell’oppressione di genere andasse legato a quello dell’oppressione di classe e al contesto politico, sociale ed economico che lo determinava. Finché le donne restavano escluse dalla sfera pubblica della produzione e relegate nella sfera domestica della riproduzione, il modello familiare borghese sarebbe rimasto il nucleo in cui si consumava l’oppressione “privata”delle donne. Accedere al mondo del lavoro e all’autonomia economica era condizione preliminare perché le donne conquistassero il necessario spazio politico per sé. Ma era il superamento dello sfruttamento capitalistico, che costringeva le lavoratrici alla doppia schiavitù del lavoro in fabbrica e in casa, la condizione necessaria per liberare effettivamente tutte le donne dall’oppressione del patriarcato. Perciò l’obiettivo della liberazione delle lavoratrici era indissolubilmente legato alla rivoluzione socialista e solo radicandosi nel proletariato femminile, il movimento di liberazione delle donne avrebbe acquistato quella forza prorompente necessaria a trasformare l’intera società.

Furono migliaia le giovani donne che aderirono al movimento rivoluzionario russo, ma inevitabilmente fra di esse ci furono quelle che, dispiegando al massimo il loro coraggio, l’intelligenza, lo spirito di sacrificio e dedizione, assunsero posti di maggiore responsabilità e rilievo nell’avvio della costruzione del nuovo stato sovietico.

Alessandra Kollontaj (1872-1952), fu subito tra i massimi dirigenti del partito bolscevico ed entrò nel nuovo governo dei Soviet come commissaria per i servizi sociali, prima donna ministro nella storia. In seguito e per molti anni fu ambasciatrice – seconda donna nella storia della diplomazia – dell’Unione Sovietica. Scrisse numerosi saggi, articoli, libri in cui trattò i problemi della donna, della maternità, della sessualità. Brillante e tenace, svolse una preziosa opera diplomatica durante la seconda guerra mondiale. Morì 80enne a Mosca nel 1952.

Nakzhezda Krupskaja, moglie di Lenin, che aveva sposato al tempo in cui ambedue furono deportati in Siberia, gli fu a fianco fino alla sua morte (21 gennaio 1924), ma ebbe un suo personale e cruciale ruolo in campo educativo e nella diffusione di scuole e biblioteche nel nuovo stato sovietico. Lavorò nel Ministero per l’istruzione e scrisse saggi di pedagogia di grande valore (oltre al più famoso libro autobiografico “La mia vita con Lenin”). Morì a Mosca nel 1939.

Inessa Armand (1880 – 1920), bolscevica di origini francesi, compì i suoi studi in Russia e divenne agitatrice politica fin dalla giovinezza e dirigente bolscevica di riconosciuta intelligenza, per quanto nel corso di questi cento anni la pubblicistica borghese si sia occupata di lei molto più a proposito della sua relazione con Lenin, che non delle sue indubbie qualità di donna rivoluzionaria. Fu ispiratrice e seguì particolarmente le attività del mitico «Zhenotdel», il «dipartimento donne» del partito, che promosse con grande efficacia la parità dei diritti, organizzando corsi di alfabetizzazione fra le donne nelle neonate repubbliche sovietiche e contribuendo a fare delle sottomesse mogli dei contadini delle lavoratrici emancipate. Purtroppo Inessa nel 1920 contrasse il tifo petecchiale e morì poco più che quarantenne, lasciando un grande vuoto nelle file della rivoluzione bolscevica.

Anna Ul’janova Elizarova (sorella maggiore di Lenin), fu ispiratrice e redattrice del giornale per le lavoratrici “Rabonitsa”, che abbiamo già visto, e fu poi a capo del dipartimento per la protezione dei minori nel ministero dell’istruzione del nuovo stato sovietico.

Larissa Rajsner (1897-1928) scrittrice, dirigente e commissaria politica dell’Armata Rossa durante la guerra civile che seguì alla rivoluzione d’ottobre, fu corrispondente speciale dall’estero del giornale “Izvestiya” dal 1924 al 1925. Morì a Mosca di febbre tifoide ad appena trent’anni.

Nel ministero dell’educazione lavorarono con ruoli dirigenti, negli anni ’20, anche Vera Menzhinskaja (che in seguito diresse l’Istituto di lingue estere di Mosca) e Mariya Andreeva, attrice, coordinatrice dei teatri municipali di Pietrogrado, capo della sezione artistica del Narkompros (commissariato del popolo per l’istruzione) e infine direttrice della Casa degli studiosi di Mosca.

E ancora: Klavdia Nikolayeva, animatrice del giornale “Kommunistka” per le donne lavoratrici e Ljudmila Stal’, bolscevica della prima ora, che aveva partecipato alla fondazione della rivista Iskrà (Scintilla) a Parigi nel 1899. Durante la guerra civile scatenata dalle armate bianche nel 1918, Ljudmila curò le pubblicazioni destinate ai combattenti dell’Armata Rossa. Solo per nominarne alcune.

La presenza di queste donne ai vertici della rivoluzione permise loro di partecipare alla stesura delle leggi che introdussero l’uguaglianza civile e sociale delle donne nella repubblica federativa sovietica. Fu esteso innanzi tutto l’elettorato attivo e passivo alle donne, per consentire loro la piena partecipazione ai processi politici. Poi fu introdotto il nuovo Codice della Famiglia, ratificato dal governo dei soviet nel 1918, che parificò lo status civile fra donne e uomini; fu introdotto il matrimonio civile stabilendo l’uguaglianza fra i coniugi (tra l’altro, si riconosceva a ciascuno dei due coniugi la libertà di assumere il cognome dell’altro o dell’altra); fu eliminata la distinzione fra figli legittimi e illegittimi, che era causa di feroce discriminazione; fu riconosciuta la convivenza al di fuori del matrimonio e furono facilitate decisamente le pratiche di divorzio. Fu legalizzato l’aborto, riconoscendo alle donne il diritto di decidere. Furono introdotte misure per sottrarre le donne alla prostituzione, fu depenalizzata l’omosessualità.

Agli inizi del 1918 fu istituito il Dipartimento per la protezione della maternità e dell’infanzia, per provvedere all’applicazione della nuova legislazione in materia di maternità, che tutelava le lavoratrici madri e prevedeva l’aspettativa di 16 settimane prima e dopo il parto, l’esenzione da lavori pesanti, il divieto di trasferimento e licenziamento per le madri in attesa, la proibizione del lavoro notturno per le donne, l’istituzione di cliniche e ambulatori per la maternità, consultori, asili per l’infanzia.

Vennero introdotte anche forme di socializzazione dei lavori domestici e servizi pubblici per supportare le famiglie operaie e divenne legge il principio di “uguale salario per uguale lavoro”.

Nell’autunno del 1919 fu creato, come già accennato, uno specifico dipartimento del comitato centrale del partito bolscevico per le attività autonome delle donne, il Žhenotdel, che istituì corsi di educazione politica e alfabetizzazione per le donne della classe operaia e per le contadine. Il Zhenotdel aveva una sua propria pubblicazione mensile, “Kommunitska”, rivolta a tutte le donne, non solo le comuniste, e promosse la diffusione di testate giornalistiche femminili nelle repubbliche sovietiche (nel 1927 se ne contavano 18) e l’organizzazione di riunioni di formazione politica che coinvolsero milioni di donne.

Quando le “armate bianche” della reazione scatenarono la guerra civile, così come in migliaia avevano aderito al movimento rivoluzionario, spontaneamente le donne si arruolarono in gran numero anche nell’Armata Rossa: si stima che nel 1920 ne facessero parte tra le 50mila e le 70mila.

Le donne bolsceviche furono straordinarie anticipatrici di concezioni che solo nei decenni più recenti i movimenti femministi hanno potuto riproporre, come l’importanza di superare la frattura prodotta dalla cultura e dall’organizzazione sociale patriarcale fra lavoro produttivo e riproduttivo, fra pubblico e privato, che è all’origine della doppia morale sessuale e sottomette le donne a rapporti familiari schiavizzanti. Esse affermarono il valore sociale della maternità e l’importanza, nella definizione dell’oppressione femminile, del “privato” che diventa “politico” nel momento in cui tutte le donne vi si riconoscono. Tali concezioni, alla base del nuovo Codice della Famiglia promulgato dal governo dei soviet nel 1918, fanno di esso uno strumento legislativo tuttora insuperato – per spirito innovatore – in gran parte dei paesi del mondo.

Con grande passione e senza risparmio di sé, le bolsceviche si dedicarono al lavoro politico di educazione delle donne negli angoli più remoti delle repubbliche sovietiche europee ed asiatiche, promuovendo l’istruzione delle donne musulmane, più oppresse dal patriarcato tradizionale, affinché diventassero a loro volta agenti del cambiamento sociale e portatrici dei valori socialisti.

Tutto ciò non avvenne senza incontrare forti resistenze nelle tradizionali società pre-capitaliste dov’erano più radicate le strutture patriarcali. Non fu pacifica l’accettazione delle riforme da parte della popolazione contadina che doveva superare i pregiudizi del passato, nelle zone più periferiche rispetto ai centri urbani focolai della rivoluzione. Non fu facile il lavoro del Zhenotdel particolarmente nelle regioni orientali, dove le donne talvolta pagavano un alto prezzo al loro desiderio di liberazione e dove le riforme furono osteggiate dalle reazioni spesso violente di mariti e padri tradizionalisti. Da più parti giungeva notizia di ragazze picchiate e punite duramente solo per aver assistito alle riunioni dei circoli femminili. Solo in Uzbekistan nel 1928, il Zhenotdel denunciò 203 casi di donne uccise dai loro padri, mariti e fratelli.

Tutto ciò obbligava in molti casi a rallentare la marcia, in qualche caso a retrocedere. Di questo si è molto scritto e molto si scriverà ancora. Ma ogni cosa va inscritta, oltre che nelle difficoltà interne incontrate nell’inedita costruzione del nuovo stato sovietico, nelle complicazioni minacciose che si determinavano all’esterno. Sta di fatto che a partire dagli anni ’30 – mano a mano che si faceva più stringente l’assedio della reazione borghese internazionale e si avvicinava la stretta tremenda della seconda guerra mondiale, scatenata dall’alleanza tra nazifascismo europeo e militarismo giapponese – le politiche innovative subirono una controspinta conservatrice che portò all’arretramento rispetto ad alcune conquiste realizzate. Alcuni dei diritti civili garantiti dal Codice sovietico furono cancellati, l’enfasi ritornò sul modello di famiglia tradizionale, l’aborto e l’omosessualità tornarono ad essere penalizzati e per qualche decennio il divorzio divenne più difficile da ottenere. Anche il dipartimento Zhenotdel fu soppresso nel 1930, prima che gli obiettivi di parità e libertà femminile promessi dalla rivoluzione venissero effettivamente raggiunti.

Tuttavia il progresso delle donne sovietiche non poteva essere arrestato e la legislazione nata dalla rivoluzione d’Ottobre continuò per lungo tempo ad essere fonte d’ispirazione per le lotte delle donne nel mondo, soprattutto con riguardo ai diritti di parità nel lavoro e alla tutela delle lavoratrici madri. “Fare come in Russia” fu uno slogan molto presente nelle lotte proletarie e femminili – ancora nei decenni del dopoguerra – in molti paesi dove dominava lo sfruttamento capitalistico.

E ancora oggi possiamo dire, senza timore di smentite, che la rivoluzione d’ottobre del 1917 rappresentò una tappa storica fondamentale nel cammino di emancipazione non solo delle classi lavoratrici e dei popoli, ma anche delle donne. Non si può fare la storia del movimento femminile internazionale senza fare riferimento – se si vogliono comprendere gli sviluppi di esso fino ai giorni nostri – a quella straordinaria stagione rivoluzionaria e alla favolosa lotta delle donne bolsceviche.

Ada Donno

Le compagne a Congresso

Apriamo con questi contributi uno spazio del nostro blog dedicato agli interventi delle nostre compagne nell’ambito dei congressi dell’Anpi che si stanno svolgendo in queste settimane.

I primi due testi che pubblichiamo (l’intervento di Rita Landi al Congresso provinciale dell’ANPI di Pisa che si è tenuto il 19 marzo 2016 e l’articolo di Nunzia Augeri, per “Anpi Oggi”) riguardano entrambi il diritto al voto delle donne, che in Italia fu conseguito nel 1946 e di cui dunque ricorre quest’anno il 70° anniversario. 

Le compagne a Congresso

Uguaglianza tra donna e uomo

di Rita Landi

Appena costituito il Governo di Liberazione Nazionale, le donne si attivarono per entrare a far parte del corpo elettorale: la prima richiesta (ottobre 1944) è della Commissione per il voto alle donne dell’UDI che successivamente si mobilitò per ottenere non solo il diritto di voto ma anche quello di eleggibilità.

Il decreto legislativo n. 74 del 10 marzo 1946 accordava alle donne il diritto al voto.

Le prime consultazioni alle quali le donne furono chiamate a partecipare si svolsero a partire da quella data, in cinque turni, per il rinnovo di 5.722 amministrazioni comunali, mentre le prime elezioni politiche furono quelle del Referendum istituzionale Monarchia-­‐Repubblica, il 2 giugno del 1946.

“Furono le prime elezioni politiche democratiche dopo la Liberazione.

Dopo la loro partecipazione alle lotte contro il fascismo e alla guerra partigiana,

sarebbe stato difficile continuare a negare loro il diritto di voto.

Su un totale di 556 deputati furono elette all’Assemblea Costituente 21 donne

cioè poco meno del 4%.

Nove erano comuniste, nove democristiane, due socialiste e una era stata eletta

tra i candidati dell’Uomo Qualunque.

Quasi tutte laureate, molte di loro insegnanti, qualche giornalista-­‐pubblicista, una

sindacalista e una casalinga; tutte piuttosto giovani e alcune giovanissime.

Molte avevano preso parte alla Resistenza, pagando spesso personalmente e a caro prezzo le loro scelte, come Adele Bei (condannata nel 1934 dal Tribunale speciale a 18 anni di carcere per attività antifascista)

Teresa Noce (detta Estella, che dopo aver scontato un anno e mezzo di carcere perchè antifascista venne deportata in un campo di concentramento nazista in Germania dove rimase fino alla fine della guerra)

Rita Montagnana (che aveva passato la maggior parte della sua vita in esilio). “Delle venti donne elette fu prima l’ on. Bianca Bianchi, socialista, professoressa di filosofia ,con lei Teresa Mattei, di venticinque anni la più giovane di tutti nella Camera.

Nel gruppo delle comuniste c’era anche la giovanissima Nilde Iotti, che era stata durante la Resistenza prima responsabile dei Gruppi di Difesa della Donna e poi porta-­‐ordini (verrà nominata nel 1979 Presidente della Camera, prima donna nella storia della Repubblica e confermata fino al 1992); Elisabetta Conci, figlia di un senatore del vecchio Partito Popolare, la partigiana Angela Gotelli che aveva partecipato alla Resistenza nel parmense e Angela Guidi Cingolani, la prima donna che sarà chiamata al governo, come sottosegretario, nel VII governo De Gasperi.

5 di loro furono tra i 75 componenti della Commissione per la Costituzione: Teresa Noce e Nilde Iotti, per il PCI, Maria Federici e Angela Gotelli, per la DC, Lina Merlin, per il PSI.

Le donne sono state protagoniste nella storia del Novecento e come scrisse Norberto Bobbio, il cammino delle donne verso l’uguaglianza rappresenta l'”unica vera rivoluzione del nostro tempo”.

Sono molte le battaglie che hanno accompagnato, nei 70 anni successivi, donne e uomini d’Italia sulla strada verso la parità.

Ecco perché credo che per rinnovare la riconoscenza verso le nostre madri costituenti e verso tutte le donne, tutta l’assemblea si sensibilizzi e, nonostante le discriminazioni, le violenze nei confronti delle donne la differenza dagli uomini in termini occupazionali ed economici, diffonda la consapevolezza che il ruolo delle donne è determinante per un paese più libero, inclusivo, antifascista e democratico.


Le compagne a Congresso

Voto donne

di Nunzia Augeri

Le donne hanno il diritto di salire sul patibolo, ma non sulla tribuna”, lamentava la protofemminista Olympe de Gouges, avviandosi alla ghigliottina nei giorni più cruenti della Rivoluzione francese. Passò molto tempo prima che le donne conquistassero il diritto a salire sulla tribuna, cioè a prendere la parola sulla scena pubblica ed affermarsi come soggetti attivi della e nella polis. In ogni paese le donne vi arrivarono con percorsi diversi e in tempi diversi, ma con un denominatore comune: finché la gestione del potere rimase appannaggio dei gruppi di notabili – come nell’Italia liberale – le donne ne furono escluse; solo con il nascere dei partiti di massa, in Italia alla fine dell’ottocento, le donne entrano finalmente sulla scena politica.

Nel particolare contesto della società italiana, bisogna peraltro distinguere due grandi filoni: quello di matrice cattolica – particolarmente vivo in Italia – e quello di matrice socialista. In questo le donne entrano portate prevalentemente dalle lotte sociali, senza un’organizzazione distinta, partecipando anche con ruoli di primo piano alla costruzione ideologica e alla formazione dell’indirizzo generale del partito. Fra i cattolici, le donne formano gruppi femminili separati, con piena autonomia, anche se in stretta collaborazione e con coincidenza di interessi con i gruppi maschili.

La prima guerra mondiale, introducendo le donne nel mondo della produzione, dove assumono mansioni e responsabilità che erano sempre state prerogativa degli uomini, accresce la loro consapevolezza e la loro partecipazione alla politica: infatti nell’immediato dopoguerra si comincia a porre la questione del voto alle donne. Ma per poco: sopravviene il regime fascista, che considera il Parlamento solo “un’aula grigia e sorda”, non ammette alcuna possibilità di esprimere giudizi politici liberi, toglie il voto anche agli uomini, e li obbliga – se volevano guadagnarsi il pane – ad aderire al partito fascista.

La maturazione politica delle donne italiane si afferma infine definitivamente con la Resistenza e nelle vicende, spesso tragiche e sanguinose, della lotta di Liberazione: è quello il momento in cui esse – anche le più umili – prendono coscienza del proprio peso politico, del proprio diritto-dovere di partecipazione, della necessità di non subire più la politica, ma di farla in prima persona. Un percorso che si può riassumere in alcuni numeri.

Durante la Resistenza, circa 35.000 donne militano nei gruppi combattenti, 512 sono comandanti o commissarie di guerra, 683 cadono in combattimento, 2.890 sono arrestate, torturate, condannate di tribunali fascisti, 1.750 vengono ferite, 2.890 sono deportate nei lager nazisti, e si calcola che circa 70.000 partecipino alle attività dei gruppi di difesa femminili. Ma sono innumerevoli le donne – operaie delle fabbriche o mondine – che nella scia della loro tradizione di classe si impegnano nella lotta antifascista. E ancora di più sono le impiegate, le professioniste, le intellettuali, che con slancio e dedizione formano un movimento di massa e rappresentano un salto di qualità nella partecipazione femminile alla cosa pubblica.

Va messo inoltre in rilievo anche il ruolo svolto dalle semplici casalinghe: esse sono protagoniste anzitutto di un’enorme operazione di “maternage”, quando soccorrono, sfamano e rivestono tutto un esercito disfatto e sbandato; dopo l’8 settembre 1943, ogni soldato tornando verso la propria casa trova ospitalità, cibo e abiti civili nelle umili case contadine dove certo non dominava l’abbondanza; ma le donne contadine identificavano quei fuggiaschi con i propri figli dispersi sui vari fronti europei, fino alla lontana Russia, e agirono nei loro confronti con spontanea umanità. Quando poi la Repubblica di Salò e l’occupante tedesco esigono che i giovani si presentino per il servizio militare o del lavoro, ogni ragazzo trova una donna di famiglia che lo nasconde, lo nutre, lo tiene informato. L’aiuto prestato al figlio o al fratello si estende poi naturalmente al gruppo di ribelli cui egli si unisce; il gruppo partigiano diventa quasi una famiglia allargata cui si continua a fornire alimenti, abbigliamento, informazioni.

Ma l’impegno resistenziale delle donne non deriva solo dalla loro tradizionale dimensione privata, dal lavoro di cura familiare e dai principi altrettanto tradizionali di ospitalità e solidarismo: alle donne si presentano ben chiari i motivi dell’antifascismo perché anche loro avevano subito patenti ingiustizie, soprattutto le operaie. Erano una massa importante e numerosa nelle fabbriche tessili dell’Alta Italia, ma anche nelle grandi fabbriche di Milano e Torino, dove sostituivano gli uomini richiamati al fronte; le donne partecipano in massa agli scioperi del marzo 1944 (a Milano sono le operaie della Borletti che vi danno inizio), quando lo sciopero era considerato reato penale. Gli occupanti non esitano a deportare migliaia di operai, fra cui molte donne che finiscono nei campi di concentramento.

Nel contesto di precoce libertà della Repubbliche partigiane, le donne ottengono i primi riconoscimenti: nella zona libera della Carnia hanno diritto di voto, purché siano capifamiglia; il che non era difficile in quei momenti in cui gli uomini erano dispersi in armi, come soldati o come partigiani, e nelle case erano rimaste le donne con vecchi e bambini. Nella Repubblica dell’Ossola poi per la prima volta nella storia d’Italia una donna entra a far parte del governo: è Gisella Floreanini, che diventa ministra per l’assistenza e salva dalla fame e dalla morte centinaia di bambini, organizzandone il trasferimento in Svizzera.

Nota Arrigo Boldrini: “Il censimento minuto ed esatto della somma di contributi femminili alla Resistenza è impossibile proprio per il suo carattere di massa: nel corso di quei due anni vi fu la contadina che compiva chilometri a piedi, in mezzo ai blocchi nazifascisti, per recare i viveri a un gruppo di partigiani; vi fu la casalinga che preparava indumenti da avviare alle bande in montagna; vi fu l’operaia che nascondeva un pezzo della macchina affidatale in fabbrica affinché i tedeschi non avessero interesse a portarla via o la produzione per loro conto venisse interrotta. Moltissime di queste donne non chiesero mai riconoscimenti e le cronache e la storia ne ignorano perfino il nome. Cosicché la pur elevata cifra di circa 35.000 donne insignite del titolo di partigiane combattenti non rappresenta che il contingente di punta di un più grandioso esercito di collaboratrici e sostenitrici della lotta”.

Le esperienze dolorose e drammatiche della guerra e della Resistenza portano finalmente le donne italiane sulla via della concreta parità giuridica con l’uomo. Il decreto legislativo luogotenenziale del 1 febbraio 1945 – a guerra ancora in corso – scaturito dall’accordo fra De Gasperi e Togliatti, estende alle donne il suffragio universale, alle stesse condizioni con cui il diritto di voto era riconosciuto ai cittadini di sesso maschile. (Ne vengono escluse le prostitute inquadrate nelle “case chiuse”). Le donne hanno occasione di esercitare per la prima volta tale diritto il 2 di giugno del 1946, quando si vota per il referendum istituzionale e per la formazione dell’Assemblea Costituente. Il corpo elettorale è costituito da 13.354.601 uomini e 14.610.845 donne. Nessuno sa se le donne si varranno in buon numero del loro nuovo diritto, ma esse dimostrano subito il loro pieno gradimento. Gli uomini votanti sono 11.949.056, cioè l’89,0% degli elettori iscritti, le donne sono 12.998.131, cioè l’89,2 delle iscritte: sono loro le madri della Repubblica. Solamente 21 sono però le donne elette alla Costituente: Teresa Mattei ne è la Segretaria di Presidenza.

Di quella data fatidica oggi celebriamo il 70° anniversario. Molte altre conquiste, sia sul piano legislativo che su quello – più difficile – del costume, le donne realizzeranno nei decenni successivi. Soprattutto il miracolo economico e il pieno impiego degli anni 50-60 aiuteranno le donne a prendere coscienza della propria dignità e del proprio valore, a impegnarsi nel mondo del lavoro, degli studi, della politica militante. Oggi la crisi economica e la vittoria schiacciante del pensiero unico liberista, che vuole annullare lo stato sociale e mina profondamente il principio cardine dell’uguaglianza, pretendono di fare tornare indietro le lancette della storia e tendono a schiacciare di nuovo le donne in una posizione subordinata ed emarginata. Difendere la Costituzione, nata dal momento esaltante della Resistenza, significa difendere anche il nostro essere libere donne in una libera società.